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Non temere lo spoiler: leggere il finale prima della fine Non temere lo spoiler: leggere il finale prima della fine

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Leggere il finale prima della fine (e sopravvivere allo spoiler)

In un’era intollerante nei confronti degli spoiler, c’è chi ancora sceglie i libri, leggendone la fine.

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Leggete mai il finale dei libri prima di leggere i libri stessi?

Per molti anche solo pensare di leggere in anticipo come andrà a finire è pura follia; per altri, invece, è un’abitudine. Quindi forse è solo l’ennesima “irregolarità” dell’essere umano per cui siamo al tempo stesso i più saggi e i più folli del pianeta. Con una difficoltà: nessuno sa dire quale sia il comportamento folle e quello saggio.

Con un libro in mano ci sono sempre due possibilità

Immaginate di prendere in mano un libro giallo e avvertire che avete due possibilità: la prima è quella in cui non sapete ancora chi è l’assassino e vi muovete realmente nel buio in attesa di un indizio che vi illumini la via; la seconda è quella in cui sapete già chi è l’assassino, ma avete bisogno di prove che ne dimostrino la colpevolezza. Sinceramente trovo fantastiche entrambe le opzioni.

Davanti ad un libro si può decidere di assaporare la tensione dell’incertezza oppure godere le sensazioni generate dalla certezza.
Un po’ come nella vita vissuta: si può vivere in vista del gran finale oppure lasciare che finisca come deve finire e nel frattempo godersi i giorni che passano, la trama!

Il finale è sempre lo stesso

Se ci pensate, la maggior parte delle storie finiscono sempre nello stesso modo: i buoni vincono e i cattivi perdono; la maggior parte dei testi di saggistica si concludono con le stesse considerazioni: una vecchia teoria è stata smontata e una nuova è stata suggerita. E non può essere altrimenti: non si torna mai indietro, si può solo andare avanti.

Perché mai dovrei leggermi tutte quelle pagine?

Quindi la domanda è inevitabile: perché mai dovrei leggermi le pagine che stanno tra il primo capitolo e l’ultimo o tra la premessa e la conclusione, dal momento che potrei direttamente sapere come va a finire?

Semplice: per godermi gli alti e i bassi, i su e i giù; per godermi i dialoghi, le descrizioni, le avventure dei protagonisti; per godermi i passaggi di una dissertazione, di una teoria, di un’idea. Insomma… per farmi strapazzare dallo scrittore, agitare come un cocktail. Solo così leggere diventa qualcosa di più che “informarsi”.

Leggere è per chi vuole qualcosa in più:
per chi ama godersi la vita!

La trama è tutto

Quello che decidiamo di fare nel momento in cui abbiamo in mano un libro per la prima volta non cambierà il finale, ma potrebbe cambiare la trama. Il finale è stato scritto una volta per tutte dallo scrittore; la trama, invece, la scriviamo noi lettori… ogni volta che le diamo voce dentro e fuori da noi.
E a volte è proprio il fatto di sapere come andrà a finire che consente di dare il giusto peso ai dettagli. Un po’ come l’ultimo bacio, quando si sa che sarà l’ultimo: potrebbe essere il migliore.

“Il drago morì, il cavaliere divenne un eroe e la giovane una principessa. E vissero felici e contenti…”.
Per lo più le storie finiscono così. Pochi scrittori si dilettano di scrivere storie in cui è il drago a sopravvivere e il cavaliere a soccombere. Quando accade, il drago era un drago buono e il cavaliere un poco di buono. E se la giovane non diventa principessa (ossia moglie del principe) è perché era una… bambina cattiva.

Ci sono quelli che sperano…

La maggior parte dei lettori evita di leggere il finale in anticipo e vive la lettura come se fosse “incerto” il destino del drago, del cavaliere e della principessa. Penso che tutto questo sia “umano”: leggere il finale solo alla fine nella speranza che sarà diverso è un po’ come vivere la vita sempre in tensione, sperando che non finisca con la M-orte.

…e quelli che vivono

Poi, nella folla dei normali, ogni tanto salta su un tipo strano.
Egli si distingue per il fatto che, preso in mano un libro, va subito a scoprire il finale o più semplicemente a verificare che il finale sia più o meno il solito: cavaliere vince e drago perde.

Quel che più sorprende è che a quel punto non abbandona deluso il libro per un altro. Anzi, si accomoda in poltrona, aggiusta gli occhiali sul naso e si tuffa nella lettura delle pagine che precedono il finale. Sta cominciando a godersi la trama o, più precisamente, a darle vita!

