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C’è chi prende e c’è chi dà (i veri leader danno senza paura)

L’altruismo ci rende vulnerabili, ma è di questo che abbiamo bisogno. Anche in azienda.

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Ci sono alcune cose veramente tristi al mondo: il minestrone è una di queste; un’altra, è il fatto di non capire che la vulnerabilità possa essere una forza. Un vero leader – per quanto desueta e imprecisa sia questa immagine di qualcuno che conduce gli altri – è comunque una persona conscia della propria vulnerabilità.

Ogni volta che ne parlo, mi rendo conto che è un concetto che sciocca. Anzi: infastidisce. Ho letto molti commenti stizziti su questo argomento dalla parte di persone che hanno fatto della simulazione una seconda pelle, quella che al lavoro prende le botte e i rimproveri al posto loro.

Eppure sono convinto che nelle nostre aziende ci sia spazio per la vulnerabilità e, anzi, sia necessaria: vediamo perché.

Non è debolezza

La vulnerabilità è la predisposizione a essere facilmente attaccati. L’etimologia della parola viene da “vulnus”, che in latino significa “ferita”, “lesione”. Forse per questo motivo abbiamo tendenza a pensare che una persona vulnerabile vada difesa, perché, fondamentalmente, la consideriamo debole.

Nei suoi lavori sul binomio vulnerabilità/coraggio, Brené Brown ha definito la vulnerabilità come la volontà di mostrarsi e essere visti dagli altri nonostante un esito incerto. In quest’ottica, ogni atto di coraggio include in qualche modo l’espressione della propria vulnerabilità. Infatti se si è sicuri del risultato, non è più coraggio: è certezza.

Questo aspetto è fondamentale perché alla base del miglioramento continuo e, a maggior ragione, dell’innovazione, c’è sempre una parte di rischio e di insicurezza, che consiste nel fare le cose in modo diverso, nel prendere strade differenti rispetto a quelle sicure e conosciute.
Per questo motivo una cultura aziendale che tende a reprimere la vulnerabilità dei propri collaboratori, disincentiverà anche i comportamenti che portano alla creazione di qualcosa di nuovo. E quindi perderà un importante vantaggio competitivo.

Gli artisti già lo sanno

Nella letteratura e nei testi delle canzoni, questo concetto di forza che affonda le proprie radici nella vulnerabilità è piuttosto comune. Probabilmente, perché si tende a farsi domande sulla natura delle relazioni e sugli spazi in cui ognuno di noi può essere autentico.
È normale quindi che le palestre di allenamento della vulnerabilità siano proprio le relazioni di coppia, e questo innalza una ulteriore barriera: raramente ciò che siamo nell’intimità ci sembra adeguato anche al lavoro.

I’m strong enough
To be weak in your arms
(Neneh Cherry – Move with me)

Ma concretamente, in cosa si traduce questa vulnerabilità in un contesto professionale? Ci sono tante casistiche quante sono le possibilità di interazione; ne ho scelte alcune dalla mia esperienza personale:

Riconoscere i propri errori
È probabilmente la più evidente prova di vulnerabilità, e attenzione: non si tratta di dire “sì, va bene, ho sbagliato” e basta. È importante non minimizzare gli errori, o ancora peggio nasconderli. Si deve affrontare la questione del proprio errore e impegnarsi a risolvere gli eventuali danni a esso associati.

Il che ci porta a un altro aspetto fondamentale:

Sollevare le questioni difficili
Vale sia per i collaboratori senza responsabilità di inquadramento che per i manager: quando qualcosa non va, bisogna parlarne.

Qualche anno fa ho proposto un lavoro particolare ai manager dell’azienda per cui lavoravo: ho chiesto loro di immaginare di aprire la propria società e di avere la possibilità di “rubare” due risorse al datore di lavoro attuale, mentre per altre due avrebbero avuto la garanzia di non ritrovarsele mai nel loro organico. In pratica, la domanda era formulata come “chi prenderesti con te e chi non vorresti neanche morto dei tuoi attuali collaboratori”.

Ho in seguito incrociato i nominativi che mi hanno dato con le valutazioni annuali degli ultimi quattro anni: più del 70% delle persone messe nell’ipotetica lista nera aveva prestazioni almeno buone, sempre secondo quegli stessi capi che non le avrebbero mai assunte.

Qual era il problema? Semplice: i manager si mostravano indulgenti nelle valutazioni per evitare di dover avere delle discussioni spiacevoli con persone che erano sì dei buoni professionisti ma che presentavano problematiche di tipo caratteriale o comportamentale.

Per parlare apertamente, ci vuole coraggio, certo. Ma è dal confronto su temi spinosi che possono nascere i veri cambiamenti che miglioreranno il clima di lavoro e, di conseguenza, anche le prestazioni collettive.

Non aver paura di chiedere aiuto
Non c’è niente di male nel dire “non lo so” e a chiedere aiuto quando necessario.
Una cultura aziendale che non gestisce bene la vulnerabilità avrà tendenza a scoraggiare le richieste di aiuto, che vengono viste come un’ammissione di colpa. Questo porterà inevitabilmente a fare e a perpetrare errori (e ad affannarsi a correggerli e/o a nasconderli prima che qualcuno se ne accorga: uno spreco enorme di tempo e di energie).

