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Lo faccio a Settembre… e siamo a Settembre (5 domande per farlo davvero)

Come sarebbe bello se, per una volta, le prime piogge portassero via anche tutte le nostre migliori scuse.

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Allo sbocciare della primavera, inizia a circolare il ritornello: “Lo faccio a settembre”.

Che si tratti di scadenze di lavoro o di progetti personali, come iniziare uno sport o smettere di fumare, perché dovremmo occuparcene a maggio? Settembre è stato inventato apposta, per diventare la culla dei progetti irrisolti e degli obiettivi abbandonati, conditi da una spolverata delle nostre migliori, gustose ed immortali scuse.

Settembre li accoglie tutti e ci aspetta lì, al varco. E ora che siamo ufficialmente alle porte del varco, come stiamo? Che facciamo? Scappiamo?

La tentazione di estrarre dall’armadio il super cappotto delle emergenze, quello con su scritto “Lo faccio dopo Natale”, e lasciarci avvolgere dal suo calore ricominciando daccapo è forte. Ma può anche darsi che invece sia il momento di dire basta alle scuse, di dirsi che ok, abbiamo aspettato mesi (o anni, se proprio vogliamo essere onesti) e adesso è ora di afferrare il toro per le corna e andare fino in fondo ai nostri “buoni propositi”.

Sì, è vero, forse prendere davvero un toro per le corna sarebbe più semplice, lo so bene. Ho incontrato persone che preferivano soffrire 24 ore al giorno in una situazione infelice piuttosto che mettere in atto qualcosa per modificarla. O persone che sapevano perfettamente di cosa avrebbero avuto bisogno per essere più soddisfatte, ma che si sentivano bloccate e spaventate anche solo all’idea di apportare una piccola modifica nella propria quotidianità. L’essere umano è in grado di adattarsi a qualsiasi cosa, ahinoi.

È capitato anche a me, molte volte. Mi sono spesso trovata sommersa dai “devo smettere di/devo iniziare a” (ovviamente a settembre!) e intanto quello che facevo era continuare a fare esattamente le stesse cose di sempre (tutto l’anno). Mangiare cose che non dovevo, procrastinare l’iscrizione in palestra, evitare di lavorare sul mio curriculum per cercare un lavoro più appagante. E stavo male, e molto. La cosa assurda e paradossale era che questo atteggiamento mi lasciava sospesa in un limbo di frustrazione tremendo: da un lato, mi impediva di affrontare costruttivamente la realtà attuale elaborando strategie di sopravvivenza efficaci, dall’altro frenava ogni azione finalizzata a uscire dalla situazione dolorosa.

Il punto è che rimandare ciò che sappiamo ci farebbe un gran bene equivale a raccontarsi tante belle storie da far invidia ai Fratelli Grimm. Senza contare che i mesi sono sempre quelli, quindi l’anno dopo la storia si ripete identica a se stessa. Trascinandoci in una spirale discendente destinata a condurci alla rassegnazione: “Non ce la farò mai!”.

Le cose per me hanno iniziato ad andare in modo diverso quando sono incappata (per la prima di molte altre volte) in una frase attaccata al muro di un’aula californiana dove stavo seguendo un corso: “Se continuerai a fare le stesse azioni, otterrai sempre gli stessi risultati”. Poco importa chi l’ha detta, a me ha cambiato la prospettiva.

Da lì ho iniziato a interrogarmi e informarmi su tutti questi meccanismi strani che ci fanno apparire irraggiungibili obiettivi che altre persone conquistano quotidianamente (ad esempio, tirare dritto quando si passa di fronte a una gelateria, tanto per dirne una!). Sono approdata al coaching e a molte altre cose.

Una di queste, senza dubbio, sono gli studi di William R. Miller, psicologo clinico che insegna all’Università del New Mexico e che si è guadagnato il titolo di professore emerito per aver co-fondato (assieme al collega Stephen Rollnick) l’approccio del colloquio motivazionale. In pratica il lavoro di Miller è aiutare le persone a cambiare e studiare i modi più efficaci per raggiungere una volta per tutte i propri obiettivi.

Ed ecco che può ispirare anche noi, coi nostri obiettivi di settembre.

Secondo Miller, un progetto di cambiamento, per avere successo, deve rispondere a 5 domande fondamentali:

  1. Quali cambiamenti voglio mettere in atto?
  2. Perché voglio mettere in atto questi cambiamenti?
  3. Quali passi voglio fare per mettere in atto questi cambiamenti e quando li farò?
  4. A chi posso chiedere aiuto per operare questi cambiamenti?
  5. Quali ostacoli potrei incontrare e che cosa posso fare per superarli?

Provare per credere. È chiaro che, nel mio caso, non è stato immediato né semplice, arrivata alla quarta domanda ho capito che dovevo chiedere aiuto a un professionista, grazie al quale mi sono allenata a modificare uno per uno tutti i comportamenti disfunzionali al raggiungimento dei miei obiettivi e a sostituirli con azioni efficaci che mi avvicinassero alla meta passo dopo passo. Oltre a questo, ho imparato a scorporare gli obiettivi enormi (enormi per me, si intende) in obiettivi più piccoli, da raggiungere in meno tempo, così da mantenere alta la motivazione e vedere che ce la stavo facendo.

Quindi è sufficiente farsi domande? Sì, l’importante è che le risposte siano quelle giuste. Un errore frequente, infatti, è quello di rimanere sempre troppo sul vago, senza specificare né contestualizzare l’obiettivo a dovere. “Vorrei stare bene”. Ok, cosa significa per te stare bene? Cosa ti manca oggi per poter stare bene? Perdere peso? Quanti chili vuoi perdere? Un altro lavoro? Come/dove/con chi deve essere per renderti felice? E così via.

Specificare caratteristiche, definire numeri, tempi, visualizzare come saremo a obiettivo raggiunto è un metodo molto efficace per essere in grado di scegliere con maggior precisione quali sono i passi da fare (e quelli da non fare, ovviamente!) nonché per prevedere gli ostacoli da superare.

Così possiamo tracciare la nostra strada verso la meta… e questa volta sarà un successo!

Lo faremo davvero?

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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