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Il problema non è bilanciare vita e lavoro. Il problema è il lavoro

Sino a quando non capiamo che cosa sia il lavoro non possiamo pensare di equilibrare vita e lavoro. Anche perché di vita, in migliaia di anni, bisogna ammettere non abbiamo capito così tanto.

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Pensare di dividere vita e lavoro come fosse la differenziata non è soltanto utopico ma porta a pensare in modo completamente sbagliato. Come ha osservato di recente John Coleman, coautore di Passion & Purpose, ci si ostina a consigliare come equilibrare l’una e l’altra cosa senza mai riuscire a definire cosa è un lavoro buono e cosa si intenda per una vita buona. L’assunto principale continua dunque a essere che le cose che contano davvero sono quella “della vita”, quelle “fuori dal lavoro”.

Con una narrazione di questo tipo risulta difficile orientarsi nel mondo del lavoro. Un mondo che è completamente stato rivoluzionato nei fatti e poco nelle idee. Tre su tutte: il lavoro è noioso, il lavoro noioso fa schifo, il massimo nella vita è fare il lavoro che ami

  • Il lavoro è noioso

Lo abbiamo imparato intorno ai 5 o 6 anni, passando dall’asilo, o da casa, alla scuola elementare. Lì ci hanno detto che non si trattava più di fare disegnini e oggetti con la plastilina ma ci toccava lavorare. Non credo di essere l’unico ad avere avuto maestre e maestri usare letteralmente “lavorare” parlando dello studiare storia o geografia. Anche i genitori contribuiscono a questa narrazione, raccomandando di metterti sotto con lo studio, che con lo studio non si scherza e che “adesso sei grande” – anche se non sei ancora entrato nell’età della pubertà. Il termine lavoro per indicare qualcosa di noioso o un dovere è talmente insito e radicato da non essere messo in discussione – come fai a metterlo in discussione a 6 anni? – ed è causa di intere generazioni di pseudo calvinisti veramente frustrati.

  • Il lavoro noioso fa schifo

L’altra caratteristica che ci insegnano sin da piccoli è che il lavoro noioso fa schifo. Nel senso che è normale sia così. Non c’è da trovare il lato buono o indorare la pillola come diceva Mary Poppins. C’è da saperlo, metterci una croce sopra, lavorare.

Farsi il letto, sistemare la stanzetta, fare i compiti. Fa schifo ma devi farlo. È il tuo dovere e spesso è l’indice per eccellenza che definisce il bravo e cattivo bambino – “è così bravo… fa sempre i compiti…” Di contro ogni qual volta un bambino è invece animato da passione per fare i compiti o sistemare la stanza viene esibito come strano e anormale. “Non ci crederai ma mio figlio/a…”

Nota: Mentre si parla di ridurre gli orari di lavoro, si fantastica su giornate di sole 6 ore lavorative, i bambini lavorano in media, tra aula e compiti, circa 9 ore al giorno!

  • Il massimo della vita è fare il lavoro che ami

E poi si racconta che alcuni invece abbiano il vergognoso culo di fare un lavoro che amano. Un’eccezione che conferma la regola. Un qualcosa non tanto al quale aspirare ma un’eventualità, un lusso, riservato a pochi.

L’effetto più probabile di un’idea del genere è:

– Rafforzare l’idea che il lavoro in generale fa schifo

– Tormentarsi perché non sei tra i superfortunati che fanno (per caso) il lavoro che amano

“Fai il lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua”. Ovvero: se sei fortunato nel fare il lavoro che ami, non lavorerai un giorno in vita tua… perché di norma il lavoro fa schifo.

La trappola del lavoro felice

Se pensi alla ricerca della felicità e ti viene in mente Will Smith è esattamente questo il problema. Un messaggio completamente sbagliato che ci stordisce come una modica dose di erba, ci fa sembrare di aver trovato la soluzione e ci culla invece nella mediocrità e nella tristezza.

Andiamo velocemente al film: come il protagonista trova la felicità?

