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Troppo Grandi per fare “solo un lavoro”

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Quanti lavori facciamo? E che lavoro facciamo davvero?

Ho scritto tante volte su questo punto. C’è soprattutto un’idea di Bruce Kasanoff che mi ha ispirato, è la teoria dei “due lavori”. Riguarda questo mondo on line ma non solo.

Il tuo primo lavoro è ciò che fai, diciamo ciò che si intende tradizionalmente per lavoro. Il modo, le attività, il prodotto che vendi, e ti fa mangiare e prenderti cura della tua famiglia.
Il secondo lavoro, potremmo dire il “nuovo lavoro”, è aiutare gli altri, ispirare gli altri, cercare di regalare ogni giorno qualcosa di buono.

Il sistema social, il giochino digitale (quello puro) si basa su questo semplice meccanismo: più fai bene il tuo secondo lavoro, più ti verrà facile, e sarà soddisfacente, il primo.
On line è amplificato ma in sostanza è un sistema che ha sempre funzionato, molto prima dell’avvento di Internet.

Qual è allora il problema? Il problema è che troppe persone interpretano “il sistema” come un obbligo, o peggio come una tattica veloce per intercettare visibilità e clienti. È comprensibile ma a lungo potrebbe non funzionare.

E la cosa importante da sapere è che l’inghippo non è tanto dato dagli altri, dal fatto che potresti essere presto o tardi smascherato, ma da noi.
Alzarsi la mattina con un obbligo è molto diverso da avere uno scopo, alzarsi la mattina e salire sulla ruota del criceto…beh a lungo uccide.

Grandi abbastanza

Una delle frasi che ho ripetuto di più in questi mesi è che siamo troppo grandi, troppo grandi per un sacco di cose. E dobbiamo, possiamo, ragionare e vivere in questo modo, credendoci.
C’è una scena di 10000 AC, un film fantascientifico di qualche anno fa, che mi viene sempre in mente.

Un uomo buono traccia un cerchio intorno a sé, e si occupa di quelli che ci sono dentro: la sua donna, i suoi figli. Altri uomini tracciano un cerchio più ampio, il quale abbraccia anche fratelli e sorelle. Ma ci sono uomini, che hanno un grande destino; essi tracciano intorno a se stessi un cerchio che deve includere molte, molte più persone.

Scegliere di fare un cerchio piccolo o grande è la differenza.

Il cerchio piccolo ti porta a pensare in modo altrettanto piccolo, a lungo noioso e deprimente. Ti alzi la mattina e farai ciò che hai fatto ieri. Valuterai il risultato sempre in base a quanti soldi avrai fatto, quanti prodotti o servizi hai venduto, o quanti like hai generato…
E nel cerchio piccolo, presto o tardi, inizierai anche ad odiare il tuo lavoro, pensare che in fondo non è così bello come pensavi.

Il cerchio grande è diverso: a differenza del primo hai sempre la possibilità, o anche solo il tentativo, di causare un Impatto. Ispirare qualcuno. Fare stare meglio qualcuno.

n.b. Non è un caso che nei momenti di “depressione” o in quei loop dove si dubita di se stessi, una delle domande/risposte è “Non servo a niente…”

Lo scopo è servire a qualcosa o a qualcuno

Si, è paradossale, ma si tratta di “servire” a qualcuno.

Uno scopo è rendere migliore la vita di qualcun altro, sapere che qualcuno apprezza ciò che dici, fai, sei, e lo fa perché in qualche modo lo fa stare bene.
Se siamo sinceri ciò che ci porta ad aiutare non è il benessere di chi riceve il nostro aiuto ma ciò che riceviamo noi ogni giorno.
Come nella beneficienza, ci fa stare bene sapere di aiutare qualcuno.

Tutta la vita, il lavoro, può essere inteso così: essere più Grandi, abbastanza da non trattarsi solo di noi. Andare oltre. Impatto. Differenza.
Pensare di poter cambiare il mondo

Avere uno scopo è nutrirsi a colazione di Speranza.
E la speranza non è essere tanto ottimisti da credere che tutto puoi o può. Solo credere che ci siano le possibilità perché qualcosa cambi e perché tu ne sia il responsabile.
Fare felice un cliente, vedere il sorriso negli occhi di tuo figlio, ricevere un grazie da uno sconosciuto, sapere di aver cambiato il mondo.

Grande è smetterla di pensare in numeri e risultati, grande o piccolo, locale o mondiale, virale o per pochi.
Grande è solo l’intenzionalità. Lo scopo.

E questa è ancora una vecchia storia.

È la storia del tizio che se ne stava in riva, ad un passo dal mare, occupato come a fare la cosa più importante del mondo. Ed in un certo senso lo era.
Una ad una, prendeva una stella marina e la gettava in mare. Tin, clop. Tin, clop.
Ed è la storia dell’altro tizio, quello intelligente che si stupisce di quanto gli altri possano essere stupidi, di quanto fatichino a capire e realizzare.
Questa è la storia. Del tizio furbo che chiese a quello stupido cosa pensasse di fare.
“Ci sono milioni di stelle marine solo in questa spiaggia. Cosa pensi di fare?”
“Provo a salvarle.”
“Si una, cento, forse perdendoci la giornata anche mille…ma non fa differenza”
Ed è la storia del tizio stupido che a sentirsi dire stupido ne prese una, la guardò come in faccia e la gettò in mare. È la storia del tizio che disse a quello intelligente “Chiedilo a quella se non fa differenza.

Ma la vera differenza, dovremmo saperlo, è che quel tizio stupido era felice.
Questa è la storia: la mia, la tua, la nostra.

La differenza non è tutto ma qualcosa in più, fosse anche un granello di sabbia aggiunto o spostato nel deserto. La differenza è incremento, una pacca sulle spalle, una parola amica, un like, una vecchietta scortata sotto braccio, la buonanotte a tuo figlio anche se ti ha fatto incazzare. Fa differenza, tutta la differenza del mondo.

Questa è la storia. Questo è il momento.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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