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Come sei finito a fare un lavoro che non ami ed adesso cosa pensi di fare?

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Le caste non esistono più, viviamo il momento migliore della storia per fare ciò che amiamo. Dicono così ma spesso è l’opposto. E forse non è il caso, ma siamo noi a sceglierlo.

Mio figlio quest’anno è entrato in seconda elementare e sono sorpreso di vedere quanti cambiamenti ci siano rispetto all’anno precedente. Ha molti più compiti, la maggior parte dei giorni deve uscire di scuola a pochi minuti dalle 14:00, in generale mi accorgo di quanto sia per lui impegnativo.
Ho provato ad esprimere il mio dissenso. Al maestro, al preside, a mia moglie, ai miei amici e mi sono sentito dire che è assolutamente normale.

D’altronde il compito della scuola è preparare (progressivamente) i bambini alla vita, e soprattutto al lavoro.
Quest’idea però mi lascia ancora più insoddisfatto, con parecchie perplessità e diverse paure.

Sarà che io ho sempre vissuto la scuola come scuola o forse, in barba a tutti, non ho mai accettato di prepararmi al lavoro.
La distinzione del mondo in due categorie, lavoranti ed apprendisti, è stupida ed è responsabile di molti dei problemi che ci troviamo da adulti.

Il primo germe che ci rovinerà è pensare che lavorare sia duro e noioso e che sia giusto che un lavoro possa essere duro e noioso.
D’altronde unire l’utile al dilettevole è uno di quei motti con i quali si parla di situazioni eccezionali non nella norma.
E così, bevendoci poco a poco questa storia, è facile ritrovarsi ubriachi di stronzate, pregiudizi ed idee che crediamo di avere ma non sono affatto nostre.

Il gioco delle bugie circolari

C’è una bugia che ci ripetiamo l’un l’altro da quando siamo piccoli; ogni tanto tocca a noi ascoltare, altre volte dirle.

Mia moglie ha fatto avere ai miei bambini uno di quei libri personalizzati che si usano adesso, uno di quelli con le storie di “quando sarai grande”.
I lavori sono tutti fichissimi: c’è il calciatore, l’astronauta, l’inventore, il medico…
Questi lavori, in questo momento, non sembrano affatto duri. Sembrano piuttosto dire, ed infatti c’è proprio scritto nella prima pagina, “potrai essere ciò che vuoi e la tua vita sarà meravigliosa”.

Però si tratta di una bugia, una doppia bugia, una tripla bugia.

1) Non è affatto detto che questi lavori non siano duri e sacrificanti.
2) Purtroppo, nonostante ogni genitore augura il meglio al figlio, non è affatto vero che potrà fare ciò che vuole.
3) E la beffa è che non potrà fare ciò che vuole non solo per questioni casuali, per attitudine, capacità ed impegno, ma soprattutto perché siamo noi ad impedirlo.

Il fatto che nel libriccino ci siano lavori fantastici ne è la prova. Così come è la prova ogni discorso con il quale cerchiamo di far prendere una strada ad un ragazzo e come hanno fatto con noi genitori, amici, maestre e professori.

Come dice Paul Graham in “Come fare ciò che ami” la maggior parte dei consigli che diamo e riceviamo, dei lavori che facciamo è condizionata dal prestigio e dal denaro. Due cose pericolose che in fondo impariamo già a scuola.

“Se ammiri due tipi di lavoro finisci per scegliere quello più prestigioso, ed a parità di prestigio quello più redditizio”.

Secondo Paul, ed è vero, questo è il motivo per cui alcuni lavori molto redditizi come le vendite porta a porta, (o la prostituzione?), o lavori molto umili ben pagati, non sono così attraenti.
Promettono denaro ma non il rispetto di chi ti sta intorno.
D’altra parte il massimo sembra essere “Il chirurgo di fama mondiale” con riconoscimenti sia economici sia morali.

