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Le aspettative sono morte (tipo un lavoro, una vita tranquilla e altre cose facili)

Le nostre aspettative di occidentali fortunati sono tramandate di generazione in generazione e condizionano le decisioni delle persone. Che siamo noi. Però sono morte…

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Le nostre aspettative normali, ormai, sono morte. Defunte, col passare del tempo.

L’amaro in bocca prolungato è per chi si ostina a non accettarlo.

Le nostre aspettative di occidentali fortunati sono tramandate di generazione in generazione e condizionano le decisioni delle persone. Che siamo noi.

Si riassumono all’incirca così.

  • Una vita tutto sommato tranquilla.
  • Un lavoro che rimane tra le nostre mani.
  • Una ricchezza che è fatta essenzialmente di denaro e di cose.
  • La tranquillità della garanzia “sposati e sistemati”.
  • I matrimoni ‘fisiologicamente’ duraturi.
  • Il diritto acquisito di pensioni future garantite.
  • La presenza di politici vicini al cuore del popolo.
  • Le banche e la Chiesa amiche nel momento del bisogno.
  • Un sottile senso di immortalità, fin quando non arrivano certi tipi di problema.

Inoltre, con un po’ di umorismo cinico popolare:

  • La distanza ‘meno male’ da flussi migratori tragici.
  • Le catastrofi naturali che ‘scelgono’ principalmente Africa, Asia e Sud America.
  • I cambiamenti climatici di cui ‘se ne sente parlare, ma speriamo che non da noi’.

Bene. A questo punto cosa faccio?

Apro il vocabolario. E a caratteri cubitali c’è scritto:

ILLUSIONE

/il·lu·ṣió·ne/

Proiezione in ambito immaginario di elementi che non troveranno corrispondenza nella realtà contingente.

C’era una volta il ventesimo secolo

Le persone nate negli anni ’50 (ma anche un po’ prima e anche un po’ dopo) sono cresciute assieme a queste aspettative. Sono le loro sorelle, queste aspettative.

Hanno avuto la fortuna di nascere quando la storia stava decollando oltre confini impensabili. E hanno avuto la fortuna di godere di agi a disposizione solo dei sovrani (!) nei secoli precedenti.

Queste persone hanno circa l’età dei miei genitori. Queste persone sono i miei genitori.

Loro mi hanno insegnato lezioni senza tempo che, quanto a solidità, hanno i millenni contati.

Hanno costruito case, creato rapporti di fiducia e generato famiglie che hanno ancora fondamenta solide.

Hanno improntato la mia educazione sulla gentilezza, l’umiltà, la coerenza tra dire e fare, il rispetto verso l’altro, il senso di comunità, l’amore per la bellezza, la cura di ciò che si ha, il carattere trasparente dell’onestà, l’inevitabile accettazione del sacrificio e della perseveranza paziente.

Ma in questo racconto c’è anche il MA. E c’è pure il PERÒ.

Non è una mia decisione, lo ha deciso la realtà.

La generazione dei miei genitori pare che abbia una paura tremenda del futuro. O meglio, della velocità dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Questa generazione è preparata a tenere duro di fronte alle difficoltà quotidiane, a proteggere la famiglia dai ‘grilli per la testa’, a risparmiare denaro come formiche. Ma non sembra preparata ad adattarsi alle ultime invenzioni sociali.

Si accorge  che molte certezze si stanno sgretolando, che abitudini per loro comuni stanno cambiando, che quelli che erano valori stanno diventando ‘opzioni nel menù’.

Lo storico israeliano Yuval Noah Harari dice che siamo prossimi alla confluenza di due grandi rivoluzioni: quella biologica e quella tecnologica.

Riapro il vocabolario.

RIVOLUZIONE

ri·vo·lu·zió·ne/

Movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico.

Nella mente dei miei genitori, questo termine li porta a Parigi nel 1789, oppure tra i bolscevichi russi nel 1917. Si immaginano a pochi passi da Ernesto Guevara, a Cuba, mentre viene rovesciata la dittatura di Batista. Oppure nei pressi di Teheran, nel 1979, mentre sta per essere abbattuto il regime dello Scià.

Ma non è questa la rivoluzione che sta avvenendo.

Pochissimi tra noi percepiscono l’incredibile rivoluzione biologica che stiamo vivendo. Pochi comprendono realmente che stiamo decifrando i misteri del corpo umano, in particolare del cervello e dei sentimenti.

E forse non percepiamo nemmeno la destabilizzante rivoluzione tecnologica, che sta raccogliendo ed elaborando dati come mai successo nella storia (quella che abbiamo studiato finora).

E se provassimo a conoscere il futuro?

No, io possibilmente non lo farei.

I ricercatori universitari Gerd Gigerenzer e Rocio Garcia-Retamero hanno effettuato una ricerca chiamata “Cassandra’s Regret: The Psicology of Not Wanting To Know”, pubblicata all’inizio del 2017.

