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Come sopravvivere all’attacco di un leone (reale o fittizio che sia)

Esistono due tipi di leoni: quelli reali e quelli fittizi. Tuttavia, sempre di leoni si tratta. Voraci predatori, capaci di sbranarti al primo cenno di debolezza; o proprio perché mostri un cenno di debolezza.

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“Impara a parlare con i leoni”. Un tempo sarebbe stato un ottimo consiglio, oggi sembra una cosa da folli! Eppure potrebbe avere ancora un senso. Un senso perduto. Imparare a parlare con i leoni, ossia essere capaci di parlare la lingua del nostro predatore e dirgli “Oggi non sarò io la tua preda”.

Con gli occhi dell’uomo moderno possiamo dire che esistono due tipi di leoni: quelli reali e quelli fittizi. Tuttavia, sempre di leoni si tratta. Voraci predatori, capaci di sbranarti al primo cenno di debolezza; o proprio perché mostri un cenno di debolezza.

I nostri avi lo tenevano sempre ben presente. Era sufficiente allontanarsi dal gruppo o non essere in piena forma per essere riconosciuti dal leone come prede facili ed essere inseguiti fino alla morte. Il leone che ti avrebbe divorato era quello in carne ed ossa fuori da te. Tuttavia, quello che ti avrebbe ucciso era il pensiero del leone dentro di te. Ti avrebbe fatto sudare e muovere come una preda. Sentendo odori e movimenti da preda, il leone vero avrebbe detto tra sé e sé “Quella è la preda e io sarò il suo cacciatore”. E tu saresti morto. A meno che non fossi stato in grado di parlare con il leone dicendogli: “Oggi non sarò io la tua preda”.

Immagina di trovarti al mio fianco allo zoo, davanti alla gabbia del leone. Improvvisamente il re della Savana si desta dal suo torpore e corre nella nostra direzione. Salta e atterra a pochi metri da noi. Mente e corpo sono presi da una serie di reazioni psicofisiche. Una devastante tensione ci rapisce. Gli studiosi di psicologia fisiologica direbbero che in quel momento si attiverebbe dentro di noi uno dei tre programmi del terrore: combattere, fuggire, immobilizzarsi.

Ora, abbassiamo leggermente il volume delle reazioni psicofisiche. Non dovrebbe essere difficile riconoscere che quelle stesse reazioni sono quelle che ci prendono un po’ tutti i giorni. Può trattarsi di una gara da correre, di un lavoro da svolgere, di una frase da pronunciare, di un appuntamento a cui recarsi. Quello che ne risulta è che viviamo tutte queste situazioni come una questione di vita o di morte. Ed è giusto così. Siamo esseri viventi. Ci giochiamo la nostra sopravvivenza e quella dei nostri cari tutti i giorni.

Se siamo d’accordo su questo, dovremmo essere d’accoro anche sul fatto che in quei momenti non contano i cavilli della ragione, ma il nostro modo di affrontare le situazioni.

Si dice che nelle arti marziali quando due grandi maestri si incontrano non hanno mai bisogno di combattere. Basta uno sguardo ed è già chiaro chi è il più forte e chi è il più debole. Scontrarsi sarebbe superfluo. Il mondo animale ci insegna a non sprecare tempo ed energie in ciò che è superfluo. E soprattutto ci insegna a darci altre possibilità. Perché se si muore si muore davvero.

Quando però i toni sono più “lievi” (come nella vita di tutti i giorni), e non si rischia più di morire, diventiamo un po’ spreconi. Combattiamo battaglie perse in partenza. Usiamo parole da vincenti con un tono da perdenti. Perché per noi conta perdere con onore. In natura invece c’è un altro codice d’onore. Quello che conta è la prospettiva di lungo periodo. E se per attendere un momento più propizio bisogna abbassare la coda, si abbassa la coda. Con rispetto per l’altro e per noi stessi.

La scrittrice Elizabeth Marshall Thomas passò i suoi primi anni di vita con i San del Kalahari, tribù di cacciatori raccoglitori africani. E ha scritto in modo dettagliato rispetto al rapporto di questo popolo con i leoni. I San avevano ben chiaro che i leoni erano loro predatori. Tuttavia, avevano una relazione con i leoni ricca e articolata.

“Tra i San che conoscevo, solo il leone generava profondo rispetto” scrive. “Rispetto” non “terrore”. Thomas fu testimone di un certo numero di incontri tra i San e il leone. Nessuno fuggiva via dal leone. Nessuno si immobilizzava dalla paura. Naturalmente, nessuno combatteva. Proprio in questi casi di realtà nuda e cruda, non c’era nessun ricorso ai meccanismi biologici di base del terrore: combatti, scappa o bloccati. Piuttosto c’era il rispetto.

Ben lungi dall’evitare il leone, i San avevano un “protocollo” (sono le parole di E. M. Thomas) che consisteva nel camminare via dal leone, in modo calmo, senza fretta, scegliendo una via obliqua e non diretta, come invece avrebbe fatto una preda che fugge. Nel mentre, parlavano con il leone, in tono rispettoso, chiamandolo “antico leone”.

Questo “protocollo” ha molti secoli e continua a persistere oggi, e ha molto da insegnare anche rispetto a come affrontare le sfide della vita moderna.

Non correre. Non essere la preda. Abbi rispetto, non terrore. Non combattere battaglie che non puoi vincere.

E ricorda: quasi sempre, il leone che potrebbe ucciderti… non è là fuori ma è quello dentro di te.

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Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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