Dalla teoria alla pratica

In sintesi è così che impariamo a relazionarci al mondo del lavoro da quando siamo piccoli, e molte delle scelte che facciamo da grandi seguono le stesse linee. Con alcune complicazioni.
Ci si accorge che diventare astronauta non è così semplice, e lo stesso vale per fare il chirurgo. Oppure potremmo scoprire che lavori molto redditizi richiedono capacità che non abbiamo e non avremo mai.

E cosa succede allora? Ci si accontenta, si cerca, si sceglie, e si va avanti considerando solo i due fattori che abbiamo imparato da piccoli: denaro e prestigio.
E con in testa un motto scolpito con il fuoco sacro della voce del popolo: “fa niente se non ti piace…il lavoro è duro”.
A prova di questo, pensiamo anche ad un altro modo di dire che ricorre spesso in fase di lavoro e scelta del lavoro: “o per soldi o per gloria”.

Siamo programmati insomma come se non ci fossero vie d’uscita e come se prendere una direzione diversa sia un peccato mortale; al pari della prostituzione per intenderci o dello scrivere poesie sperando nelle donazioni della gente.

Che lavoro fare? Quanto essere felici ed infelici del proprio lavoro? Che fare se ti trovi in questa situazione?

Nota: Sono cosciente di avventurarmi in un territorio rischioso ma ho pensato di farlo dopo aver ricevuto l’ennesima lettera di frustrazione e confusione.
Quanto segue non è la risposta ma solo un modo diverso di pensare e farsi domande. Metto giù 3 punti che mi sembrano interessanti e che con me hanno funzionato.

1) Il lavoro è una cosa (troppo) seria

Si calcola che il lavoro occupa più tempo di ogni altra attività della nostra vita: il tempo per cercarlo, il tempo per svolgerlo, gli spostamenti logistici, le notti insonni, i pranzi e le cene mute nelle quali continuiamo a rimuginare.
Fare un lavoro che non ci piace non riguarda solo il lavoro ma la nostra vita, la capacità di relazionarci con gli altri, ciò che diamo “davvero” ai nostri figli.
Come dice ancora Paul Graham, certe persone giustificano le loro assenze, un lavoro che non amano, come il mezzo per dare più possibile ai propri figli. Ma se ciò porta ad essere un cattivo marito, un padre infelice…è meglio essere meno altruisti. O esserlo davvero.
Quando ho deciso di fare il mio lavoro ho combattuto a lungo su questa strada. Sapevo a cosa sarei andato incontro e sono stato circondato di persone pronte a ricordarmelo.
Non ho una busta paga con la quale far finanziare giochi ed oggetti costosi, ho dovuto cambiare 4 case in 3 anni, devo sempre pagare “avanti”, non so se il mese prossimo andrà bene come quello precedente. Non ho una macchina da oltre due anni.
Giusto essere questo genere di padre?

Ci ho pensato ed ho scelto di essere egoista. Però mio figlio sa che ho sempre tempo per lui, ed è difficile che abbia una giornata “complicata”.

2) Non pensare che sia per sempre

Ormai dovrebbe essere chiaro: un lavoro non è per sempre. Però ci portiamo dietro quest’idea “dai nostri padri” e pensiamo non solo che sia per sempre ma che non si possa deviare e cambiare.
Quando qualcuno mi chiede dove mi vedo tra 5 o 10 anni, rispondo “non lo so” senza sentirmi in colpa.
E lo faccio non solo con incoscienza ma anche con un pizzico di lucidità: basta guardarsi intorno e vedere come ciò che appariva sicuro ieri è crollato in un attimo.
Oggi più che ieri bisogna pensare a vivere il presente.
E, una cosa che non è mai cambiata, purtroppo non sappiamo neanche se vale la pena sacrificarsi per il futuro perché potremmo non esserci.

