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Crescere

Sto invecchiando ed è bellissimo (anche al lavoro)

La nostra è una società ostile nei confronti delle persone anziane. Anche sul posto di lavoro, essere “senior” è sempre più una tara e non un vantaggio.

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Sto invecchiando ed è bellissimo.

Non ho più quella paura irrazionale di perdere il treno, quella sensazione che devo affannarmi a tutti i costi per “riuscire nella vita”.
Forse perché oggi so che i treni si perdono, ogni tanto, e va bene così.

Tra l’altro, avete mai notato che i luoghi costruiti per partire, come le stazioni, sono anche i luoghi dove ci si trova per attendere?

E io ho aspettato buona parte della mia vita di diventare grande.
Sono cresciuto circondato dagli adulti, con fratelli molto più vecchi di me, e questo mi ha sempre dato la voglia (il bisogno?) di crescere in fretta.

Una volta diventato adulto, però, c’è stato un periodo, direi tra i 35 e i 40 anni, in cui ho cominciato seriamente a preoccuparmi del tempo che passava.

Lo sguardo degli altri

Per prima cosa, ti accorgi che i riflessi non sono più gli stessi e ti domandi se anche le tue capacità cognitive subiscono lo stesso rallentamento. Hai ancora la lucidità (e l’onestà intellettuale) di dirti che, se anche fosse, non te ne accorgeresti proprio perché, appunto, sei diventato più lento nell’elaborare la realtà.

Poi ti senti dire per la prima volta da un potenziale datore di lavoro che vorrebbero qualcuno di più giovane. E tu ti ritrovi a dover conciliare l’immagine che hai di te – eterno ventottenne – con quella che il mondo vede.

Il richiamo della terra

Ieri, mentre camminavo nella canicola del pomeriggio, attraverso le strade della città in cui sono nato, mi sono sentito appesantito e stanco. E invece di preoccuparmi, ho percepito l’intrinseca bellezza di sentire il proprio corpo invecchiare.

È come se la forza di gravità fosse più forte. Mi sono sentito attirato dalla terra. E mi è sembrata una cosa naturale. Persino rassicurante.

Forse è così che funziona: piano piano, capiamo che il nostro posto non è più nel mondo, ma è nella terra. E questo ci prepara al momento in cui dovremo partire. Non so. È un pensiero decisamente macabro. Eppure… liberatorio.

Sì, mi sento bene all’idea di curvarmi pian piano verso la terra. Perché so che un giorno, sarò sollevato e grato di non essere più obbligato di resistere al peso del corpo e al peso di tutto ciò che ho fatto in questa vita. Gli studi, gli amori, i lavori, gli errori, i successi.

La fame di riuscire

A 20 anni, ero ossessionato da quale sarebbe stato il mio lascito.
Da questo punto di vista, Gabriele D’Annunzio mi incuriosiva in modo vagamente ammirativo, perché, fin dalla giovane età, aveva saputo prendere il controllo della propria immagine: le fotografie, gli appunti, gli scritti, le lettere… nulla di quello che ci è rimasto di lui è casuale. E i documenti che non gli piacevano, li aveva fatti distruggere, negativi delle foto compresi.

Io ero in affanno rispetto a quello che avrei lasciato di me.
Quella sensazione ha caratterizzato un lungo momento della mia vita che corrispondeva al periodo in cui ancora sognavo di fare l’insegnante. È probabile che sentissi il bisogno di rendere utile quello che avevo, di passarlo a qualcuno che mi sopravvivesse.
A ben pensarci, è un po’ la ragione intrinseca per cui decidiamo di avere dei figli.

Trasmettere qualcosa di noi, che sia un pensiero, una storia o un pezzetto di DNA, fa parte della nostra natura.

La serenità ci permette di lavorare meglio (e viceversa)

Oggi, anche se sono verosimilmente solo a metà della mia vita, mi sono calmato.
Non so se questo dipenda dalle scelte di vita che ho fatto, o dall’amore vero e profondo che ho la fortuna di vivere, o forse semplicemente da qualche neurone in meno nel cervello che non mi fa rendere conto della gravità della cosa; ma mi sento sereno.

Direi di più: oggi vivo la serenità come una condizione fondamentale per la mia soddisfazione professionale.

