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Crescere

Benedire il presente, perdonare il passato. Per regalarci il futuro.

Il primo passo del cambiamento è smettere di fuggire da qui per un passato che non ritornerà o per un futuro che ancora non c’è.

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Per guarire non dobbiamo aggiustare i cocci rotti, i nostri pezzi sparsi qua e là. Se qualcuno ti dice che devi sistemare qualcosa di rotto nella tua vita, tu non dargli retta. Perché cercando di aggiustare qualcosa non farai altro che continuare a dare energia all’illusione di essere divisa dentro, di non essere completa.

La vera cura, la guarigione profonda, è ricordarci che siamo complete e perfette nel nostro essere in mille pezzi, nella disperazione, nelle nostre lacrime e nei giorni no.

Non c’è nulla da sistemare, si tratta piuttosto di ricordare che siamo già belle, perfette e coraggiose, perfino nella rabbia, nella paura, perfino nel dolore o quando crediamo che niente vada per il verso giusto.

So che alle volte è difficile riuscirci, ma si tratta di capire che non c’è nulla che non va: il nostro cuore è così grande da poter contenere tutto quello che vogliamo, dalla più grande gioia al più profondo dolore, così come tutto l’amore che possiamo immaginare.

Dobbiamo smettere di passare la vita a sistemare parti noi e a sistemarci a vicenda, smettere di dare consigli e soluzioni riciclate che abbiamo letto in qualche libro o in qualche post motivazionale su Facebook o su Instagram.

Se vogliamo davvero cambiare dobbiamo permetterci di somigliare ogni giorno un po’ di più alla persona che siamo davvero, accettare di essere emotivi e vulnerabili in quanto esseri umani, brindare alle nostre imperfezioni e ricordarci che ci rendono uniche in un mondo che ci dice ogni giorno come dovremmo essere per essere tutte uguali.

Il primo passo del cambiamento è smettere di fuggire da qui per un passato che non ritornerà o per un futuro che ancora non c’è. Iniziamo a fidarci delle nostre sensazioni, della nostra pelle che sente molto più delle nostre orecchie.

Siamo diventate intolleranti all’instabilità, cerchiamo il tutto e subito, l’equilibrio pacato piuttosto che le emozioni forti che ti spettinano la faccia.

Allora serve ripartire da questo presente, anche se è scomodo e se non è come ce lo eravamo immaginato.

Dobbiamo coltivare la fiducia, ne serve tanta, soprattutto quando ci sembra di non poterci fidare più di niente e di nessuno.

Serve prendere a pugni la parte meno autentica di noi, far morire chi eravamo fino a un attimo fa per rinascere nuovamente, un po’ più vicine alla nostra vera forma.

Quello che possiamo fare, quando non sappiamo da dove cominciare, è benedire il momento presente, così com’è, nel suo caos più totale.

Si tratta di allenarci alla fiducia, lasciarci andare sapendo che la vita non ci lascerà cadere, anche se a volte ci sembra di arrivare così in basso da avere la faccia a pochi centimetri del pavimento. La vita, anche se a volte non lo capiamo, ci vede più lungo di noi e sa come farci arrivare a destinazione.

Certo, magari non ci fa fare la strada che avevamo in mente noi, ma ormai ho imparato che alla fine, ha sempre ragione lei. Se ci guardiamo indietro troveremo molti esempi di come la vita ha avuto ragione a farci prendere quella deviazione, quella strada secondaria che magari è stata più lunga e tortuosa, ma che ci ha regalato un panorama mozzafiato durante il viaggio.

E una volta arrivate a destinazione, non siamo più le stesse persone di prima.

Siamo pronte per la meta successiva, per il prossimo viaggio, il prossimo desiderio o il prossimo cambiamento. Avremo già dimenticato l’euforia di essere arrivate fino a lì; quella sensazione è durata il tempo di un brivido, poi se ne è andata per lasciare il posto al prossimo traguardo.