3) Vie d’uscita

Come ho scritto di recente “siamo troppo grandi per credere alle favole ma anche per pensare che non esistono”
Oggi siamo Grandi abbastanza da sapere che non sempre possiamo fare il lavoro giusto, quello che amiamo ma c’è speranza.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Ancora Paul li chiama percorsi:

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace.
Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. Conosco un professionista al quale è stato offerto un lavoro straordinario, più di 12000 euro al mese, prestigio…ma ha scelto una cattedra per avere una vita più tranquilla e dedicarsi alla famiglia.
Questo però è abbastanza normale.

Di straordinario, e secondo me perfettamente in linea con i tempi, c’è un approccio diverso.
Fare qualcosa oggi che potrebbe non piacerti o piacerti poco per fare qualcosa di importante domani.
Ok domani potresti non esserci (so di contraddirmi) ma avere uno scopo, sapere che non stai galleggiando e ristagnando, fa tutta la differenza del mondo.
Probabilmente è questo diventare grandi.

C’è un pezzo di James Altucher che parla esattamente di questo: da un lato la consapevolezza che il successo (qualunque cosa intendi, in questo caso ciò che vuoi davvero fare…) non si raggiunge durante la notte, dall’altro una visione più pratica e meno dolorosa del sacrificio.

Se ricordo bene, James fa l’esempio di un tizio che vuole diventare un grande musicista. In attesa che accada può stare tutto il giorno a prepararsi ma anche bruciarsi di sconfitte e povertà oppure avere fede ma darsi da fare con lezioni e piano bar.
Fare lezioni e piano bar non è fallimento, anzi. Significa credere talmente nel tuo scopo da non soffrire di fare qualcosa di “noioso” in attesa di arrivare. Sapere che è “temporaneo” fa tutta la differenza del mondo.

Questo è l’approccio che seguo, un pensiero che mi guida e mi aiuta costantemente.
Io sono un “ghostwriter” un lavoro che non è scalabile e che, oggettivamente, non si può fare in eterno; o meglio non vorrei fare per sempre.
Per quanto è davvero bello ascoltare le persone e le storie degli altri, sinceramente non tutte le storie ti arricchiscono. Ci sono storie e persone che ti annoiano a morte. Persone presuntuose che mi sistemano le virgole, che mi dicono che dopo la virgola non ci vada la “e”.
(Il che non solo non è vero ma per me è un colpo mortale)

Oppure, come puoi vedere su questo sito, mi trovo a dover scrivere profili linkedin anche se mi sembra poco…o non abbastanza o non entusiasmante.
Sai cosa vorrei? Vorrei che bastasse scrivere ciò che sono e ciò che penso per vivere, non scrivere su commissione.
Eppure, lo so benissimo, quando non faccio “Il lavoro”, quando non so cosa mangiare o quando mio figlio non può avere i suoi giochi, quando non ho voglia di giocare con lui…beh non ho né la voglia né la forza per scrivere e fare ciò che mi piace.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza.
Perché è giusto credere nel lieto fine e nelle favole ma non nella fata turchina che viene mentre non stai facendo un cazzo e ti risolve i problemi.

La confusione…va bene

Ed infine c’è la vera lezione, il banco di prova dove si capisce quanto sei diventato Grande.
Sentirsi un coglione va bene.

Ogni tanto, nonostante tutto ciò che ho scritto in questa pagina, avrei voglia di piangere.
Mi chiedo dove stia andando, se è giusto, se ce la farò, se…mille domande.
Ecco un’altra bugia che ci insegnano da piccoli. Quando dicono che da grandi avremo tutte le risposte.
Non è vero.

Da grandi avremo ancora più dubbi.
Conviverci senza farsi opprimere, crescere con le domande è la vera sfida.
Se siamo grandi dobbiamo saper vivere bene con la nostra fragilità.

Insomma, capita a tutti di abbracciare il cuscino e sentirsi un coglione, di avere quel desiderio di sparire.
Ma sentirsi un coglione va bene.

E solo quelli Grandi ne hanno il coraggio.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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Treding