Quando ci affanniamo ad avere successo, concentriamo tutte le nostre energie sull’idea stessa del riuscire ad affermarci: questo può essere utile per raggiungere i nostri obiettivi, tuttavia è sterile, fine a se stesso.

Quando invece ti senti sereno, e hai l’impressione di non dovere niente a nessuno, di non aver nulla da dimostrare, allora quello che fai, funziona.

Penso che alla base ci sia un principio semplice: quando ti liberi di quelle sovrastrutture che sono essenzialmente dei costrutti sociali (in particolare il giudizio degli altri), allora riesci a esprimere ciò che sei veramente. E l’autenticità ti porta a dare un contributo autentico, e quindi di valore.

Una questione di autonomia

Un po’ meno di tre anni fa, mi è uscita un’ernia del disco in una posizione tale da togliermi quasi completamente la sensibilità alla gamba. Per circa 6 mesi ho dovuto camminare con una stampella e anche le attività più semplici della vita quotidiana, come fare le scale o andare a fare la spesa, erano diventate quasi impossibili.

Ora sono guarito, ma in quel periodo, ho riflettuto a lungo su quello che è il deperimento fisico e mentale legato all’invecchiamento.
Lo vedo nei miei genitori, che sono relativamente in forma, ma che non sono più in grado di fare lunghi viaggi o di stare in giro tutta una giornata.
Tuttavia, il fatto di averne simulato gli effetti sul mio corpo, è stata un’altra cosa. La mia mobilità, in quei mesi, era quella di un ottantenne, né più né meno.

Mentirei, se dicessi che la cosa non mi spaventi un po’.
Credo che la perdita dell’autonomia sia una paura reale per molti di noi e la associamo all’invecchiamento (o allora a un incidente che, proprio per definizione, è una causa esterna ed inaspettata).

Una società dell’usa e getta

Sul lavoro, ho visto molte forme di perdita di autonomia.
Piccole cose: la collega che non sa utilizzare bene il computer. Il senior manager che non coglie l’importanza dei social (anzi: non ne capisce proprio la ragione d’essere). Il manutentore con il mal di schiena che non riesce più a piegarsi come vorrebbe.

C’è frustrazione in queste persone, ma anche impotenza e paura. Paura di aver perso il treno, per tornare alla metafora del viaggio.
E devo dire che colleghi e aziende non fanno molto per dare sostegno a chi ne avrebbe bisogno.

Viviamo in una società in cui ciò che non funziona più bene, lo si butta.
L’idea che le cose possano essere aggiustate, o destinate ad altro uso, o che possano servire a qualcun altro, non ci appartiene più.

In quest’ottica, è normale che le persone abbiano paura di invecchiare.
Alla fine, l’unico vantaggio di questo processo inevitabile è la pensione – che però è sempre meno consistente e sempre meno sicura.

L’importanza del contatto tra generazioni

In un contesto di questo tipo, io continuo a pensare che invecchiare sia bellissimo.

Ma credo che ci sia bisogno che la società ricominci a dare valore alle persone anziane.
Io sono cresciuto senza nonni, e devo dire che è una figura che mi è mancata molto. All’interno della famiglia, ma anche della società in generale e del lavoro in particolare, lo scambio intergenerazionale è fondamentale.

Dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini ma anche dei nostri anziani.
E capire una cosa semplice, anzi: due.

La prima, è che una persona con un bagaglio di esperienze importanti può insegnarci sempre qualcosa.
La seconda, è che anche gli anziani sono il nostro futuro. Letteralmente: perché prima o poi saremo anziani anche noi (e l’alternativa è una sola: morire giovani).

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

Crescere

Dubito ergo sum: abbiamo troppe certezze che ci possono danneggiare

L’evoluzione che ha portato allo sviluppo del nostro cervello e ci ha reso più resilienti delle altre specie, potrebbe ora essere un ostacolo alla sopravvivenza della nostra specie?

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Ultimamente mi sono spesso trovato a ragionare sui benefici e sui rischi di una condivisione ampia delle informazioni, come quella oggi possibile grazie al Web.

L’accesso alle informazioni contenute nella rete ha un costo in costante calo, in sintonia con quella che era la visione di chi ha dato vita al Web: l’accesso libero e gratuito al Sapere come strumento di democrazia.

D’altro canto il web odierno è viziato da una fortissima asimmetria informativa:
chi ha più competenze specifiche ha più possibilità di produrre contenuti di qualità e di verificare l’attendibilità delle fonti;
chi è meno competente, tende a prendere per buono (e a far divenire virale) ogni contenuto che confermi le sue idee.

