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I problemi servono! (mettiamoci l’anima in pace e cerchiamo di goderceli)

Due cose a proposito dei problemi: siamo noi a crearli, ne abbiamo bisogno. E il secondo punto potrebbe essere quello più vero.

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Le nostre vite sono piene di sfide. Lottiamo con problemi personali come stress, ansia, depressione, insicurezza, dipendenza e preoccupazioni per la nostra salute, i soldi, la pensione che percepiremo o non percepiremo, il nostro futuro. Sono problematiche le relazioni con gli altri: con partner, fornitori, clienti, datori di lavoro ma spesso anche con gli amici e con la famiglia. E ancora problemi derivano dalla società che ci circonda, sotto forma di crimine, violenza, problemi economici, pregiudizi, discordia politica, terrorismo e questioni ambientali.

Problemi, problemi ovunque. Eppure, sfuggono quasi sempre due considerazioni: la maggior parte se non la totalità dei problemi (vedi elenco sopra) sono causati o prevedono la partecipazione dell’uomo, la maggior parte prevedono la nostra responsabilità.

Da un altro punto di vista invece si possono dire due cose: siamo noi a crearli, ne abbiamo bisogno. E il secondo punto potrebbe essere quello più vero.

Risolvere problemi è un piacere selvaggio, e noi siamo nati per questo.
(Thomas Harris)

Sì, i problemi non possono mai mancare

Da un punto di vista storico, c’è un esempio interessante che racconta come la loro presenza sia inevitabile. Il presepe che conosciamo tutti (rappresentazione della nascita di Gesù) è uno schema di iniziazione che risale all’epoca di Francesco d’Assisi, quindi all’incirca 800 anni fa. Tra i vari personaggi presenti, c’è la famosa coppia del bue e dell’asino. Bene, che cosa rappresentano in quel contesto?

Tra le svariate interpretazioni, una è particolarmente affascinante in quanto sostiene che il significato simbolico del bue ricorda la dea egiziana Hathor (che protegge gli ‘iniziati’), mentre quello dell’asino ricorda il dio Seth (che intralcia gli iniziati). Quindi, nel processo iniziatico di ogni persona, servono tutti e due gli elementi poiché uno aiuta a superare gli ostacoli ma l’altro li deve prima creare.

Più grande l’ostacolo, più grande il successo

L’economista indo-americano Ravi Batra dice che “più grande è l’obiettivo, più grande è l’ostacolo, mentre più grande è l’ostacolo e più grande sarà il successo”.

Prima di poterci gustare le nostri soddisfazioni personali, abbiamo tre grandi sfide mentali da superare, banali solo apparentemente.

1. La capacità di saper accettare gli ostacoli.
2. La volontà di superarli.
3. L’abilità di essere pronti a incontrarne di nuovi.

Concretamente parlando, che cosa possiamo fare nello specifico quando ci troviamo di fronte quello che ha tutta l’aria di essere un ostacolo?

Una questione di posizionamento

La capacità di superamento presuppone alcuni presupposti essenziali:

• una direzione da seguire.
• una visione sufficientemente chiara della meta che si vuole raggiungere.
• la consapevolezza del valore di quella meta per noi.
• la perseveranza nelle azioni di miglioramento che metteremo in atto.

Quello che però viene spesso sottovalutato è il nostro posizionamento, inteso come punto di osservazione da cui guardiamo l’ostacolo. Se il problema è ancora centrale, potrebbe essere intelligente farci aiutare a osservare da un’altra posizione. Questo può significare metterci in un ‘luogo nuovo’ che è costituito da un insieme di abitudini e pensieri, dove cominciamo a dare meno importanza a situazioni, condizioni, eventi o persone che ci stanno facendo soffrire.

Steven C. Heyes, professore di psicologia dell’Università del Nevada, afferma che, per ognuno di noi, rimane fondamentale riflettere consapevolmente su due punti essenziali:

• ciò che ci interessa realmente nella vita.
• il modo in cui vogliamo ‘stare’ in questo mondo.

A questo punto, diventa essenziale identificare quali sono i valori che ci sono più vicini e più affini, oltre a organizzare i nostri comportamenti attorno ad essi.

L’arte di risolvere problemi (allenarsi)

Gli ostacoli a volte possono essere rappresentati anche da nostri fallimenti. Eventi che sono già avvenuti ma che continuano a condizionarci negativamente a livello mentale o emotivo.
In questi casi, esistono quattro allenamenti che possono tornare molto utili.

