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Io non mi spiego, però tu non mi capisci (nelle peggiori conversazioni, da migliaia di anni)

In un modo o nell’altro comunichiamo da oltre 200.000 anni. Ma ci sono ampi margini di miglioramento. Ci siamo capiti?

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“Anche io mi interesso di comunicazione!”, mi dice all’inizio della nostra chiacchierata.

Sorrido per il suo entusiasmo e per il fatto che c’è un tema d’interesse comune, su cui possiamo conversare da lì in avanti. Sorrido anche perché è curioso che noi ci interessiamo di comunicazione, quando è lei che si sta interessando a noi da migliaia di anni.

Dicono che – come Homo Sapiens – nel tempo siamo riusciti a comprendere come:

  • procacciare cibo.
  • accendere il fuoco.
  • proteggerci dalle belve feroci.
  • escogitare soluzioni.
  • comandare gli altri.
  • uccidere gli altri.
  • comunicare con gli altri.
  • riprodurci (no…questo in realtà va all’inizio).

I famosi ampi margini di miglioramento

Per quanto riguarda la nostra abilità comunicativa, dopo circa 200.000 anni, abbiamo ancora ampi margini di miglioramento. Possiamo affinare sensibilmente la nostra capacità di esprimere concetti, come anche quella di interpretarli, di saperli contestualizzare e di riconoscerne la veridicità.

Quello che invece non possiamo permetterci di fare è pensare di essere già ‘imparati a sufficienza’, per il fatto che ci comprendiamo a livello basilare. È sorprendente il fatto che ci consideriamo all’ultimo stadio evoluzionistico della specie, ma allo stesso tempo sottovalutiamo ancora le nostre lacune di conoscenza comunicativa. O meglio, non ci rendiamo conto di come queste danneggino l’efficacia del nostro – inevitabile – comunicare.

Oltre a ciò, quando comunichiamo nell’ottica di divulgare, ispirare o renderci attraenti, non siamo consapevoli degli strumenti che ci mancano e dei pregiudizi che ci ingannano.

Io non mi spiego, però tu non mi capisci

Le nostre conversazioni, discussioni, presentazioni mostrano delle debolezze croniche, che si basano su alcune ragioni evidenti.

  1. Non siamo sempre consapevoli della qualità dei messaggi che emettiamo.
  2. Pensiamo che la gente che ci ascolta, ci ascolti ogni volta per davvero.
  3. Quando abbiamo l’attenzione delle persone, crediamo di mantenerla per un arco di tempo che possiamo gestire.
  4. Non siamo sempre in grado di andare al benedetto succo del discorso (perché apriamo parentesi senza chiuderle, citiamo dettagli poco importanti, ecc.).
  5. Siamo ancora tremendamente affetti da daltonismo vocale, cioè usiamo un ‘colore di voce’ che non corrisponde all’emozione che vorremmo trasmettere.

Io ti invio un Excel e tu apri un Powerpoint

Nel suo libro, Pitch Anything, Oren Klaff svela il segreto di Pulcinella, che purtroppo continua a rimanere sconosciuto quasi quanto un vero segreto.

Una piccola premessa biologica: il nostro cervello si è formato in tre fasi separate.

  • Prima è ‘nato’ il cervello primordiale, che cura il filtraggio iniziale di tutti i messaggi e genera le reazioni istintive.
  • Poi si è sviluppato il cervello medio, che determina il significato delle cose e delle situazioni sociali.
  • Infine è arrivata la neocorteccia, che ha capacità di problem-solving ed è in grado di riflettere su temi complessi oltre che produrre risposte razionali.

Quando ci capita di presentare agli altri un’idea, un prodotto, un progetto, questo compito spetta alla neocorteccia, che è la parte più raffinata del cervello.

Solo che i messaggi non arrivano alla neocorteccia del cervello delle altre persone, ma al loro cervello primordiale! Spesso questo è un problema grosso come una montagna, perché il caro cervello primordiale è come un vecchio signore burbero, che non sopporta di essere disturbato. Senza tanti scrupoli, scarta il 90% del nostro messaggio prima ancora che arrivi a cervello medio e neocorteccia. A meno che non gli venga presentato un messaggio che lui percepisce come pericoloso, nuovo, oppure eccitante. Ovviamente con sintesi massima, please.

Quindi rimanendo inconsapevoli di queste informazioni cruciali, è come se ogni volta inviassimo un file in Excel che ha un’altissima possibilità di essere aperto in Powerpoint. Tradotto: un casino incredibile.

Come avvicinarci gli altri (anche se non ce lo chiedono)

Quando comunichiamo qualcosa gli altri, se il nostro intento è veramente quello di essere efficaci, dobbiamo essere intelligentemente gentili con la loro parte più ancestrale.

Lei non cambierà la sua natura per farci un favore e continuerà a concentrarsi sul quadro complessivo del tema, a lasciarsi condizionare dall’emotività, a focalizzarsi esclusivamente sul qui e ora, ad avere bisogno di fatti concreti e non concetti astratti.

Ora, senza dover inventare teorie complicate, esiste anche qualche rimedio.

  1. Ricordarci quanto detto in questo post, senza dimenticarcelo dopodomani.
  2. Migliorare la nostra capacità espositiva.
  3. Migliorare la nostra abilità di ascolto autentico e di osservazione slegata dai pregiudizi limitanti (sì, è una grande sfida).
  4. Dare informazioni sintetiche, chiare, visuali, innovative, originali. Oppure, trasmetterle in modo originale.

Questo rimane un primo passo fondamentale per poterci avvicinare agli altri, anche se ‘rimaniamo al nostro posto’.

Dopo 200.000 anni, possiamo esserne abbastanza sicuri!

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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