L’origine di questo comportamento è in parte fisiologica ed in parte psicologica:
– fisiologicamente paghiamo lo scotto di avere un cervello che si è evoluto per essere efficiente, non per essere preciso: per risparmiare energia, dà maggiore peso a tutto ciò che conferma la nostra immagine del mondo; integrare informazioni in contrasto con ciò che crediamo lo costringerebbe ad una pesante riorganizzazione, per costruire un nuovo insieme di credenze;
– psicologicamente siamo totalmente incapaci di valutare le nostre competenze: meno sappiamo e più crediamo di sapere (effetto Dunning-Kruger); più sappiamo e meno siamo sicuri delle nostre competenze (sindrome dell’impostore).

Dal punto di vista etico, credo che a prescindere dalle differenti condizioni di partenza, però, restiamo responsabili delle nostre scelte.
Per esempio, se ci occupiamo di ridurre le disuguaglianze di genere e non ci occupiamo di tematiche ambientali, gettando l’olio di frittura nello scarico del lavandino, potremmo danneggiare la qualità della vita delle prossime generazioni di donne più degli effetti della disparità retributiva tra generi: sapere o non sapere che ciò possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Anche facendo la scelta diametralmente opposta, occupandoci solo di tematiche ambientali e trascurando le tematiche di genere, potremmo favorire il permanere di una società patriarcale, poco incline ad occuparsi dell’ambiente, danneggiando la nostra missione: anche in questo caso, sapere o non sapere ciò che possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Se accettiamo la responsabilità delle nostre scelte, però, dobbiamo combattere i fenomeni fisiologici e psicologici di cui parlavamo poco fa:
uno degli effetti degli algoritmi che regolano il funzionamento dei social network è quello di avvicinare persone le cui “esternazioni” risultino simili, perché questo rafforza le interazioni;
la conseguenza è l’effetto bolla informativa: i social network progressivamente rafforzano i legami tra persone che la pensano allo stesso modo, basandosi sui contenuti condivisi, e questo ci porta ad avere un’immagine falsata del mondo, un mondo in cui predominano le nostre idee, i nostri contenuti, i nostri valori, la nostra maniera di esprimerci; il nostro cervello interpreta erroneamente il fatto che certi contenuti si ripetano come dimostrazione della loro affidabilità, viralizzando allo stesso modo informazioni corrette e fake news; e chi ha interesse a far emergere la propria visione e ha competenze sui social media, può sfruttare questo fenomeno, in buona fede o in cattiva fede.

Apparentemente l’unico modo per evitare errori grossolani è andare in direzione contraria: lasciare spazio all’incertezza, abilitando la capacità di imparare qualcosa che vada oltre l’orizzonte delle nostre “certezze” e “credenze” e confrontandoci con chi ha idee che si scostino almeno un poco dalle nostre.
Mentre la tendenza psicologica rilevata dall’effetto Dunning-Kruger è diffusa tra chi ha poche competenze specifiche, la tendenza fisiologica a preservare le nostre “certezze” cresce con la quantità di informazioni di cui disponiamo, e colpisce, perciò, anche chi è maggiormente competente.
E se quando ragioniamo di temi legati alle scienze naturali, possiamo quasi sempre ricorrere al metodo scientifico per tentare di validare le nostre idee [1], quando passiamo nel dominio delle scienze sociali, per ragioni pratiche ed etiche, non possiamo quasi mai dimostrare la loro correttezza [2].

Torniamo perciò alla possibile soluzione:
invece di attaccarci alle nostre teorie, concentrandoci solo sui temi che ci stanno a cuore, potremmo rimanere apert* al dubbio ed espost* ad una varietà di temi.

In questo modo potremmo affrontare insieme la complessità (di solito, invece, andiamo verso la semplificazione e questo ci allontana progressivamente da un modello attendibile del mondo, soprattutto del mondo umano, attorno a noi).

Passare da un sapere come insieme di competenze individuali (spesso legate ad un valore di mercato e protette dal diritto d’autore) ad un sapere visto come insieme di competenze condivise (e quindi prive di valore di mercato e non protette dal diritto d’autore) sarebbe una rivoluzione copernicana, difficilmente compatibile con il modello di società e di economia in cui siamo immers*, ma possiamo permetterci di resistere al cambiamento quando in gioco c’è la sopravvivenza della specie Homo Sapiens e dell’intero genere Homo?