Fare un’auto-valutazione della situazione in cui siamo
Domandarci sinceramente se, nella situazione dolorosa in cui ci troviamo, che cosa esattamente ci fa sentire nel modo in cui ci sentiamo.

Riscrivere il futuro
In un momento di tranquillità, provare a raccontare a noi stessi una storia diversa. Immaginarci e raccontarci l’epilogo sperato come se l’ostacolo fosse già stato superato. (da soli e a voce alta, va benissimo).

Tracciare i confini
Abituarci a dire di ‘no’ agli altri, se questo comporta il rischio di riportarci in quelle situazioni che – anche solo potenzialmente – possono farci vivere emozioni negative.

Prenderci la responsabilità delle nostre azioni (non di quelle altrui)
Imparare a prenderci la responsabilità di ciò che rientra nel nostro cerchio di azione. Non in quello degli altri.


Libro consigliato: Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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Climate change: dove sta il problema?

L’emergenza climatica ci fa pensare che un giorno il nostro Pianeta potrebbe essere incompatibile con la vita umana e che quindi la Terra non esista solo per noi.

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tornado mare isola

Ormai da tempo si parla di Climate Change (Cambiamento Climatico o Emergenza Climatica). Le stagioni non sono più quelle di una volta ed è necessario essere pronti agli imprevisti: l’estate può essere fredda e piovosa, l’inverno tiepido e secco.
I guardaroba “4 stagioni” sono passati di moda e hanno lasciato il passo a quelli “1 stagione”.

Chi pratica l’arte di preparare il nocino in casa lo sa meglio di tutti (per chi non lo sapesse, il nocino è un liquore a base di noci). Un tempo si diceva che dovevi raccogliere le noci il giorno di San Giovanni, 23 giugno, se volevi che fossero tenere abbastanza per essere lavorate. Da alcuni anni ormai, però, se attendi fino a quel giorno per raccoglierle, ti ritroverai con noci legnose, inutilizzabili. Devi capirlo tu quando è il momento giusto. Profumo, consistenza, dimensioni… sono questi i parametri che devi valutare di persona se vuoi le noci giuste per fare un ottimo liquore.

Qualche hanno fa potevi programmare le tue attività sul calendario (così dicono!).
Adesso devi uscire di casa, guardarti attorno e programmare in base al clima che c’è, piuttosto che a quello che dovrebbe esserci.

Climate Change: il problema è la paura.

Climate Change: non ci sono più le stagioni di una volta

Il Climate Change è una costante

Se mi guardo indietro ho l’impressione che il clima tuttavia non sia mai stato “regolare”. Ci sono state le estati fredde e quelle calde, gli autunni primaverili e le primavere autunnali. I più anziani me ne danno conferma.

Certo, oggi è tutto più “accentuato”. I cambiamenti sono più rapidi ed estremi e tali devono essere i nostri adattamenti. Nell’epoca del Climate Change, la giacca migliore è quella che tiene la pioggia e il vento, ma non fa troppo caldo.

Il clima sul pianeta Terra è sempre cambiato e per quanto ne sappiamo continuerà a cambiare. Tale cambiamento è stato la somma di un ripetersi ciclico di determinate condizioni (le stagioni) e di un evolvere lineare da un’unica immensa distesa d’acqua ad un puzzle di terre emerse e oceani, come osserviamo oggi.

Grazie a questo costante mutare il pianeta Terra ha potuto essere teatro di scenari di vita diversissimi: batteri, dinosauri, scimmie. Poi siamo arrivati noi, gli esseri umani.

Oggi, sappiamo con certezza che se il clima non fosse cambiato al ritmo a cui è cambiato, noi esseri umani non saremmo mai “arrivati”.

Il problema è la paura che il Climate Change vada oltre

Dunque, dal momento che il cambiamento climatico è da sempre una costante su questo pianeta, dove sta il problema se il clima continua a cambiare?

Mi permetto di avanzare un’ipotesi.

Il problema è che quando il clima cambia, nuove forme di vita diventano possibili, ma vecchie forme di vita diventano non più possibili. Quando chi si estingue sono i dinosauri siamo tutti tristi perché sarebbe stato spettacolare vederli correre liberi in una riserva naturale, ma quando a rischiare di estinguersi siamo noi esseri umani, la cosa non ci attrae più così tanto, anzi, ci terrorizza.

L’idea di una Terra tutta per noi

Impauriti dalla prospettiva di una fine, noi esseri umani ci siamo costruiti un’idea, che il pianeta Terra avesse attraversato lunghe e delicate trasformazioni per giungere ad una condizione ideale per la nostra sopravvivenza.

