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Grazie (tuo nome), ma la tua principessa è in un altro castello

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Ho provato a battere il cattivo più e più volte. Sono letteralmente impazzito cercando di capire come riuscire a mandarlo al tappeto. C’ero, c’ero quasi ogni volta.

Poi qualcosa andava storto.
Un dettaglio, una frazione di secondo, un colpo che bisognava vederlo alla moviola e scattava quella musichetta del game over. Avevo quasi sempre un’altra vita ma ho messo a dura prova la mia pazienza. Più di una volta ho rischiato di mandare in frantumi il televisore.
Ma la cosa più svilente è stata riuscirsi. Vincere ed accorgersi che non hai vinto nulla.

Mi spiace Mario ma la tua principessa è in un altro castello. Grrrr…

Sono passati molti anni, ed ho spesso ripensato a quella scena, a quei pomeriggi su una sedia contro creature strane ed in cerca di superpoteri. Sinceramente? Mi mancano quei pomeriggi.
Devo essere davvero sincero? Per tutta la mia vita non ho fatto che quel gioco, anche se non c’era più la sedia posta davanti al televisore, non c’era più il filo che non ti permetteva di allontanarti troppo. Non c’era più la console e sembra non ci fosse più nemmeno il gioco.
Eppure, in quasi tutto ciò che ho fatto e continuo a fare ci sono sempre gli stessi ingredienti, le stesse scelte da prendere.

I soldi
Da bambino andavo veloce e non mi preoccupavo di raccogliere tutte le monetine. Poi ho capito che averne ti dava alcuni vantaggi, come avere una vita in più. Ed ho iniziato a fare attenzione. Ripetevo alcuni livelli solo per qualche monetina e solo per il gusto di combattere avendo sempre un’altra chance.

Le droghe
È una cosa perversa ma Mario si riempie di funghi ed altre cose strane. A volte deve, a volte vuole. Come noi. Di sicuro come me.
Fuori dal gioco ho bisogno di fumare diverse sigarette prima di svegliarmi completamente, se sto scrivendo o se sono alle prese con un cliente importante.
Altre volte ho solo voglia di una birra per allentare la tensione. Oppure si tratta di like, dell’approvazione del mondo intorno o di una pacca sulle spalle.
In generale abbiamo sempre bisogno di un aiuto.

Essere una stella
Ci sono momenti in cui ti senti invincibile. Vai volontariamente incontro agli ostacoli. Mi succedeva quando prendevo una stella nel gioco, mi succede ancora oggi. La cosa paradossale della storia è che ogni tanto non sei più invincibile ma vinci uguale.
Ogni tanto finiva la stella ma ero così determinato da filare liscio. Succede anche oggi.
Oppure ci pensi così tanto (alla mancanza della stella) da sentirti insicuro in tutto ciò che fai.

La forza delle debolezze
Di questi tempi bisognerebbe giocare di più a Mario. Tutti gli altri sono più grossi ed organizzati di te. Il tuo concorrente è Amazon o Zara o Starbucks. Però come nel gioco, certe cose riescono meglio a quelli piccoli.

Le scorciatoie
Una lezione triste: quando la sfida sembra impossibile puoi sempre aggirare l’ostacolo. Puoi infilarti nel tubo o passare sotto al drago che spura fuoco. O a quei cazzo di esserini che ti lanciavano martelli come non ci fosse un domani.
Purtroppo è vero anche nella vita ma con il tempo ti rendi conto che non ne vale la pena.

La principessa sbagliata

La nostra principessa è in un altro castello…

E poi c’è quel momento in cui arrivi a destinazione e ti rendi conto che tutto ciò per il quale hai rischiato e lottato non vale niente, o non era ciò che volevi davvero.
Qui puoi lanciare il telecomando o andare avanti. E fartelo persino piacere.
Questa è la scena che preferisco. Quando ti dicono che la tua principessa è in un altro castello.

E pensandoci bene, questo è il nostro mondo. Il mondo digitale, la crisi, il nuovo mercato. Chissà la vita!
Per la maggior parte delle persone, oggi ci sono meno soldi e più problemi. Da una parte sembra che possiamo fare tutto, dall’altra che non ci riesca niente e sia tutto così complicato. E precario!

Ti sei laureato > ma non c’è lavoro
Hai finalmente ottenuto un lavoro a tempo indeterminato > ma non c’è più niente di indeterminato
Hai scritto un libro senza aspettare l’editore che ti dia il permesso > ma adesso tocca venderlo
Hai fatto un blog, un sito > ma è solo l’inizio
Hai trovato la tua storia > ma ora devi andare in giro a raccontarla
Stai leggendo queste righe > ed ora?

Come si gioca nel nuovo mercato (e nel nuovo mondo)?

Che la vita sia un continuo divenire, panta rei, è roba vecchia. Però la nostra generazione (inteso come chi vive oggi) ha più diritto e consapevolezza della continua corsa.
Ogni vittoria sembra meno incisiva di 20 o 30 anni fa. Ogni conquista è semplicemente un passo avanti.

Il modo per vincere nel nuovo mercato è probabilmente avere pochi obiettivi, o poco rigidi, e godersi il gioco.
Andare piano, guardarsi intorno, raccogliere le monetine ma entusiasmarsi pure a rompere qualche mattoncino inutile. Accettarsi piccoli e grandi, deboli e forti.

Entusiasmarsi perché siamo ancora in gioco. Ogni giorno. Nonostante tutto.

La nostra principessa è in un altro castello? Chissenefrega.
A noi ci interessa giocare.
Essere in gioco, ogni giorno.

Ti- ti –t i tiitti- ti…

 

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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