I passaggi sono più o meno i seguenti: Lavoro da schifo > problemi di soldi > lavoro fantastico > un pacco di soldi > risoluzione problemi > felicità.

E come si avvia tutto questo? Qual è la leva? Il protagonista che passa davanti Wall Street e vede un’auto lussuosa parcheggiata. Chiede: “cosa bisogna fare per potersela comprare?” La risposta da quel punto in poi sarà lo scopo.

Il messaggio a guardare bene è che soldi= felicità; lavoro che ti da un sacco di soldi = lavoro felice

Il protagonista aveva uno splendido rapporto con il figlio già da povero, in mezzo si separa dalla moglie, alla fine lo ritroviamo con il figlio (già felice squattrinato) e ancora separato dalla moglie. Cos’è cambiato? I soldi. Potremmo anche dire la realizzazione professionale ma non sappiamo quanto sia vero dato che alla base, la motivazione, si parte da un fattore economico e da un calcolo economico.

Il nostro problema si chiama LAVORO

Tornando all’idea dalla quale eravamo partiti, dovrebbe essere chiaro che il problema non sia coniugare vita e lavoro ma capirci qualcosa in almeno uno dei due ambiti, ambiti che in fondo sono sempre strettamente legati. Per sognare bisogna partire da presupposti precisi, concreti, appunto reali. Seguendo lo schema di sopra, le bugie, eccone alcuni che potrebbero esserlo.

Il lavoro è faticoso non noioso

Ho scritto queste righe con una certa quantità di fatica ma non direi di essere annoiato, anzi. Tutto ciò che facciamo presenta un certo livello di difficoltà e presuppone un certo di livello di impegno, sudore fisico e intellettuale. Nello sport capita di pagare volontariamente per questo genere di fatica. In altri ambiti, anche in quello amatorio, ambiamo alla fatica:)

La variabile è chiaramente il significato che dai a ciò che fai e non meramente ciò che fai. Se siamo annoiati nel lavoro potrebbe essere un problema (si dice che sia il problema tipico dei millennial) ma la fatica no, non è un fattore sul quale esprimere un giudizio.

La maggior parte delle persone fa un lavoro da schifo

(occhio a questo punto perché ci ritorniamo tra poco)

Il lavoro fa schifo, ci crediamo, perché la maggior parte delle persone è cresciuta con quest’idea radicata dentro. Forse per un periodo ha resistito, ha provato a cercare un’alternativa ma poi non trovandola ha abbandonato, ci ha creduto, è diventata official ambassador del lavoro come punizione e senza troppa gioia. Sono diventati cioè insegnati di altri allievi che hanno fatto lo stesso percorso.

Se fai il lavoro che ami lavorerai più che tutti i giorni ma lo vivrai in maniera diversa (e a volte farà schifo)

Mi piace sempre citare Marco Aurelio quando si chiede come mai alcune persone lavorano ininterrottamente per ore e non sentano neanche il desiderio e la necessità di staccare, mangiare, dormire. Chiaramente sono persone che amano il proprio lavoro. Ciò che non è chiaro – se non lo sperimenti – è che questo significa lavorare duramente, altro che non lavorare un giorno in vita tua.

Il popolo di imprenditori, freelance, delle partite iva, degli artisti, del tipo “amo il lavoro che faccio”, hanno problemi diversi da chi deve sottostare a un capo stronzo ma sempre di problemi si tratta. Non stacchi quasi mai perché non te lo concedi, il che è un’aggravante micidiale, soprattutto se hai una famiglia. Non ti rallegri più per un soldo incassato ma vuoi fare sempre di più. Non tanto perché sei un avido bastardo ma perché sei/diventi un perfezionista schifoso. L’amore per ciò che fai diventa anche l’incapacità di staccare. Una droga legale e della quale nessuno parla. Con buona pace di Confucio.

Perché crediamo che con il lavoro non ci sia speranza?