Freddo, ma non troppo per degli animali senza pelliccia;
caldo, ma non troppo per degli animali ricoperti da un sottile strato di pelle;
umido, ma non troppo per animali privi di squame;
secco ma non troppo per animali fatti per il 70% di acqua.

E questi animali eravamo noi.

Nella nostra idea, il clima era evoluto attraverso fasi successive per un giungere ad un clima perfetto e definitivo, in cui potesse vivere l’essere più perfetto della storia del pianeta, ossia l’essere umano. Tuttavia, questa idea non è mai stata il frutto di osservazioni scientificamente rigorose. è stata l’emanazione di un’altra idea ossia che noi umani fossimo il punto di arrivo della storia del pianeta Terra.

Climate Change: viviamo come se la Terra fosse solo per noi

La Terra solo per noi

L’illusione di una Terra tutta per noi

Non ci comportiamo come se noi fossimo gli esseri viventi più evoluti di tutta la storia passata, presente e futura del pianeta Terra?

Davanti al cambiamento climatico non ci troviamo allibiti e costretti a vagare alla ricerca di una causa che giustifichi questa  folle rivoluzione climatica che mette a rischio la vita di noi esseri umani su questo pianeta? Non ci ritroviamo ad escludere a priori l’ipotesi che anche noi, come i dinosauri, potremmo essere solo una tappa e non un punto di arrivo?

Se accettiamo l’ipotesi che la Terra avesse come scopo quello di dar vita a noi e poi stabilizzarsi per mantenerci, il cambiamento climatico ulteriore che stiamo vivendo deve essere per forza l’opera di un folle.

E dal momento che non si trovano esseri più folli di noi in circolazione, rimane solo l’ipotesi del tentato suicidio.
È l’essere umano che sta mettendo in pericolo la sua stessa esistenza. E come lo farebbe? Assecondando se stesso: le invenzioni, l’urbanizzazione, il progresso. Tutto quello che più ci distingue dagli altri esseri viventi sarebbe benzina sul fuoco del cambiamento climatico.

Al banco degli imputati: ognuno di noi

Chi beve nel bicchiere di plastica è colpevole, così come chi mangia carne, chi non fa la raccolta differenziata, chi vola in aereo, chi non fa jogging, chi compra e produce vestiti con fibre sintetiche. Tutti siamo colpevoli: chi produce e chi consuma.

Tuttavia, vivere una vita da colpevoli sembra più dura del previsto. Studiare il cambiamento climatico è appassionante, ma quando ti rendi conto che più sappiamo, più siamo colpevoli, la scienza diventa quasi odiosa.

Ognuno di noi infatti a questo punto sembra avere solo due possibilità di scelta: passare dalla parte degli innocenti e mettere la parola fine a tutti i comportamenti “suicidari” o rimanere dalla parte dei colpevoli e continuare a godersi irresponsabilmente la vita.

Nessuna delle due scelte, però, sembra garantire che la Terra decida di smettere di cambiare clima e non diventi pian piano inospitale per il genere umano.

Cosa accadrebbe se smettessimo di cercare il colpevole del Climate Change?

Come venire fuori da questa situazione di stallo?

  1. Immaginiamo per un attimo di abbandonare la ricerca del colpevole e di assumere che non è certo che la Terra sia fatta per noi.
  2. Riconosciamo che una cosa soltanto è certa, in quanto verificabile da tutti: più noi cerchiamo di resistergli, più il clima diventa ostile.
  3. Sorridiamo davanti al fatto che ci comportiamo come se il cambiamento fosse una disfunzione della vita sulla Terra, pur se studiamo fin dalla scuole che il cambiamento è una funzione di quella stessa vita.
  4. Facciamoci questa strana domanda: se decidessimo di sfruttare il cambiamento climatico piuttosto che resistergli… che cosa faremmo di diverso nella nostra vita di tutti i giorni?

Più ci vestiamo pesante, più la Terra ci appare fredda.
Più diserbiamo, più le erbacce ci appaiono resistenti.
Più ci chiudiamo in casa, più quando usciamo vediamo il mondo cambiato.
Più utilizziamo mezzi di trasporto, più il suolo ci apparirà duro e scosceso.
Più isoliamo le nostre attività dalla Terra, più la Terra ci apparirà un ostacolo piuttosto che una risorsa.

Sarei proprio curioso di sapere cosa faresti di diverso tu, se un giorno smettessi di resistere alla Terra!

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