Su un campione di 1’000 manager, Brené Brown ha rilevato che saper chiedere aiuto era il principale indice di una sana relazione di fiducia. In pratica, nessuno si fida veramente di chi fa finta di essere infallibile.

La forza della comunicazione vulnerabile

Offrire il proprio fianco scoperto, dimostrando vulnerabilità, è un tratto tipico delle persone altruiste.
Recentemente ho avuto l’opportunità di scambiare alcuni messaggi con Adam Grant, professore di psicologia delle organizzazioni alla Wharton e autore di “Give and Take”, tradotto in italiano come “Più dai e più hai”.

Uno dei suoi lavori più interessanti è stato quello di definire gli stili di reciprocazione, vale a dire le modalità con le quali interagiamo con gli altri. Adam ha tracciato tre profili che corrispondono ad altrettanti stili di azione:

  • il giver, che antepone il dare al ricevere, e che potremmo tradurre con la parola “altruista”; sono le persone focalizzate sugli altri e che tendono a darsi completamente. Sono guidate dal desiderio di contribuire al successo degli altri, di offrire il loro contributo in ogni contesto.
  • il matcher, che nel rapporto dare-avere punta al pareggio e che potremmo quindi chiamare “l’equilibrato”; sono persone che si preoccupano di trovare un equilibrio, sia quando è a loro favore che quando invece sono in debito con qualcuno. Fanno un po’ da arbitro tra le altre due categorie, premiando i giver e sanzionando i taker.
  • il taker, che prende e basta e che mi piace soprannominare “Asso pigliatutto”; sono persone incentrate su loro stesse e sui propri interessi che coltivano in ogni occasione, anche a discapito dei colleghi. Interagiscono con gli altri per ottenere qualcosa e limitano il loro contributo effettivo al minimo, come se dare fosse una perdita di preziosa energia.

Mentre scrivevo la bozza dell’articolo che state leggendo, ho più volte avuto chiaro in testa un esempio illustre di altruista vulnerabile: il premier canadese Justin Trudeau, che non perde un’occasione per piangere in pubblico.

 

Il pianto di Trudeau è un segno di vulnerabilità e quindi di coraggio, e dimostra una rara sicurezza in se stesso: piangere in pubblico significa non preoccuparsi delle opinioni degli altri. In una società che stigmatizza questo genere di espressioni, soprattutto da parte degli uomini, è un momento di pura autenticità ed è anche un esempio per gli altri.
Infatti ci sono persone che faticano ad articolare e ad esprimere le proprie emozioni e che beneficeranno nel vedere qualcuno in posizione di potere esprimersi liberamente.
Il risultato, cinicamente parlando, è che Trudeau viene considerato un vero leader e un esempio in grado di ispirare le persone.

Ma alla fine, chi ha veramente successo?

Secondo gli studi di Adam Grant, gli altruisti sono tra le persone che hanno meno successo in azienda. Questo è dovuto soprattutto al fatto che tendono a sacrificare le proprie ambizioni a sostegno di quelle degli altri.

Quindi, per la logica degli estremi, gli assi pigliatutto saranno quelli con maggiore successo?

Colpo di scena: no.
Le persone di maggiore successo in azienda sono nuovamente gli altruisti.
Proprio così: chi è maggiormente orientato agli altri, o riesce male o riesce benissimo, mentre le altre due tipologie tendono a posizionarsi nel mezzo della curva gaussiana.

Non è quindi vero che chi arraffa di più arriva più in alto. Abbiamo questa idea che bisogna prima arrivare all’affermazione di sé, e poi, se proprio, possiamo concedere qualcosa agli altri. L’attitudine altruista, al contrario, si riflette positivamente su chi ci sta attorno e si moltiplica invece di concentrarsi solo sulla nostra persona.

Dare senza paura

Nel 2011, Peter Fuda e Richard Bahdman hanno condotto uno studio qualitativo approfondito su sette CEO che avevano vissuto in prima persona una crescita personale e professionale importante.
La vulnerabilità era emersa come un punto centrale nel processo di miglioramento di tutti e sette, e includeva storie vere di brutte figure, situazioni imbarazzanti, confessioni pubbliche di incapacità, che avevano però tutte un punto in comune: le loro aziende avevano ottenuto risultati notevolmente migliori a seguito della condivisione dei propri timori e delle proprie fragilità da parte dei loro leader.

Anche questo, come abbiamo visto, è un modo di dare qualcosa di sé.
E qui si chiude il cerchio: il coraggio di dare in ogni occasione ci porta a dare anche quando siamo in una posizione di vulnerabilità.

Questo include dare fiducia al nostro capo quando affronteremo con lui o con lei una questione che ci sta rendendo difficile alzarci la mattina per venire al lavoro.

Include non aver paura di essere licenziati quando offriamo un feedback costruttivo, sebbene critico, a qualcuno che ha il potere di farci fuori.

Include condividere le informazioni generosamente, anche quelle che ci fanno sentire speciali e che contribuiscono a rendere difficile il nostro rimpiazzo.

Insomma, dare in modo incondizionato, anche al lavoro, ci rende persone libere. 

E sono così libero che posso essere debole
(Lo Stato Sociale – Facile)

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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