Hanno scoperto che più dell’85% dei partecipanti (abbondantemente adulti) non mostravano interesse nel conoscere il futuro. Sia per le possibili novità negative, sia per quelle positive.

Niente di strano: nemmeno io vorrei conoscere a priori il mio futuro. Però non posso proprio permettermi di immaginarlo come un romanzo già scritto.

Perché il futuro può essere plasmato. Piccolo dettaglio fondamentale, che a scuola di solito non dicono. O non dicono in questi termini.

Il futuro si può plasmare perché non ne è predefinito il contesto.

Tradotto? Tu hai un impatto. Io pure. Potentissimo o minimo, lo scegliamo noi. Dormendo o creando pensiero, continuiamo a sceglierlo noi.

Verbi attivi: progettare, modellare, coltivare

Una delle forme più alte di coraggio di quelli della mia generazione sarà dare una direzione al futuro. Ne sono così convinto che sono disposto a occuparmi di questo ideale.

Occuparmi in modo non-violento (nel secolo scorso avrei detto “battermi”).

Per farlo, è ancora necessario avere lo stesso elemento-spartiacque presente in ogni epoca storica: il coraggio.

E noi nel nostro piccolo, cosa potremmo fare?

Qualche idea sul tavolo c’è.

  • Riequilibrare i nostri stili di vita (limitando il consumismo perverso, ma evitando il pauperismo miope).
  • Spostare l’attenzione su elementi essenziali dell’evoluzione personale (meno possesso fine a se stesso, più congruenza essere-fare-avere).
  • Scommettere comunque sull’essere umano: può sembra una scemenza, ma è ancora l’animale con l’intelligenza più impattante in questo pianeta.
  • Ri-generare pensiero, percorsi, correnti. Ri-creare. Come nel Ri-nascimento, senza sconfinare nel Medioevo.

Per tutto questo, la scatola delle soluzioni magiche è sempre vuota.

Però sappiamo una cosa sull’impasto: menti accese, cuori caldi e desideri pulsanti valgono come farina, uova e latte.

Possibilmente non raffinati e ‘a chilometro poco’.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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Lo spirito degli alberi può salvarci la vita

Il mondo ha bisogno di alberi per sopravvivere: l’emergenza climatica si può arginare piantando alberi e salvaguardando quelli che esistono, come si è prefissa di fare Wiki-Tree, un’app che permette di dare un’anima a ogni albero.

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Gli alberi sono alla ribalta della cronaca, in queste settimane estive particolarmente afose.

In Siberia, un territorio grande quanto la Grecia è andato in fumo sotto gli occhi impotenti del mondo; in Brasile, sull’egida climato-scettica del nuovo presidente Bolsonaro, sono stati disboscati 4’700 chilometri quadrati di foresta tropicale nei primi 7 mesi dell’anno, ovvero 67% in più rispetto al 2018.

Il cambiamento climatico è realtà

Gli esperti sono concordi nel considerare gli alberi gli unici alleati dell’uomo nella lotta contro il cambiamento climatico. Uno studio del Politecnico Federale di Zurigo ha stimato che al mondo c’è ancora spazio per far crescere 900 milioni di ettari di bosco.

Entro il 2050, queste foreste supplementari potrebbero assorbire 200 gigatonnellate di anidride carbonica, ovvero circa due terzi di quanto prodotto dall’attività umana dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi.

Un record del mondo: 350 milioni di alberi piantati in un giorno

Va in questo senso l’iniziativa “Green Legacy” promossa dal governo etiope, in un paese che ha subito in maniera importante gli effetti della deforestazione selvaggia. In poco più di cent’anni, infatti, il territorio dell’Etiopia coperto da foreste è passato dal 30% a meno del 4%.

Nel 2017, il governo di Addis Abeba si è unito a un’altra ventina di nazioni africane nel sottoscrivere un progetto che prevede il ripristino del paesaggio forestale africano, con il ripristino di 100 milioni di ettari di terra.

“Possiamo contrastare gli effetti della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Ognuna delle nostre azioni, grandi e piccole, conta per le persone e per il pianeta”, ha scritto su Tweeter Amina J. Mohammed, ex ministra nigeriana dell’ambiente e attuale vice-segretaria generale delle Nazioni Unite.

Prevenire è meglio che curare

Porsi l’obiettivo di ripopolare le foreste è nobile ma ha un gusto di reazione tardiva.
Proattivamente, ci aspetteremmo delle azioni mirate a proteggere e preservare gli alberi che già esistono.

È quello che si prefigge di fare Wiki-Tree, una app ideata dall’imprenditrice italo-svizzera Chicca Pancaldi, che non è al suo primo tentativo di contribuire alla salvaguardia del clima.

Nel 2017 aveva infatti lanciato una pagina Facebook, “An Act a Day”, che, sotto forma di challenge, incoraggiava le persone a postare le proprie azioni positive per l’ambiente. Era stato un successo della durata di un battito di ciglia concentrato solo nei giorni immediatamente legati al lancio della iniziativa.
Questo aveva dimostrato, secondo la promotrice, come la gente sia disponibile a rispondere a iniziative simili solo sull’onda emotiva, ma non riesca a imprimere poi la necessaria costanza alla propria azione, preferendo inseguire mode sempre più veloci e temporanee.