E se non impariamo a respirare nel momento presente, la verità è che continueremo a raggiungere traguardi, uno dopo l’altro, ma ci dimenticheremo di emozionarci, di farci una fotografia per fermare quel momento per sempre nei nostri ricordi. E così la vita rischia di diventare un insieme di brividi che dimentichiamo in un attimo, troppo concentrate a guardare sempre avanti da non renderci conto che c’era da festeggiare adesso.

Respirare ci aiuta a rallentare, perché quando siamo in difficoltà la nostra mente inizia a fare domande, cerca ovunque risposte al suo stare male; andiamo in affanno e abbiamo il respiro corto. Molto spesso la mente fa rumore, e per sentire cosa vogliamo davvero, dobbiamo rallentare.

Quando rallentiamo succedono cose straordinarie: se ci permettiamo di provare tutte le emozioni che ci sono lì, anche (e soprattutto) quelle che non ci piacciono, iniziamo a renderci conto che non definiscono chi siamo, ma sono soltanto emozioni che danzano.

Se ci permettiamo di lasciare uscire i nostri peggiori pensieri ci rendiamo conto che sono solo parole, sono chiacchiere della mente.

Quando sei in un momento difficile:

  1. rallentare
  2. respirare
  3. osservare cosa fa la mente e lasciarla parlare, lasciando uscire parole e emozioni

E poi c’è un altro punto da fare quando sei in un momento difficile, il numero 4, che è quello di guardarti attraverso altri occhi, più grandi dei tuoi, quegli occhi amorevoli che non giudicano e che riescono a guardare un po’ più in là, un po’ oltre l’orizzonte che tu ora riesci a vedere e che è il tuo limite.

Sembrano cose semplici questi 4 punti, e in realtà hai ragione, lo sono. Ma quando siamo giù, quando abbiamo paura, quando ci sembra che tutto vada storto, non abbiamo bisogno di cose complicate, abbiamo solo bisogno di uscire dalle sabbie mobili del nostro malessere il prima possibile.

Se ci fidiamo di queste poche azioni, se ricordiamo la sequenza e la mettiamo in pratica, tutto cambia in un istante. Non cambia subito la realtà, quello che succede fuori da noi. Ma facciamo un click dentro, gli ingranaggi iniziano a muoversi nel verso giusto, e quello che succederà all’esterno di noi sarà solo un riflesso, una conseguenza del meccanismo che ha cominciato a funzionare.

Rallentare, respirare, auto-osservarsi e cambiare punto di vista sono i passi base della danza del cambiamento. In un attimo potremmo ritrovarci dove avevamo desiderato o comunque sulla giusta strada. Se solo ci diamo il permesso di cambiare, se accettiamo di non essere più quelle di prima, realizzeremo cose che non credevamo possibili.

 

In ogni campo, se ci fai caso, tutto è impossibile fino a quando qualcuno non ci riesce; poi di colpo diventa possibile.

 

È stato così per le più grandi scoperte scientifiche, per i geni che hanno realizzato qualcosa che tutti ritenevano fino a quel momento impossibile. Ci sono esempi in ogni settore, dalla scienza, all’arte o allo sport.

 

Pensa a tutte le volte che è stato superato un limite, un record mondiale. Fino a quel momento nessuno pensava di poter fare meglio del livello record, finché non arriva qualcuno che semplicemente lo supera. Allora il confine del possibile si sposta di nuovo.

 

Leggiamo tantissime biografie e storie di successo e ci motiviamo, ma la vera magia inizia quando iniziamo a lasciarci stupire da ciò che possiamo realizzare noi. Basta crederlo davvero, muoversi in quella direzione e fare tutto quello che c’è da fare, allenarsi per superare i limiti, e prepararsi a festeggiare.

 

La vita vera inizia proprio lì, quando pensiamo di non poter fare di più, ma ce ne dimentichiamo e andiamo oltre superando il traguardo e spostando di qualche altro centimetro il limite che ritenevamo irraggiungibile.

 

Coach certificata, Master PNL, Docente di Grafica e Creatività alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ma soprattutto Generatrice di Passioni, perché credo siano proprio le Passioni l’ingrediente fondamentale dei nostri Sogni, che spesso ci dimentichiamo di usare.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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