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L’esternalizzazione della coscienza (o come perdersi nella tecnologia)

Deleghiamo a memorie esterne le informazioni che ci servono per capire il mondo e cresciamo distratti, incapaci di concentrarci oltre i 140 caratteri.

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“Voi siete drammaticamente ignoranti. 
Ma anche noi siamo drammaticamente ignoranti. Il problema non è essere semplicemente ignoranti. Il problema è che, ogni santo giorno, noi prendiamo decisioni da ignoranti. E il giorno dopo, la situazione non cambia.”

Quattro italiani su cinque non sanno distinguere un profilo Facebook falso da uno vero.

Tre italiani su cinque, di fronte a una notizia che leggono su internet, non riescono a capire se sia vera o falsa.

Lo dice uno studio dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, parlando a proposito dei cosiddetti analfabeti funzionali. Che non sono gli analfabeti nelle novelle antiche, che non sapevano né leggere né scrivere. Non si tratta di quelli che ci facevano ridere, per quella loro sorprendente disabilità culturale (sorprendente per noi che abbiamo imparato a leggere e scrivere subito dopo il piangere e il camminare).

Gli analfabeti funzionali sono quelle persone che non sanno elaborare e utilizzare le informazioni quotidiane usufruibili dall’uomo medio. Non sono in grado, per esempio, di comprendere cosa c’è scritto sul libretto di istruzioni di un cellulare. È quindi impegnativo pensare che possano comprendere fenomeni complessi come disuguaglianze sociali, immigrazione, cambiamenti climatici. Purtroppo è ancor più impegnativo pensare che, nel tempo libero, dedichino tempo per limitare questa lacuna “socialmente invalidante”.

Ma quest’ultimo non è un dato, è solo una mia sensazione.

Non è una sensazione invece quello che riporta una recente inchiesta di Presadiretta. Una società inglese che si occupa di ricerche di mercato (Ipsos Mori) negli ultimi anni ha studiato il divario tra la realtà effettiva misurabile e quella percepita dalle persone. Le persone, lo ricordiamo anche in questo caso, siamo noi.

I risultati degli studi realizzati dicono che prendiamo decisioni sulla base di quello che crediamo di sapere e sulla base delle percezioni che abbiamo dell’ambiente in cui viviamo. Ma l’acqua in questo caso non è calda, è bollente: gli italiani, in questo ‘settore’, sono degli autentici fenomeni dell’errore

L’Italia comanda infatti la classifica delle nazioni più ignoranti al mondo: tra i Paesi dove le notizie vengono maggiormente distorte (con implicazioni pratiche deleterie), siamo primi.

Ricerca Ipsos Mori, 2015

I giovani stanno perdendo l’attenzione

Nella tabella, al secondo posto in classifica si collocano gli Stati Uniti. Un paese in cui i giovani e i giovanissimi non se la passano molto bene quanto a capacità di attenzione.

Jean Twenge è docente di Psicologia alla San Diego University. Nel suo recente Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti e del tutto impreparati a diventare adulti, ha dato una nuova definizione generazionale. Per definire i nativi digitali nati tra il 1995 e il 2012, ha coniato il termine iGen (la iGenerazione, caratterizzata dai prodotti col prefisso i-, primo fra tutti l’iPhone).

Se ci si riflette, i più anziani di questa generazione si sono affacciati all’adolescenza quando il primo iPhone veniva immesso nel mercato. Sono esseri umani cresciuti con il cellulare in mano, che non hanno ricordi di un mondo senza internet. Se lo possono solo immaginare, come io mi posso immaginare il mondo fatto di povertà nel dopo guerra: qquello che mi racconta mia nonna.

Twenge fa capire che gli iGen stanno mostrando cambiamenti antropologici evidenti e preoccupanti non solo rispetto ai Baby Boomers (nati tra il 1945 e il 1964), ma anche ai “vicini” Millennial (1980 – 1994).

Negli Stati Uniti, le nuove generazioni hanno risultati scolastici peggiori rispetto alle generazioni dei coetanei degli anni ’90 e dei primi anni 2000.

I ragazzi di oggi che hanno 17-18 anni e leggono qualche pagina di un libro o di una rivista (al giorno) si attestano al 17%. Negli anni ’70 erano il 60%. Oggi infatti moltissimi adolescenti non vanno oltre la lettura di brevi messaggi su WhatsApp o brevi post su Instagram, ma non hanno l’esperienza sufficiente per leggere testi che richiedono concentrazioni per un medio-lungo periodo.

Come competenza fondamentale, non ce l’hanno. Ed è una tragedia perché, a lungo andare, il terreno frana. Il terreno di cui parlo si chiama democrazia e, alle soglie del 2019, ha ancora bisogno di persone che sappiano leggere più di qualche frase senza distrarsi alla velocità della luce.

Noi tutti stiamo perdendo la memoria

Francis Eustache, neuropsicologo e illustre studioso della memoria, ci ricorda invece che stiamo perdendo la memoria. Ma non è demenza senile, è più una demenza sociale.

Affinché le informazioni siano trasmesse alla nostra memoria, queste devono essere elaborate dal cervello. Ma uno dei killer più silenziosi della nostra salute (di cui ci stiamo accorgendo ancora relativamente poco), è la scarsa qualità del sonno. Per diverse persone, dormire poco “fa ancora figo”. Solo che non abbiamo tutti la resistenza di Keith Richards, che in un’intervista ha detto di aver dedicato al sonno – per molti anni – solo due/tre ore per notte.

Se dormiamo poco o male, il nostro cervello invece di assimilare informazioni…si fa un mojito. In certe situazioni, anche due. Perché è anche grazie alla qualità del sonno che riusciamo a consolidare quelle informazioni che – poi da svegli – ci permettono di decodificare, interpretare e quindi decidere lucidamente.

Durante il giorno, poi, dovremmo avere dei momenti di riposo. Pause di autentica disconnessione dagli apparecchi tecnologici. Momenti di relax dove non solo possiamo rilassarci, ma possiamo ‘costruire’ la nostra memoria: cioè un equilibrio tra quello che abbiamo assimilato e quello che abbiamo dentro di noi. Che ci permette di fare delle scelte e avere opinioni, proprio perché dentro di noi abbiamo informazioni che sono state prima “sintetizzate”.

Scherzare con il fuoco è un ottimo modo per bruciarsi

Stiamo scherzando con il fuoco e nemmeno ce ne accorgiamo: il fuoco è l’influenza che la tecnologia ha su di noi. E i più irresponsabili non sono i giovani, che andrebbero supportati in un processo educativo di consapevolezza. Socialmente parlando, i più pericolosi continuano a essere molti genitori, che lasciano ai figli “sia l’accendino che la benzina”. Senza capacità razionale di interpretare le realtà e senza capacità ancestrale di avvertire i pericoli.

Negli ultimi anni la tecnologia ha soppiantato la nostra capacità di conservare informazioni ed elaborare calcoli complessi. Ma se abbiamo solo memorie esterne in strumenti tecnologici, si chiede Eustache, chi siamo noi? 

E soprattutto, dove va a finire la nostra conoscenza intesa in senso olistico? Dove va a finire, se le parti di conoscenza che ci servono per sopravvivere, a lungo andare non si trovano più nella nostra mente?

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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