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La verità è che il tuo lavoro non ti piace abbastanza

L’infelicità al lavoro è un problema comune. Tutti ci siamo sentiti a un certo punto infelici nel nostro lavoro. Stanchi, stressati, svuotati, automi in cerca di significato o che arrivano a non chiederselo nemmeno. Di chi è la responsabilità? A volte anche nostra…

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La verità è che il tuo lavoro non ti piace abbastanza

Sicuramente qualcuno avrà riconosciuto qualcosa di famigliare nel titolo. E avrà pensato al film di Kwapis uscito nel 2009 “La verità è che non gli piaci abbastanza” che si basa su un concetto molto semplice quanto basilare nelle relazioni sentimentali: “Se ti vuole ti cerca, e se non ti cerca beh… allora vuol dire che non ti vuole!”.

Ovviamente questa non è una rubrica per cuori infranti, ma piuttosto per professionisti “in cerca”. In cerca di cosa è la parte interessante da scoprire.

C’è un concetto di fondo nel film ed è utile per chi sta pensando, considerando o anche solo non escludendo a priori l’ipotesi di un cambiamento professionale. L’importanza di riconoscere i segnali.

Può una commedia raccontare qualcosa del lavoro? Certo che si. In questo caso ci suggerisce in modo ironico a riconoscere i segnali, accettarli e non inventare fantasiose spiegazioni…

Gigi, la protagonista del film, una ragazza molto simpatica e un po’ ingenua, ha l’abitudine di fraintendere “i segnali dell’amore”, ovvero di confondere una banale frase di circostanza con una dichiarazione appassionata creando equivoci a non finire coi suoi partner.

Quando si parla di lavoro rischiamo spesso di fare errori simili.

Ovvero di relegare una palese e costante sensazione di insoddisfazione, infelicità, addirittura frustrazione a un innocuo e passeggero stato di stress. Giorno dopo giorno, ci ostiniamo a non voler accettare quei segnali che ormai sono diventati voci assordanti, insistiamo nel volerli ignorare o peggio ancora zittire con dei palliativi. Sentirsi demotivati, perennemente stanchi, accorgersi di rispondere scortesemente ai colleghi e non vedere l’ora che la giornata finisca…

La verità è tutta lì, quello che fai non ti piace abbastanza.

Ma chi ha detto che il lavoro debba piacere?

Un’obiezione costante che mi sento rivolgere è : ma chi l’ha detto che li lavoro mi deve piacere?

Nessuno, assolutamente. Ci sono persone che vivono una vita con un partner che non amano, in una città che non amano, circondandosi di falsi amici che non amano. L’essere umano è probabilmente la specie maggiormente adattabile in natura.

[A proposito: un recente sondaggio di CareerBuilder ha rivelato che il 36% dei lavoratori ammette di aver frequentato un collega e che il 30% dei romanzi d’ufficio coinvolge un superiore. Insomma il lavoro non è soltanto fatica!]

Siamo in grado di sopportare (quasi) qualsiasi cosa. Paradossalmente, però, passiamo di gran lunga più tempo al lavoro che col partner, in giro per la città o con gli amici. Pertanto, svolgere un lavoro che non si ama balza velocemente in cima alla lista degli adattamenti in assoluto più difficili. Soprattutto quando abbiamo chiara l’alternativa.

I segnali che non sta funzionando

Ecco allora tre segnali che, se intercettati, è pericoloso ignorare:

  1. rispondere “Perché mi pagano” quando qualcuno chiede “Perché fai questo lavoro?”
  2. spegnere ogni entusiasmo professionale, specialmente quando proviene da persone più giovani o all’inizio della carriera, con frasi ciniche e distaccate, sentendosi addirittura infastiditi
  3. non fare del proprio meglio, ma ridurre al minimo l’investimento mentale, pratico e, perché no, sentimentale nel proprio compito quotidiano.

Ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti? Gigi ti direbbe così:

“Possibile che sia perché abbiamo troppa paura ed è troppo difficile dire l’unica verità che è davanti agli occhi di tutti e che non vogliamo vedere? La verità è che non gli piaci abbastanza!”

[Gigi, la protagonista del film]

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Ognuno salta tanto alto quanto vuole e quanto può (l’importante è saltare)

Non c’è alcuna medaglia al collo da indossare e far vedere. C’è la volontà di saltare ancora. Di crederci ancora.

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Prende le misure. Studia l’altezza e la distanza. Prepara il corpo e con uno scatto rapido e fulmineo compie il balzo. Fa così Open. Fa così tutte le volte che vuole raggiungere qualcosa che lo attrae.

Mi fa pensare all’asticella del salto in alto, ma non solamente come ad un ostacolo da superare. Mi fa pensare a cosa sono disposta ad andare a prendere. Una sorta di sfida. Una sfida inevitabile.

Un poco di più oggi. Forse un poco di più domani.

Oggi ce la fai. Domani forse no. Ma resta il fatto che puoi provare ancora.

Mi fa pensare a tante storie che ho incontrato. Storie diverse ma anche storie molto uguali.

Come la storia di A. Lasciato a casa dal lavoro da un giorno all’altro. Lavoro che era la sua ragione di vita. Quello stesso lavoro per cui oggi il solo pensiero gli fa salire un nodo alla gola. Una famiglia da mandare avanti. Morale ed autostima sotto le scarpe.

E mentre lo ascoltavo scorgevo occhi tristi, a tratti carichi di lacrime che in qualche modo ricacciava indietro. L’asticella in questo momento era troppo alta o forse non la vedeva proprio.

Oppure penso a I. in un letto d’ospedale in una città che non è la sua. Quasi un mese ormai. Ho poche informazioni. Essenziali. Bastano per capire che l’asticella è ancora lì. Solo ad un livello più basso rispetto a prima. Perché adesso si deve ricominciare da capo. Ma l’asticella non l’ha tolta. Non perché “è giovane ed ha ancora tutta la vita davanti”. Perché ci crede.

S. divenuta madre da pochi mesi. Ora la sua asticella è puntata qualche tacca più in alto perché sa che farebbe qualunque cosa per la figlia. Anche andare oltre le proprie possibilità. Una madre ci riesce sempre.

M. che si prende giorni di permesso dal lavoro per seguire la madre ammalata, anche se non potrebbe, per far quadrare i conti a fine mese e non far mancare nulla ai figli. M. la cui asticella ha subito forti colpi in questi ultimi anni. Asticella che spesso e volentieri è caduta a terra, ed ogni volta ha trovato il coraggio di rimetterla al proprio posto e guardare oltre.

L. che finalmente sceglie di lasciare il posto di lavoro che la stava logorando. E così si imbarca in una nuova avventura, non meno complessa, sicuramente più gratificante. Un salto nella luce come dice lei. Un salto in alto, quello in cui sei così felice che oltrepassi l’asticella senza nemmeno sfiorarla.

Storie. Persone. Potrei continuare all’infinito. Perché tutti abbiamo la nostra personale asticella. Quella che segna passaggi di vita. Quella che fa vedere fin dove possiamo spingere le nostre possibilità. Quella che ci fa sentire piccoli ed insicuri. Quella che spinge a non mollare, a tentare ancora ed ancora. Perché anche se cade, non ci si deve mai dimenticare che l’asticella si può rimettere al proprio posto, una tacca più in basso, una più in alto. Non è questo che fa la differenza.

È la volontà di credere in se stessi a fare la differenza. È sapere che alla fine non ci sarà nessuna medaglia al collo da indossare e far vedere. Perché hai compreso cosa sei disposto ad andare a prendere. E l’asticella adesso, anche se sta ancora oscillando, è ancora lì al proprio posto.

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