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Cammino, quindi sogno (nuove soluzioni)

L’uomo deve muoversi per vivere. Ci siamo abituati a pensare e ci piace riflettere sulla nostra complessità. Ma a volte i problemi si sciolgono solo facendo sciogliere i muscoli.

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Per noi esseri umani sembra scontato che il fatto di “pensare” sia la premessa necessaria alla risoluzione di ogni problema.
Ma le cose non sono andate sempre così: per tanto tempo gli esseri umani hanno lasciato che le soluzioni arrivassero senza pensarle. Preferivano muoversi, girarci attorno, camminarci sopra e lasciare che le cose mutassero.

È questa l’antica tradizione del Solvitur Ambulando ossia “si scioglie camminando”. Perché, se ci pensiamo bene, sono di più i nodi che abbiamo sciolto camminando il pensiero piuttosto che quelli che abbiamo sciolto pensando il cammino.

Pensare annoda il pensiero

Prima di sapere che avevamo un cervello dentro la testa, camminavamo attorno ai problemi.
Poi siamo venuti a sapere che dentro il nostro testone c’è un cervello e a quel punto tutto è cambiato. Ci siamo montati la testa e ci siamo seduti a pensare.
E pensa che ti ripensa, il tempo è passato e siamo diventati così bravi a pensare che pensiamo che camminare non ci serva quasi più.

In un futuro che per molti è già presente, potremo fare la spesa da casa, lavorare da casa, viaggiare da casa, vedere amici da casa. Insomma, fare tutto o quasi tutto, senza muoverci da casa.

Siamo diventati così bravi a pensare che ci siamo messi a pensare anche cose inutili. Pur muovendoci sempre meno, le giornate sembrano non durare mai abbastanza. Il tempo per camminare non lo abbiamo più, perché siamo sempre pieni di cose da pensare.

Il bilancio della nostra vita ha più variabili del bilancio di una nazione. Siamo complicati e sentiamo il bisogno di prenderci tanto tempo per pensare la nostra complessità. Più “ci” pensiamo, più variabili emergono e più tempo serve per trovare un senso. A forza di pensare tutte le possibilità, il filo del pensiero si annoda. E noi finiamo per passare giorni a cercare di sbrogliarlo, pensando.

L’avventura dell’Homo Sapiens aveva avuto un inizio diverso

Eppure, dicevamo, le cose non erano cominciate così.

Gli esseri umani vivevano in movimento e grazie al movimento digerivano i cibi e scioglievano i pensieri. L’uomo percorreva decine di chilometri, tutti i giorni. Nessuno avrebbe mai confidato nel fatto che fermarsi a pensare sarebbe stato utile.

E, a dire il vero, la nostra natura di esseri ambulanti non è scomparsa del tutto. Rimane inscritta nei nostri geni.
Quando ci troviamo per sbaglio a camminare, riemerge un senso di naturalezza. Molti lo fanno quando sono al telefono, anche in casa: fanno chilometri.

Perché camminare, mettere un piede dopo l’altro e percorrere le vie del mondo, è semplice, facile, intuitivo.
E mentre compiamo questa azione per cui siamo portati in modo naturale, accadono cose piacevolmente strane: i pensieri si sciolgono, la noia se ne va e la meraviglia arriva. Sentiamo noi stessi e ci rendiamo conto che stiamo meglio di quanto pensavamo.

Se siamo disposti a camminare abbastanza, i muscoli del collo si rilassano e lo sguardo ritorna alto, rivolto all’orizzonte. L’udito si dirige all’esterno, smettiamo di ascoltare il nostro mormorio interiore e ci mettiamo invece ad ascoltare i rumori del mondo. Quello che le antiche tradizioni chiamavano l’OM del mondo. Il suono del divenire, fatto dalla somma di tutti i suoni che la vita produce. Un vero e proprio canto.

Quando camminiamo abbastanza per riportare la nostra attenzione sul mondo intorno a noi, ritorniamo curiosi, disposti ad adattarci a qualsiasi cosa verrà. Ci rendiamo conto che attorno a noi abbiamo un mondo che è vivo, vitale, in costante divenire.

Scegliere di sciogliere

Avevano le loro buone ragioni gli antichi quando si ripetevano quel mantra “Solvitur ambulando”, “si scioglie mentre si cammina”. Non è una speranza! Non è una possibilità che potrebbe diventare realtà! È una certezza che possiamo scegliere di percorrere.

Stare fermi significa continuare a riflettere sempre e solo su una piccola parte di mondo. Quella piccola parte che si trova lì, davanti ai nostri occhi.
Muoversi, invece, significa introdurre nel nostro cervello altri dati e ragionare su quelli. Aggiungere il nuovo al vecchio. Aggiungere l’altro al solito.

Nessuno potrà mai percepire il tutto, non basterebbe una vita di cammino, ma talvolta percepire qualcosa in più è già sufficiente per fare la differenza.

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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