Mi piace ricordare un frase di colui che per primo sconvolse la mia vita di “lettore” di buone speranze e mi rese uno spregiudicato “divoratore” di libri:

“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto,
io sono orgoglioso di quelle che ho letto”

(Jorge Luis Borges)

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Come cambiare il passato, cambiando la nostra storia

Il passato è un insieme di fatti accaduti, che non possono essere cambiati. Ma possono essere ritagliati, adattati, rimontati, affinché veicolino una storia diversa, interpretata nella luce del presente.

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“Toc, toc… sono il passato. Ti porto le mie imperfezioni. Sono così faticose da sopportare. Che ne diresti di provare a correggerle? Prova, dai. Cosa ti costa?!”. “S’accomodasse!” rispondiamo noi “Vediamo che si può fare”.

È così che inizia la scena e sappiamo bene come finisce. Ci siamo noi che viviamo nel presente con gli occhi rivolti verso il passato. Pensiamo di tutto e facciamo di tutto qui nel presente, ma le cose là nel passato non cambiano.

Procediamo letteralmente “a rotoli”. Ci rotoliamo su noi stessi per cercare di affrancarci da rimorsi e rimpianti. Tuttavia, non funziona. Le imperfezioni rimangono e noi siamo sempre più frustrati. Se il passato è imperfetto, allora il presente, che in quel passato affonda le radici, comincia ad apparirci sempre più imperfetto anch’esso.

Ma… si può modificare il passato nel presente?

Nel momento in cui il passato bussa alla porta del presente siamo come presi da un’irresistibile tentazione: aprirgli la porta e farlo accomodare.

“Ci sarà un modo per ripulire quelle macchie!”, ci diciamo.

Il resto è andato bene, ma quelle tre o quattro imperfezioni, le macchie, ci stanno proprio male.
Il tentativo di ripulire il passato per poi riporlo in ordine nella bacheca dei trofei può diventare una vera e propria compulsione. Difficile resistere.

Aprire le porte al passato per cercare di cambiarlo è un’azione così semplice e naturale, che si dà per scontato abbia un senso. Tuttavia la domanda rimane: il passato si può modificare nel presente?

La contemplazione del passato

Ritornare con la mente al passato e contemplarlo è un’abitudine che io ritengo sana per tutti. Riguardo a me poi… è un meraviglioso passatempo. Osservare ieri a partire da oggi.

Se ci pensi, è un po’ come passeggiare lungo un viale e vedere sui tronchi degli alberi cresciuti le incisioni prodotte dal nostro passaggio. Parole, disegni, graffi, levigature, incisioni, abbellimenti, macchie di sangue o di lacrime, briciole.

Su quelle cortecce si trova di tutto, perché di tutto è accaduto.
Su quel viale siamo caduti e ci siamo rialzati, abbiamo riso e abbiamo pianto, abbiamo cantato e abbiamo urlato. E qualche volta abbiamo dormito lunghi sonni.

Il passato non può essere modificato nei fatti, ma nel senso

Il passato è per ciascuno di noi un insieme di fatti accaduti. E i fatti accaduti, come dice la parola, non possono essere disfatti. Tuttavia, il passato è anche l’interpretazione di quegli stessi fatti.

L’ultima carezza ricevuta è triste, la prima gioiosa. Un pugno dato fa male, ma a volte fa anche bene.
I fatti non possiamo cambiarli, ma il senso che gli abbiamo attribuito, si. Anzi, lo facciamo spesso, tutti.

Le ferite non si cancellano, ma possono cicatrizzare. E le cicatrici ogni tanto fanno male, ma almeno non sanguinano più.
Quindi, non si può cambiare il passato, ma si può cambiare l’effetto che, tramite il ricordo, il passato ha sul presente.

Come cambiare il passato

Penso che ognuno di noi in pratica sappia cambiare il passato, ma temo non sappia come farlo di proposito. Così, quando vogliamo dare una lucidata a quello che è stato, non sempre imbocchiamo una strada “utile”.

Qual è dunque una ricetta per cambiare il passato?
Accettare i fatti e modificare le interpretazioni.

Ossia, piuttosto che cancellare le macchie, modificare luci e ombre.

Immagina…

Prendi un album di foto del tuo passato. Guardalo.
Adesso torna da capo e comincia a cambiare l’ordine delle foto. È lo stesso passato quello che vedi?

Adesso prendi un paio di forbici, comincia a ritagliare le foto e sposta le persone all’interno delle stesse foto o muovile da una foto all’altra. È ancora lo stesso passato quello che hai di fronte?

Concediti adesso la possibilità di realizzare spostamenti da una pagina all’altra. Viaggia nel tempo. Da un anno all’altro, da una famiglia all’altra, da un’epoca all’altra. È ancora lo stesso passato?