Se guardiamo indietro all’origine del Web e a progetti comunitari, come Wikipedia, Linux e tutto il mondo del Free Software e dell’Open Source, l’idea aggregante è proprio questa: la ricchezza culturale nasce dal confronto e dalla condivisione e lo sforzo comune di una miriade di persone crea le condizioni per produrre ricchezza culturale a basso costo.

Questo paradigma oggi è minacciato dalla perdita di neutralità e dalle crescenti asimmetrie nel controllo della Rete;
si tratta di uno dei tanti temi forti aperti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione: la libertà è solo apparente quando le condizioni di partenza, le tutele, i diritti sono disuguali;
lo si percepisce negli accordi commerciali internazionali, mentre tendiamo a prendere posizione con più difficoltà davanti alla scelta tra avere servizi facilmente disponibili, apparentemente in maniera gratuita, e perdere progressivamente la capacità di preservare un accesso alla Rete e alle sue risorse che sia realmente democratico ed uguale per tutt*:
disponiamo di sempre più informazioni e sempre più servizi, ma siamo sempre meno capaci di verificarne l’attendibilità e di controllare l’uso che viene fatto dei nostri dati e delle nostre informazioni.

L’innovazione passa anche per l’analisi dei nostri comportamenti: chi rinuncerebbe oggi alla possibilità di disporre in tempo reale di informazioni sul traffico? chi intralcerebbe gli studi che permettono la diagnosi precoce ed accurata delle malattie?

Ma siamo dispost* ad accettare che questi dati, i dati sulle nostre preferenze ed i nostri comportamenti, siano incamerati da entità il cui interesse principale non è il Bene Comune, ma il profitto privato?

Sembra un paradosso, ma il futuro del genere Homo potrebbe dipendere dal superamento di quello che è stato uno degli elementi chiave del suo successo evolutivo:
mettere a freno il nostro cervello, che ottimizza il consumo di energia e la sopravvivenza individuale, a favore di un’Intelligenza collettiva, messa al riparo da proprietà e profitto ed orientata al Bene Comune.

Note
[1] in realtà Popper ci ha spiegato che è impossibile validare: si può solo invalidare una teoria, perché infiniti esperimenti a favore non possono escludere che esistano situazioni in cui la teoria non si applica; per esempio abbiamo vissuto allegramente con la teoria gravitazionale newtoniana, anche se Einstein ci ha dimostrato che non è sempre valida
[2] per sincerarcene basta osservare come vengano usate tranquillamente teorie psicologiche e teorie della mente incompatibili, senza che abbiamo finora trovato una risposta definitiva sulla loro validità

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Crescere

Per capire il mondo che cambia, cammina lungo i bordi delle strade

La continua osservazione di come le cose interagiscono tra loro va a comporre un’immagine (e quindi la comprensione) del mondo che cambia. La sfida, come sempre, è essere costanti.

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Cammina lungo i bordi delle strade, è lì che ti farai la migliore idea sul mondo che cambia.
È lungo l’interfaccia tra uomo e macchina, uomo e uomo, uomo e natura che si gioca la partita.

Cammina, osserva, annota

Prenditi una mezz’ora di tempo, esci di casa e cammina lungo i bordi delle strade. Osserva. Poi estrai il tuo taccuino tascabile a pagine bianche e prendi nota. Racconta quello che vedi e quello che pensi. Disegni, fiumi di parole, schemi, domande. Vai oltre i dettagli, annota tutto.

Vai oltre

Vai oltre il pacchetto di sigarette che trovi nascosto tra le erbacce lungo la strada. Guardagli attorno. Che cosa succede? Ok, qualcuno ha fatto il cattivone e l’ha buttato a terra invece che nel bidone dell’immondizia. E dopo, cosa è successo? Come hanno reagito le erbacce?

Vai oltre quella lunga fila di automobili con una sola persona per vettura. Guardagli attorno. Cosa succede? È vero, molte persone per recarsi al lavoro ancora utilizzano l’auto privata. Sono proprio degli irresponsabili. Tuttavia, qualcosa sta accadendo attorno a loro. Te ne rendi conto? Osserva. Come si comportano le persone dentro e attorno a quelle auto? Cosa pensano? Cosa dicono? Dove vanno?

