Connect with us

Crescere

Le cameriere, quelle giovani ed impacciate, lo sanno

Pubblicato

il

Avevano gambe lunghe, un sorriso smagliante, forme aggraziate, e sapevano di fritto.

Due o tre sere la settimana le trovavi lì a servire ai tavoli, o dietro il bancone di un bar, qualcuna l’ho conosciuta in una friggitoria.
Avevano imparato a correre con più piatti alla volta, a non far caso agli occhi dei clienti che le accompagnavano, a guadagnarsi la mancia che molte volte contava più dello stipendio.
Altre sere le vedevi in discoteca come star della televisione, e la mattina erano capaci di essere in forma per una lezione di economia.

Le mie compagne di università erano quasi tutte cameriere, e lo facevano con classe, senza vergogna e con uno scopo.
Lo scopo era ciò che le rendeva così aggraziate anche sguazzando dietro i tavoli, e bellissime anche se con quei gilet troppo larghi o troppo stretti.

Mai come in questo momento mi vengono così in mente i loro sorrisi e quell’odore di fritto.

Non dire alle persone cosa fai

Mi tornano in mente anche rileggendo un vecchio pezzo di Bruce Kasanoff,  Never Tell People What You Do.

Bruce dice che la domanda è quasi sempre sbagliata, e quasi sempre sbagliate sono le risposte che danno certe persone.

C’è cosa fai oggi, i fatti, quelle operazioni svolte anche meccanicamente per pagarti l’affitto, l’università o dare da mangiare ai tuoi figli. Ma c’è anche ciò in cui credi, una bandierina messa lontana, lontana, ma della quale percepisci i contorni, o li immagini nitidi. C’è “cosa fai” e c’è “cosa vuoi”.

Chi sei >>> è dato da chi vuoi essere e diventare, non da ciò che fai.
Cosa hai fatto sin qui >>> è il tuo passato, rispettabilissimo e prezioso, ma non è ciò che sei.
Le cameriere lo sanno.

Nell’articolo, Bruce fa proprio questo esempio: chiedi ad una cameriera che fa e con buone probabilità ti risponderà di fare l’attrice o di volerlo diventare.
Le cameriere, come quelle delle quali ho memoria, lo sanno.
Le persone molte volte no.

Scopo, buona causa e vergogna

La storia delle cameriere è la storia di molti di noi, di molti che mi scrivono confusi, di chiunque in un certo momento della propria vita si ferma a guardarsi da fuori. O si ferma prima di rispondere a chi gli chiede “Chi sei? Che fai?”
Per molti aspetti è una storia di vergogna.

  • La vergogna di non essere ancora ciò che si vuole diventare, di fare qualcosa che si reputa poco prestigioso.
  • La vergogna di avere un’aspirazione diversa, uno scopo anche se si indossa un camice bianco, o uno di quei gilet troppo larghi o troppo stretti.

Le cameriere invece hanno quel piglio tipico del fundraiser perfetto: combattono la vergogna con lo scopo.

Si, direi si tratta di questo.

La maggior parte delle persone muoiono a chiedere qualcosa, preferirebbero nutrirsi di sole cipolle anziché chiedere alle persone qualcosa da mangiare.
Ma le stesse persone non hanno alcuna esitazione a chiedere quando in difficoltà vi è un’altra persona. E non si tratta di altruismo.
Chiedere per te è un conto, chiedere per qualcuno è completamente diverso, e più facile.

È ciò che si chiama buona causa ed è il miglior antidoto alla vergogna del chiedere.

Le organizzazioni senza scopo di lucro elemosinano soldi dalla mattina alla sera ma lo fanno con una buona causa e diventa un gesto nobile.
Le cameriere pure. Portano i piatti o li lavano con uno scopo preciso, con in testa ciò che vogliono essere e fare, e questa è la buona causa che le rende aggraziate.

In questo sono complici anche le persone che guardano, che chiedono, che giudicano.
Una cameriera che ti dice “faccio l’attrice” o “studio per diventare avvocato” è credibile e merita stima.

Il discorso è diverso quando si diventa più grandi e quando non si è più cameriere (chiaramente tutto il discorso non ha genere)
Siamo noi e gli altri a non perdonarci e non concedere il dubbio.

Il cameriere è cameriere, cos’altro?
Se sei cameriere è ridicolo pensare di fare l’attore.

Colpa di chi giudica ma anche nostra. La domanda “che fai?” è una domanda sbagliata ma più sbagliata ancora è la risposta.

Che fai…per diventare ciò che vuoi essere?

Non dire alle persone che porti piatti avanti e indietro dalla cucina almeno che non sia ciò che hai sempre sognato.
Non è una bugia, non è da nascondere ma non è importante.
Siamo troppo Grandi per descriverci con fatti ed operazioni meccaniche.
Le persone non sono ciò che fanno ma ciò che vogliono essere.

Morale (cosa sanno le cameriere)

Se ti vergogni di ciò che stai facendo non dovresti oppure significa che non hai ancora trovato uno scopo.
Se ti vergogni di sognare di diventare attrice o avvocato forse è ancora questione di scopo, o di seghe mentali.
Se ti racconti come una/o che porta i piatti avanti e indietro dalla cucina…forse è vero. O forse è ancora questione di scopo.

Insomma, se c’è una buona causa, se c’è uno scopo, non c’è vergogna ed ogni sogno è lecito.

Le cameriere che sanno di fritto…lo sanno.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

Pubblicato

il

Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

Continua a leggere

Crescere

Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

Pubblicato

il

All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

Continua a leggere

Treding