Adesso prendi queste strane “foto” che hai realizzato e disponile davanti a te.

…e incornicia

Nessuna foto ritrae fatti realmente accaduti, eppure adesso che le guardi ti sembrano il ritratto perfetto di ciò che vuoi ricordare in questo momento.

Nessuno di noi può modificare i fatti, ma tutti noi possiamo prenderci cura di incorniciare ciò che è accaduto ieri alla luce di ciò che siamo oggi e stiamo per essere domani.

L’arte di cambiare il passato ha a che fare con la cornice, molto più che con il dipinto.

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Una biblioteca di spunti

I libri sono il contributo che le persone, nel corso dei secoli, hanno portato al discorso comune sulla realtà, a un dialogo tra punti di vista.

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La biblioteca. Ci sono un sacco di libri sugli scaffali di una biblioteca oggi. Molti di loro sono coperti da un velo di polvere. Qualcuno ha scritto parole che nessuno leggerà più.

A quei libri non rimane altro che starsene lì, sugli scaffali, un po’ come gli alberi nei boschi.
Aspettano che qualcuno cammini alla loro ombra.

Quando cammino lungo i corridoi di una biblioteca mi sento profondamente calmo, come mi capita quando cammino tra gli alberi di un bosco. Avvolto dalle parole del passato mi sento calmo e a mio agio. Non ho bisogno di sapere nulla più di quello che posso osservare dal dorso dei libri: titoli, autori, talvolta date di pubblicazione e case editrici.

I miei occhi scorrono sul dorso dei libri ed è come se leggessi una pagina di appunti. Idee non ancora approfondite e al tempo stesso perfetti riassunti di idee già sviluppate.
È come se su quegli scaffali centinaia di persone avessero lasciato il loro piccolo contributo ad un tentativo di discorso comune sulla realtà, ad un dialogo tra punti di vista.

Se anche volessi approfondire il contributo di ogni autore, mi rimarrebbero sempre troppi scrittori non letti.
Così decido di non scegliere, di non approfondire. Rimango in superficie e spazio.

Lascio che nel mio campo visivo si accostino idee differenti e che il mio cervello venga impregnato di spunti. Ci pensi lui, se vuole, a trovare un filo conduttore. Del resto sono sempre parole di esseri umani. Il legante non manca.

Ai titoli si mescolano altri spunti.
I talloncini che indicano il settore: Fantasy, Storia, Geografia, Scienza, Narrativa, Medicina, Geologia, Zoologia, Musica, Arte.
I nomi degli autori: Mark Twain, Keri Smith, Austin Kleon, Paul Watzlawick, Gegory Bateson, Arthur Conan Doyle, Kafka, Italo Calvino, Paulo Coehlo, Hermann Hesse, Chip Chace, Miki Shima, Thomas Moore, Omero, Alessandro Manzoni.
Tavolta si aggiungono anche gli anni di pubblicazione. 1899, 1900, 1950, 1953, 1978, 2006, 2009, 2018.

E il mio cervello come all’ombra degli alberi di quel bosco che è la storia dell’essere umano continua a incamerare spunti, come punti su una pagina bianca. Sembrano le stelle nel cielo scuro. Noi vediamo punti luminosi, ma in realtà quello che abbiamo davanti è la storia dell’universo. Molto di quello che vediamo è già accaduto o deve ancora accadere. Una mappa in cui è compreso tutto quello che è stato, è e sarà.

E io mi sento tranquillo. Ero entrato spinto dal desiderio di prendere in prestito un libro, ma in questo momento non ne sento più il bisogno. Tanti sono gli stimoli che mi vengono quando non scelgo e mi limito a scorrere i titoli dei libri.

Poi giungo ad un reparto che si distingue dal resto perché pieno di colori.
È il reparto dei bambini o quello dei fumetti. In quel momento mi piace prendere un libro in mano. Aprirlo e osservare questi appunti diversi. Disegni, colori, forme e rare parole. Spesso sono libri di grande formato, con pagine grandi, da abbracciare. E il mio cervello continua a incamerare spunti come punti su una pagina bianca.

Alla fine non ho preso nessun libro. Eppure sono soddisfatto.

Adesso cammino per le strade della città in cui mi trovo. Non ci sono più mensole piene di titoli, ma case piene di persone.
Il mio cervello continua a ricevere spunti, come fossero punti su quella pagina bianca.

Tutti i libri alla fine parlano dello stesso mondo, ma da un punto di vista diverso. Così tutte le persone che incontro guardano e reagiscono allo stesso mondo, ma dal loro punto di vista. Sono tutti spunti che come punti popolano la mia mappa della realtà.

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