Torna alla tua vita

A quel punto torna alla tua vita di tutti i giorni.

La prossima volta che senti parlare di questioni importanti (cambiamento climatico, crisi economica, immigrazione, scuola, finanza), ripensa a quello che hai visto mentre camminavi lungo i bordi delle strade. Parti da lì. Guarda da lì. Pensa da lì. E sopratutto rispondi da lì.

Lo sai perfettamente che quando fai così sei molto più sul pezzo. Stai rispondendo a ritmo. Ci sei. Non devi più ancorarti a teorie, basate su quello che starebbe accadendo dall’altra parte del mondo (e che non potrai mai verificare). Puoi rispondere a tono, in base alla tua esperienza, dal momento che tutti i giorni ti preoccupi di arricchirla di osservazioni e riflessioni.

Il giorno dopo, fallo di nuovo

Il giorno dopo trova di nuovo quella mezz’ora e cammina lungo i bordi delle strade. Comincerai presto a capire tante cose. Tuttavia, sappi che quello che dovrai curare non è tanto iniziare a capire, ma continuare a farlo.

Appena smetterai di camminare, infatti, smetterai di vedere; e appena smetterai di vedere, smetterai di pensare e di nuovo faticherai a capire.

E quando senti qualcuno parlare di cose importanti, domandati: “Da dove parla?”

Quando ti capita di ascoltare qualcuno che parla di temi importanti, fatti questa domanda: “Da dove parla?”.
Parla dal punto di vista di uno che cammina lungo i bordi delle strade o di uno che cammina nel mezzo di una strada? Non dovrai fare ricerche bibliografiche. Lo capirai subito.

Nel primo caso parlerà a ritmo con l’evolversi della realtà. Nel secondo sarà sempre fuori tempo: troppo in anticipo o troppo in ritardo, un visionario o un nostalgico.

L’ignoranza non è ammessa

Come sai, nel nostra Paese l’ignoranza non è ammessa.
La cosa mi ha sempre dato un po’ fastidio. Pensavo che fosse onere di chi fa le regole renderle note agli altri. Tuttavia nel tempo ho capito che questa norma ha un senso.

Alzarsi e recarsi tutti i giorni lungo i bordi delle strade per capire quali sono le regole di interazione tra le parti, è importante tanto quanto respirare. E nessuno può andare là sui bordi della strada al posto tuo.

Te ne renderai conto presto. Prima leggevi gli articoli degli “inviati” per capire. Tra un po’ sarai tu l’inviato più affidabile e aggiornato. Saranno i tuoi gli articoli che leggerai.

Osservo i contadini attraversare i confini

Quando cammino lungo i bordi delle strade di campagna vedo i contadini che solcano il confine tra terra coltivata e terra non coltivata. Con i loro grandi trattori tagliano il confine e, una volta entrati nel loro podere, se ne stanno lì a lavorare.
Ho l’impressione che non si rendano conto che la qualità del loro raccolto dipende molto più da quello che accade lungo l’interfaccia tra campi ed erbacce, piuttosto che da quello che accade nel campo stesso.

Si limitano a tenere basse le erbe che non capiscono con il taglia erba oppure a contenerle con il diserbante. E poi si rituffano nel loro campo a fare quello che hanno sempre fatto e non si accorgono che è sul confine che tutto inizia.
È lì che dovrebbe essere concentrata la loro attenzione. Purtroppo, dal momento che loro si concentrano sul loro campo, non gli rimane altro che adattarsi al cambiamento a cui non hanno voluto partecipare.

Viviamo sospesi tra due opzioni, con un sentiero in mezzo

Viviamo come sospesi tra due mondi: selvaggio e civilizzato, erbe ed erbacce, macchina e uomo. In questa prospettiva sembra che ci siano solo due possibilità di scelta: scegliere per chi tifare. Capitan America o Iron Man? (Spero tu abbia letto Civil War? Non mi dire che ancora pensi che la questione della giustizia sia una cosa da capire sui libri?).

C’è una terza via

Chi cammina lungo i bordi delle strade taglia il dilemma in due e decide di scegliere di s-battersi per far funzionare le due sponde assieme. Così come le proprietà dell’acqua sono più della somma delle proprietà di ossigeno e idrogeno.

Allora? Ci vediamo per strada?

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