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L’animale imprevedibile (e dove trovarlo)

L’essere umano è capace di affrancarsi dal suo istinto e di scegliere come agire. Questo lo rende imprevedibile ma al contempo gli permette di creare dei sistemi sociali unici nel mondo animale.

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L’essere umano è il re in quanto può scegliere di fare una variazione sui programmi. Agli altri esseri viventi questo non è concesso.

Immaginate!

Una fila di animali se ne sta seduta comoda comoda in una radura. Asseconda l’istinto: a riposare e attende che emerga l’istinto a cacciare o scappare. Questa è la vita in natura. Prede che scappano e predatori che rincorrono.

Arriva un essere umano e gli animali lo riconoscono subito. Per quale motivo?

È semplice: non risponde all’istinto, ma lo interpreta. Di volta in volta decide come rispondere agli stimoli. Ed è questa sua “autorevolezza” rispetto all’istinto che lo rende temibile e rispettato da tutti gli animali. L’essere umano è il re, in quanto può scegliere. Può scappare davanti ad un lupo o decidere di aggredirlo mettendolo in fuga. Può aggredire una pecorella o decidere di coccolarla come una figlia. Il modo in cui deciderà di interagire con il resto del mondo è da scoprire di volta in volta.

Un osservatore esterno al mondo degli esseri viventi potrebbe dire che gli animali rispondono alla vita e non possono fare altrimenti, gli esseri umani, invece, possono rispondere, ma non sono obbligati. E soprattutto possono rispondere in tanti modi diversi o inventare ogni volta un modo nuovo.

Riflettiamo!

L’essere umano si ripete, ma non è mai uguale a se stesso. Anche se fa le stesse cose, le fa sempre in modo leggermente diverso. Abbastanza diverso da essere imprevedibile agli occhi degli altri animali.

Ogni animale tende a correre secondo lo stile che gli è proprio. Ogni essere umano, invece, corre in modo sempre diverso. Lo stile che sceglierà dipende da cosa gli passa per la testa. Può avanzare a lunghe falcate come un ghepardo oppure compiere passi brevi e fitti come un roditore. In entrambi i casi può muoversi velocemente, ma con stile decisamente diverso.

E cosa rende l’essere umano capace di affrancarsi dal suo istinto e scegliere come agire?
Molti hanno riflettuto e riflettono su questo tema. La teoria più convincente sostiene che la capacità di domare l’istinto risieda nella neocorteccia cerebrale. L’uomo doma l’istinto perché ha una neocorteccia.

Pensateci!

Tutti gli animali cambiano in quanto di generazione in generazione si evolvono. L’essere umano cambia anch’esso, ma ad un ritmo più accelerato, in quanto di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto amplia i suoi orizzonti. L’animale evolve, l’essere umano dilaga. L’animale sostituisce abitudini vecchie con abitudini nuove. L’essere umano aggiunge possibilità di scelta.

Tutti gli esseri viventi cambiano e trasmettono il cambiamento ai propri figli, grazie al DNA.
I lupi sono lupi da generazioni, ma ad ogni generazione sono lupi diversi, più adatti alla vita su questo pianeta. Il lupo che oggi impara una lezione dalla vita, la scolpisce nei suoi geni e ne dona copia ai suoi figli. Quando i piccoli nascono, la novità fa già parte del loro istinto. È il principio dell’evoluzione.

La stessa cosa accade a noi esseri umani. Anche noi trasmettiamo le lezioni apprese alla nostra prole tramite il DNA, e così ci adattiamo, ossia ci evolviamo. Tuttavia, ci distinguiamo dagli animali per un aspetto: trasmettiamo le lezioni apprese “anche” subito, senza dover attendere il passare delle generazioni. Impariamo un nuovo comportamento, lo raccontiamo agli altri e gli altri lo fanno loro. Semplice e rapido. Dilagante!

Il DNA di un quarantenne (ad esempio il mio) è lo stesso di quando era bebè, ma la sua espressione è cambiata. E soprattutto quello che è mutato è il modo in cui il quarantenne percepisce e reagisce alla realtà. Stessi occhi, ma diverse visioni. E tutto questo avviene grazie alla neocorteccia cerebrale.

Per ospitare questa espansione di capacità pensante, migliaia di anni fa l’essere umano ha cominciato ad ampliare la sua fronte. Da stretta e angusta l’ha resa spaziosa e accogliente. La materia grigia si è ampliata e la capacità di calcolo è aumentata.
Piano piano abbiamo maturato una struttura adeguata a ponderare, confrontare e infine decidere come percepire e agire nella realtà. Fatte le esperienze abbiamo poi trovato utile e piacevole raccontarle, affinché altri ne facessero uso per aumentare le loro possibilità di scelta. E la società umana è diventata la società più intelligente tra tutte le società animali.

L’essere umano lo riconoscono subito tutti: perché anche se si ripete non è mai uguale a se stesso. Anche se fa le stesse cose, le fa sempre in modo leggermente diverso. Abbastanza diverso da essere per gli altri animali prevedibilmente imprevedibile.

Anche questo è #gowild.

 

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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