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Crescere

Il ritmo del cambiamento

Il cambiamento è prima di tutto un tentativo di correggere una situazione. Solo in seguito diventa qualcosa di razionale, di comprensibile. Forse per questo non tutti lo vivono alla stessa maniera.

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Quando vado in giro per i colli bolognesi in bicicletta, per la maggior parte del tempo non faccio altro che pedalare in salita e smettere di pedalare in discesa. Tuttavia, può accadere che all’improvviso mi si pari davanti uno strappo ossia un cambio di pendenza forte e imprevisto. Come se mentre pedalo al ritmo di God’s plan di Drake, improvvisamente in cuffia mi sentissi le note di Tzigane di Maurice Ravel. È una bel salto ritmico.

E per affrontare uno strappo non basta più che io pedali una pedalata dopo l’altra. In quei casi, devo cambiare marcia. Non per nulla usiamo il termine strappo, perché se lo voglio affrontare o mi strappo i muscoli o cambio rapporto.
Posso cambiare marcia, cambiare ritmo, cambiare posizione. Basta che io cambi qualcosa.

È in quei momenti che mi rendo conto che il cambiamento è prima di tutto un’esperienza emozionale correttiva, come sostiene la teoria del cambiamento, e solo in un secondo momento intellettiva.

Non cambio in quanto capisco, ma capisco in quanto cambio.

Quello che mi serve quando affronto lo strappo non è un sentire e agire diverso, ma un sentire e agire da capo.
Per un attimo spengo la teoria e attivo la pratica. Metto da parte i pre-supposti e vado di nuovo alla ricerca delle sensazioni. Lascio che queste penetrino dentro di me e siano loro a dettare il ritmo e la forma della mia pedalata. Faccio penetrare le sensazioni senza filtrarle per innescare reazioni non programmate.
E dopo un po’ che mi lascio sperimentare, ecco che improvvisamente comincio a sentire in me una nuova forma ritmica. Da fuori tutto è rimasto uguale, ma dentro di me qualcosa è cambiato. Prima dello strappo seguivo un ritmo. Durante lo strappo lascio che i beat si combinino in modo spontaneo, fino a quando un ritmo prende forma.

Un dilettante come me non ha scelta: davanti allo strappo deve incassare il colpo e sentire il limite. Devo sentire quanto la salita tira e quanto devo spingere per starle sopra in movimento. Non c’è ragionamento cosciente, ma pura interazione percettivo-reattiva.

Ciò che rende uno strappo tale, dunque, non è quanto tira, ma quanto tira diversamente.

Ho in mente alcuni strappi, strappetti di collina si intende.
Il tratto che li precede a volte è oggettivamente semplice, altre oggettivamente impegnativo. Tuttavia, quello che più è difficile da vivere non è la pendenza, ma il cambio di pendenza. La questione è che quando arrivo allo strappo, sto viaggiando con il pilota automatico. A volte sto persino pensando, mi sto guardando attorno, sto riflettendo.

E d’un tratto mi ritrovo dinnanzi allo strappo e in me sento emergere la scelta. Cambiare è un mestiere difficile!

Mi piace pensare al cambiamento come un momento composto da due fasi: la distruzione e  la costruzione. La prima dovrebbe essere tecnica e spregiudicata. Una stoccata dritta al cuore del vecchio sistema. Una sorta di STOP!
La seconda, invece, persistente, progressiva, implacabile. Un movimento costante di sovrapposizione di sensazioni e reazioni. Come mattoni, uno sopra l’altro, tutti leggermente sfalsati, per rendere la struttura compatta e resistente. Una roccaforte.
Presto verrà il momento di rimaneggiarla. Tuttavia, questo non è un buon motivo per accontentarmi di una costruzione fragile e provvisoria.

Come dice Giorgio Nardone “Anche il palazzo più imponente può crollare in un istante se minato nei punti giusti, ma per costruirlo sono necessarie fatica, pianificazione e tempi lunghi”.

Così quando affronto uno strappo in bici, so bene che la rottura del ritmo precedente deve essere istantanea, nessuna incertezza. Pena la perdita dell’equilibrio. È così che si finisce piede a terra. E ripartire in salita non è mai uno scherzo. A quel punto comincia la costruzione del nuovo ritmo, che può richiedere un tempo, in cui vago tra un pattern e l’altro. Accumulo esperienze. E poi ad un certo punto arriva la sensazione, un senso come di piacere. Così non mi resta che cavalcarlo e strutturarlo in me. Ho appreso un nuovo ritmo. Me lo godo, perché i colli bolognesi sono bassi e presto sarà il momento di romperlo e cercarne uno nuovo.

Anche questo è #gowild

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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