Prendiamo i due ultimi punti (il lavoro fa schifo + l’idea che ci vendono della felicità) e abbiamo quasi la soluzione: siamo sulla strada sbagliata.

Mettiamoci di mezzo la “crisi”, l’incastrarsi del periodo che va dal 2008 (recessione) e il cambiamento (digitalizzazione, confini nuovi, problemi nuovi) e il quadro è completo.

In tale contesto diventa chiaramente difficile se non impossibile uscirne alla vecchia maniera. Se giriamo in città sperando di capire come riuscire a mantenerci una villa con piscina o una Ferrari, l’esito più probabile è rimanerci male e diventare ancora più frustrati e pessimisti.

L’alternativa ci sarebbe. Sarebbe sganciarsi da tutte le idee a proposito di lavoro e provare a dare definizioni quanto oneste quanto efficaci.

Lavoro come sostentamento

Ogni tanto è da intendersi così. Per una volta salviamo la narrativa cristiana. Chi non lavora, non mangi. Lavori e anche se non ti piace, anche se è noioso o faticoso, stai mantenendo te stesso e la tua famiglia. Non è che tutti debbano avere lo start with why fiammante del quale parla Simon Sinek. Nel mondo della realtà si gode anche del fatto che tuo figlio possa mangiare ogni giorno, fare sport, studiare e fare una vita diversa. Non dico sia il massimo ma succede e non penso sia da condannare.

È un lavoro, non il lavoro.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Paul Graham li chiama percorsi e ne individua principalmente di due tipi.

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace. Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. O fare un lavoro che non ti piace inquadrandolo in un percorso a più ampio spettro, in un progetto futuro dove trovi significato.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza. Vista così, anche nelle situazioni non ideali, il lavoro non fa mai schifo. Non è mai privo di significato perché te lo stai creando.

(Può essere) slegato dai risultati

E qui veniamo al punto “nuovo”: il lavoro può e deve essere slegato dai risultati. Slegato cioè da quella produttività che sin ora ha sempre giustificato ingiustizie, noia, fatica, un lavoro da schifo.

Perché una persona non può dire di lavorare se scrive un blog? O se dipinge? O se cerca di rendere migliori, in qualunque legale modo, le vite degli altri? Perché insomma bisogna trovare sempre il codice ateco della storia?

Il fatto che il lavoro venga definito tale quando è riconosciuto dal mercato, è quel genere di cose sulle quali bisogna pensare in questo particolare momento. Una di quelle cose che abbiamo dato sempre per scontato ma in futuro potrebbe non essere così.

Si tratta, per dirla con Kacy Qua, di correggere il (nuovo/vecchio/vecchissimo) difetto del capitalismo moderno del quale parlavamo. Ne avevo parlato anche qui

Ciò è possibile chiaramente solo a patto di slegarsi dalle vecchie idee e da quell’auto fiammante parcheggiata all’angolo della strada. Raccontando e raccontandoci una storia nuova. Una storia che possibilmente includa almeno questi tre punti:

  1. Ciò che aggiunge valore alle persone, alla società, alla terra dovrebbe essere ritenuto lavoro. Sempre e comunque.
  2. Ciò che non aggiunge valore o che reca un danno alle persone, alla società, alla terra, dovrebbe essere compensato meno o addirittura penalizzato. E non considerato un lavoro plausibile.
  3. Chiunque svolga un ruolo prezioso per la società dovrebbe essere ricompensato e dovrebbe andare in giro orgoglioso del suo lavoro.

Raccontami ancora di come bilanci vita e lavoro

Più che di bilanciamento o integrazione, per dirla con Jeff Bezos , bisognerebbe invece sbilanciarsi. Sbilanciarsi nel senso di dare una rotta precisa alla propria esistenza, dunque al proprio lavoro, dunque alla propria Vita.

Perché il problema non è dividere le ore in maniera “buona” ma provare a vivere una vita buona. Il problema non è equilibrare vita e lavoro. Il problema è il Lavoro.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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