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Crescere

Liberarci da pressioni e pregiudizi e vivere felici

Portiamo i (pre)giudizi degli altri come un corsetto, rigido e stretto. Ma possiamo imparare a slacciarne i lacci, uno a uno, dando maggiore attenzione a noi stesse e a ciò che sentiamo.

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Ogni volta che ti dai della stupida, un’opportunità muore.
Ogni volta che non ti dai il tempo per capire una cosa, te ne dimentichi.

Ed ovviamente, ogni volta che senti dire una cosa del genere, la tua faccia è questa.

Allora lascia prima che ti dia un paio di ragioni per le quali queste affermazioni che sembrano uscite da un discorso motivazionale hanno radici in qualcosa di molto più profondo.

1. La scuola dell’obbligo ci insegna che andare bene o male sono concetti oggettivi.

Hai almeno la media del sei e otto in condotta? Vai tranquilla. Altrimenti devi essere rimproverata, sei un limite per la classe, sei una delusione per la famiglia.
Se non hai capito, non hai il tempo per approfondire (anche volendo) perché finisce il semestre ed il programma deve essere finito.
Non mi addentro neanche nei meccanismi messi in atto dalla famiglia perché ci sarebbe da scriverci un libro e non potendolo fare io, ci vorrebbero quantomeno una psicologa, una sociologa ed il cast di Una mamma per Amica.

Nella vita adulta, la performance scolastica viene sostituita da quella lavorativa. A questo punto potresti fare quello che vuoi, ma il meccanismo è profondamente radicato nella tua testa e ad ogni errore corrisponde una punizione. Solo che te la infliggi da sola.

Ti chiedo, cosa faresti immediatamente se tu non avessi paura?

2. Secondo vari esperti le persone hanno dai 50.000 agli 80.000 pensieri al giorno.

Anche se non siamo pienamente coscienti di tutti. Sono tanti, e non è sorprendente che abbiano un impatto importante su moltissimi aspetti della nostra vita.

Ora, immagina che una persona che ti conosce molto bene decida di seguirti tutto il giorno, bisbigliandoti nelle orecchie non solo tutte le tue paure più grandi, ma aggiungendo giudizi negativi su qualsiasi cosa tu faccia. Quanto ci metteresti a cercare di seminarla?
Per fortuna la tua testa non la puoi seminare, ma puoi imparare ad usarla.

Familiare la situazione? Bene, andiamo avanti.

Non tutto è perduto, perché dei grandi studiosi ci sono venuti incontro con l’intelligenza emotiva ed altre meraviglie sulle quali non pretendo di illuminarti proprio oggi, ma dalle quali ho estratto qualche consiglio da poter attuare immediatamente.

Rivaluta il peso dei tuoi successi e fallimenti

Spesso diamo un peso diverso a queste due cose, e a seconda del lato sul quale pesa la bilancia incontriamo avversità e paranoie varie. Dicevo. Successo e fallimento sono avvenimenti neutri.

Fammelo dire di nuovo: non positivi o negativi. Neutri.
Fai il sugo e ti può venire o non venire per cause non del tutto dipendenti dalla tua volontà (Dio mi è testimone che il postino suona sempre quando hai la roba a rosolare, pare che lo sappia). Lo stesso per un cambio di carriera, l’inizio di una famiglia, un viaggio. Tutto può non venire bene alla prima prova o non venire per niente e, sorpresa, non sempre ci si può fare qualcosa.

La differenza la fanno le reazioni che hai a questi successi o fallimenti, cosa impari, cosa ti porti a casa alla fine della fiera. Nel caso del sugo, cosa servi a tavola alla fine.

Se è un’insalata al posto della pasta al forno, pazienza. Vivi ed impara.

Datti tempo e spazio

Tempo fa ho letto su Facebook il post di un ragazzo che si chiedeva se il tempo fosse reale o un costrutto della razza umana per dare senso a qualcosa che non ce l’ha. Io credo che sia una via di mezzo.

Alcuni costrutti sono necessari per l’organizzazione (i minuti e le ore, le settimane, gli anni) e sono stati accettati dalla maggior parte del pianeta come validi. Altri sono più o meno arbitrari, e possono avere senso come non averne.

Ad esempio, il fatto che fare figli sia una cosa da fare ad una certa età, credo che dovrebbe essere determinato solo da leggi puramente mediche e fisiche e non da quello che la società di riferimento ha da dire.

Per inciso, finché non potremo delegare il fatto di spingere una testa larga come un cocomero fuori da uno spazio largo come un limone, penso che la decisione rimanga nostra almeno all’80% (e che il resto sia dell’altro genitore del suddetto cocomero).

Liberarti della pressione inutile è un primo passo per poterti chiedere: cosa voglio veramente? Come intendo impostare la mia vita perché funzioni come la voglio io?

Responsabilità personale e dialogo interiore

Sai perché la maggior parte delle persone non fa tutto questo? Perché accettare la responsabilità di vivere facendo delle scelte (anche) controcorrente, significa che quando qualcosa non funziona non si può più dare la colpa a tizio e caio, alla mamma, al governo.

Decidere ed accettare la responsabilità di quello che ne esce fuori è un esercizio da approcciare con grande amore e gentilezza verso noi stesse.

È importante, soprattutto in un primo periodo, fare molta attenzione a come ci rivolgiamo a noi stesse e modificarlo consciamente, a poco a poco.

Quindi, la prossima volta che fai un errore e ti dai della stupida, fermati un momento e comportati come la migliore amica di te stessa. Piano piano ti verrà più naturale, ed aspetto tue notizie per sapere come è cambiata la tua vita!

PS: Sto scrivendo tutto questo durante un lungo viaggio in autobus, e voglio riportare una cosa detta dalla mia compagna di viaggio bulgara – donna fantastica che vorrei seguire fino a casa sua a Sofia.

“Non bisogna essere una che lascia suo mulo dentro fango” che io ho interpretato come “bisogna risolversi le proprie situazioni senza aspettare che lo faccia qualcun altro”.

Ho unito 8 anni di studio del processo di aiuto con una passione smodata per le soluzioni. Il Coaching ha legato il tutto, facendo nascere un metodo incentrato sulle fondamenta di tutto quello che siamo e che facciamo: identità e bisogno di evolverci in linea con essa. Lavoro con le Donne per aiutarle a sbloccarsi in modo creativo e trasformare i loro grandi sogni in obiettivi, rimuovendo gli strati di scuse e pensieri limitanti che hanno accumulato negli anni e che hanno soffocato il loro processo di crescita personale. Sono un po' matta e questa è la forza che mi porta a vedere i limiti come sfide, i nemici come opportunità e le difficoltà come prove del fatto che sto migliorando. Se saremo fortunati, riuscirò ad attaccare un po' di pazzia anche a voi.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

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Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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