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Crescere

Lento non è sempre male. A volte è indice di un lavoro fatto bene. O il ritmo giusto per ritrovarsi.

Si dice sempre “lento come una lumaca”. Ma la lentezza è molto più che incapacità. Spesso è attenzione, cura, il ritmo giusto per ritrovarsi.

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L come lentezza

«Sei lenta perché hai sulle spalle un grande peso.» Poche semplici parole di Luis Sepulveda per spiegare la lentezza della lumaca che si chiedeva del perché fosse così lenta. Un messaggio banale all’apparenza, ma criptico, profondo che fa riflettere sul perché la lentezza sia una caratteristica vitale per una lumaca, ma anche per un uomo. Eppure in questa società in cui si premia e si rincorre la velocità, quando scegli di rallentare, ti sembra di essere inadatto, inefficiente e problematico.

La dilatazione del tempo in certi momenti aiuta l’uomo ad affrontare ciò che è veramente importante per lui e per la sua sopravvivenza. È il momento in cui ti fai delle domande ed è da queste domande che trovi le risposte che ti servono. La lentezza è sinonimo di precauzione, ti obbliga a dare importanza alla tua vita e a te stesso per poter essere pronti all’incontro con l’altro e reggere così il “colpo”.

Va di pari passo con il silenzio, l’introspezione e l’attesa. Attesa del confronto, della prova e del momento desiderato.

La lentezza poi si fa memoria di azioni e valori e preserva l’uomo dagli errori o lo aiuta a non ripeterli.

«C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio» Milan Kundera

E nel fare le cose lentamente, senza fretta, senza la ricerca ingannevole di un facile “e poi?”, sorge l’accuratezza, il lavoro fatto bene, l’attenzione ai dettagli. Il tempo che impiego a fare è un tempo investito nel prodotto/servizio che realizzo e nella mia crescita, nel metodo che applico. Approcciarsi con lentezza significa imparare da sé stessi, formarsi a qualcosa di più grande.

Nella lentezza apprendo il metodo, dilato il tempo per la mia formazione e continuo a imparare a fare.

Essere lenti non significa non essere capaci, ma stare attenti a ciò che si fa per dare nuovo senso e valore alle cose con il quale entriamo in confidenza e che maneggiamo quotidianamente.

[click_to_tweet tweet=”Essere lenti non significa non essere capaci, ma stare attenti a ciò che si fa per dare nuovo senso e valore alle cose con il quale entriamo in confidenza e che maneggiamo quotidianamente.” quote=”Essere lenti non significa non essere capaci, ma stare attenti a ciò che si fa per dare nuovo senso e valore alle cose con il quale entriamo in confidenza e che maneggiamo quotidianamente.”]

Non serve fare o strafare, se strafai ti fai bello solo tu con gli altri, i tuoi colleghi, i tuoi capi. Ma è nel fare bene le cose, lentamente, che sta la differenza. Perché fare bene le cose significa dare valore a ciò che ho fatto e alla persona che lo riceve.

Nelle lezioni americane Italo Calvino  parla di uno degli elementi che caratterizzeranno la letteratura (la cultura e la società) del 2000, la rapidità. Rapidità per antitesi che aiuta e favorisce la lentezza. Calvino infatti non intendeva la rapidità come velocità di azione, superficialità, prevaricazione, ma rapidità come tecnica di distribuzione differenziata: più tempo risparmiamo più tempo possiamo perdere.

E il perdersi è la pratica che ricerchiamo, è il mare delle opportunità, è l’occasione di girare intorno e vagare alla ricerca del nostro altro io. Sempre lentamente, senza tempo. Il perdersi ancora ci trascina involontariamente all’acquisizione della consapevolezza di sé e dei propri desideri; non è lo sbronzarsi, il farci prendere da capogiri indotti dalla chimica, ma è quel rallentare che non ci fa desistere dal perseguire i nostri obiettivi né cadere, ma ci riconduce a ritrovarsi.

Come nel bellissimo saggio di Charles D’Ambrosio dove il perdersi è un’arte e il ritrovarsi è la vita.

Lentamente, molto lentamente…

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

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Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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