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Il magico potere del “ma chi l’ha detto?” (per combattere il “si è sempre fatto così”)

Non si tratta di maleducazione ma di rivendicare la nostra strada. Una strada che non è quasi mai quella di chi ci ha preceduto. Non per forza.

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Non è più il tempo del “Si fa così perché si è sempre fatto”, è piuttosto il tempo del “Ma chi l’ha detto?” (Leonardo Previ).

A ben pensare la mia generazione e forse anche quella dopo la mia, è cresciuta seguendo il “si fa così, punto”. Ed in effetti poche domande e discussioni, testa bassa e così si faceva. Si faceva come si era sempre fatto. Scuola, lavoro nell’azienda di famiglia o in un’azienda che assicurava il posto fisso, mettere da parte i soldi per metter su famiglia, comprare la casa, l’utilitaria e via così.

Quasi che tentare di replicare con “sì, ma…” fosse un’imprecazione così offensiva che rischiavi una sbottata o un man rovescio.

Con quel “sì, ma…” volevo solo aprire nuovi spiragli, trovare diverse strade, cercare soluzioni alternative, eppure niente, dal “si fa così perché si è sempre fatto” non pareva esserci via di fuga.

Crescendo invece ho compreso che questa frase era una sorta di tradizione che si tramandava di padre in figlio e che uscire dalla tradizione poteva essere visto come una mancanza di rispetto per chi era più anziano o per chi attraverso certe situazioni già c’era passato e aveva deciso che la sola modalità per venirne fuori era quella del si fa così. E ripercorrendo la storia dell’evoluzione umana ne ho avuto conferma.

Con tutto il rispetto, i tempi sono decisamente cambiati. Questo non significa che non si debba più portare rispetto per, ma semplicemente che si può mettere in discussione la frase del “si fa così” e replicare con “ma chi l’ha detto”.

“Ma chi l’ha detto?” è potente

Un po’ perché sembra una di quelle frasi ad effetto per fronteggiare a testa alta l’autorità di turno (genitori, insegnanti, capi…), un po’ perché credo che questa espressione apra a nuove possibili risposte o a diverse domande, quindi a nuovi scenari tutti da scrivere.

D’altronde, il progresso è più che altro merito del “ma chi l’ha detto” che ha consentito all’homo sapiens di farne di strada, di scoprire, di essere curioso, di uscire fuori dalle righe, di colorare fuori dai bordi del foglio, di sperimentare.

Senza il “ma chi l’ha detto?” probabilmente non ci sarebbero stati Einstein, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Dante, Giotto solo per citare alcuni grandi nomi e ai giorni nostri non ci sarebbero Bill Gates, Elon Musk, Steve Jobs, Versace e tanti altri e tutti coloro che in grande od in piccolo cercano di dar voce a questo “ma chi l’ha detto” per creare qualcosa di nuovo.

Il mondo è molto cambiato da quando ero piccola. Non solo perché la tecnologia ha consentito di essere connessi in tempo reale con qualunque realtà del mondo, ma soprattutto perché pare esserci un forte risveglio di consapevolezza, di necessità di dare senso e significato alla propria vita e magari anche a quella di chi ci sta vicino o di chi ci segue.

C’è quasi urgenza di fare in modo che la propria vita coincida con il lavoro che piace, che appassiona. Quasi che restare fissi ed immobili nel già visto, sperimentato e conosciuto sia come quel paio di jeans troppo stretti che è tempo di metter da parte per indossare qualcosa di più comodo, non più costoso, solo più comodo, che ci consenta così maggiore libertà di movimento e una certa sensazione di felicità.

Questo passaggio da essere homo sapiens a divenire homo sapiens sapiens, lo descrive molto bene Simon Sinek.

“Dire che era un brutto ambiente era poco. Era il posto peggiore in cui si potesse vivere. Incredibilmente pericoloso. Non c’era riscaldamento per l’inverno, figuriamoci l’aria condizionata per l’estate. Non c’erano supermercati; gli abitanti dovevano nutrirsi di quello che trovavano oppure andare a caccia. In quelle condizioni, sopravvivere era una preoccupazione concreta. Ogni giorno, ogni momento, poteva presentare dei rischi. Di andare a scuola o trovare un lavoro non si parlava nemmeno. Non c’erano aule scolastiche, né ospedali. A dirla tutta, lavoro non ce n’era per nessuno. Proprio nessuno. Per la semplice ragione che non c’erano aziende. Non c’erano nemmeno le nazioni. Queste cose erano ancora al di là da venire; a quei tempi non ci pensavano nemmeno.  Non è un’ambientazione post apocalittica alla Mad Max. Stiamo parlando del mondo com’era cinquantamila anni fa, quando l’uomo moderno, Homo Sapiens, muoveva i suoi primi passi sul pianeta. È da lì che veniamo”.

Alla luce di questa visione dei nostri inizi si può dire che di strada l’uomo ne ha fatta. E credo che oggi dovremmo ringraziare questi antenati e tutti i geni che si sono susseguiti nel percorso di evoluzione della specie e del mondo in cui viviamo perché hanno avuto il coraggio di passare da “si fa così perché si è sempre fatto” a quel “ma chi l’ha detto” che adesso nel 2018 ci fa avere ed essere tutto ciò che possediamo e siamo.

L’eredità che ci resta tra le mani ha un peso notevole. Un’eredità che non parla di predominio, di successo sfrenato, di prevaricazione ma un’eredità molto più umana che sappia parlare il linguaggio della cooperazione, dell’interdipendenza, dell’essere appartenenti ad un gruppo coeso.

Solo così potremmo essere degni di essere definiti homo sapiens sapiens.

Uomini buoni, uomini che fanno strada, uomini che hanno una “vocazione sociale, la cui sopravvivenza e il cui benessere dipendono dall’aiuto degli altri” (S. Sinek).

Narratrice ~ Ghostwriter Scrivo per capire. Scrivo per ricordare. La mia vita è scandita da tre parole, che sono molto più di semplici parole: carta, penna ed emozioni. E lungo il mio viaggiare non manco mai di prendere tutto ciò che incontro, anche sassi ed imprevisti all'occorrenza. Ogni domenica puoi leggere di me e sua maestà Open il gatto sulla rubrica "OpenZen" di purpletude.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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