Wiki-Tree, invece, sembra essere più nell’aria dei tempi ed anche più legata alle emozioni durevoli delle persone, forse anche grazie all’effetto Greta, che ha contribuito a sensibilizzare le persone sull’importanza del rispetto per il Pianeta. Per questo motivo, abbiamo contattato la sua promotrice per farci spiegare meglio in cosa consiste il progetto.

Con Wiki-Tree possiamo dare un’anima a ogni albero

“Ogni albero ha una sua storia. Anzi, ha più storie, con tante identità diverse.”, racconta Chicca Pancaldi. “L’idea è di dare un’anima all’albero, di dotarlo di una sua identità legata ai racconti delle persone. L’app serve a questo: è una specie di social network degli alberi, dove ognuno può condividere storie, foto e video. È un modo molto semplice, per rendere più difficile che quell’albero venga tagliato.”

L’intento è lodevole per cui avremmo voluto scaricare l’app per provarla, ma è ancora in fase di sviluppo.
“Per poter funzionare, il progetto deve essere sostenuto da una community. Wiki-Tree è uno sforzo collettivo.”, ci spiega Chicca. “Sinora sono arrivata qui con le mie sole forze ma per finire lo sviluppo dell’app ho bisogno dell’aiuto di tutti e per questo ho deciso di lanciare una campagna crowd-founding, su Go Fund Me.”

Quanto costa creare un’app di questo tipo?
“Per terminare lo sviluppo ho bisogno di circa 15’000 Euro. Ma devo ammettere che la raccolta fondi si sta rivelando difficile. Moltissime persone apprezzano l’idea, la condividono sui social, mi scrivono in privato per raccontarmi la storia del loro albero… ma il sostegno pratico, quello economico, tarda a concretizzarsi. Forse le persone non si rendono conto che anche una piccola donazione di 5 Euro, per dire, può fare la differenza”.

La deforestazione in ambito urbano

In molte città, assistiamo al taglio di alberi secolari per delle questioni pseudo-ragionevoli, che possono essere legate a dei bisogni di economizzare sulla manutenzione del verde o semplicemente perché le foglie davano fastidio alle boutique di lusso.
Ma la maggior parte delle volte, si tagliano gli alberi per fare posto a nuove costruzioni.

Questo fenomeno è in controtendenza con gli studi più recenti in ambito urbanistico, che dimostrano come la presenza di alberi in città, in estate possa contribuire ad abbassare la temperatura dell’aria tra i 2 e gli 8 gradi. Questo permette di ridurre l’effetto forno tipico degli ambienti fortemente edificati, rendendo quindi la città più vivibile.

Inoltre, una buona pianificazione delle zone arborate in un contesto urbano può contribuire a incrementare il valore della proprietà, fino al 20% secondo alcuni analisti, oltre ad avere un effetto positivo sull’attrattività della città dal punto di vista turistico.

Riconoscere l’emergenza climatica

Alcuni media (e alcuni politici, primo fra tutti Donald Trump) non credono al cambiamento climatico.
Lo relativizzano per promuovere una crescita economica che, oggi più che mai, sembra rimare con estinzione di massa.

Sebbene ci siano studi sempre più dettagliati e sicuri sulle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico sul corto termine, non ci renderemo conto di cosa significa finché non lo vivremo.

Alle nostre latitudini, ricominceremo ad essere colpiti da malattie incurabili come la malaria, perché le zanzare anofele saranno endemiche tutto l’anno (e questo avrà una ripercussione anche su aspetti poco conosciuti, come ad esempio il costo delle trasfusioni di sangue, che aumenterà a causa dei controlli e dei filtri che dovremo introdurre).

La siccità renderà più difficile i raccolti, per cui ci sarà meno cibo a costi più elevata, mentre l’acqua sarà razionata e non potremo farne quello che vogliamo.

Le temperature saranno talmente elevate da aumentare il tasso di mortalità nelle persone più fragili, tipicamente gli anziani, e dall’altra parte aumenteranno i flussi migratori dai Paesi in cui le temperature saranno ormai invivibili.

Vedremo fenomeni meteorologi nuovi – oggi rarissimi – come trombe d’aria distruttrici, di cui abbiamo avuto una terribile anteprima proprio questa estate, con la morte di una giovane donna sollevata da terra con la sua auto dalla forza del vento.

Il tutto nei prossimi 20-30 anni. In termini di una vita umana, domani. Sulla scala della vita delle Terra, pochi millisecondi.
Per questo è necessario agire oggi per evitare i disastri domani.

O per dirla con le parole di Chicca Pancaldi, promotrice di Wiki-Tree, “Salvare gli alberi è qualcosa che si rivolge a tutti: per chi c’è adesso e per chi verrà”.

 

Per maggiori informazioni su Wiki-Tree o per contribuire alla raccolta fondi:

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