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Lo spirito degli alberi può salvarci la vita

Il mondo ha bisogno di alberi per sopravvivere: l’emergenza climatica si può arginare piantando alberi e salvaguardando quelli che esistono, come si è prefissa di fare Wiki-Tree, un’app che permette di dare un’anima a ogni albero.

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Gli alberi sono alla ribalta della cronaca, in queste settimane estive particolarmente afose.

In Siberia, un territorio grande quanto la Grecia è andato in fumo sotto gli occhi impotenti del mondo; in Brasile, sull’egida climato-scettica del nuovo presidente Bolsonaro, sono stati disboscati 4’700 chilometri quadrati di foresta tropicale nei primi 7 mesi dell’anno, ovvero 67% in più rispetto al 2018.

Il cambiamento climatico è realtà

Gli esperti sono concordi nel considerare gli alberi gli unici alleati dell’uomo nella lotta contro il cambiamento climatico. Uno studio del Politecnico Federale di Zurigo ha stimato che al mondo c’è ancora spazio per far crescere 900 milioni di ettari di bosco.

Entro il 2050, queste foreste supplementari potrebbero assorbire 200 gigatonnellate di anidride carbonica, ovvero circa due terzi di quanto prodotto dall’attività umana dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi.

Un record del mondo: 350 milioni di alberi piantati in un giorno

Va in questo senso l’iniziativa “Green Legacy” promossa dal governo etiope, in un paese che ha subito in maniera importante gli effetti della deforestazione selvaggia. In poco più di cent’anni, infatti, il territorio dell’Etiopia coperto da foreste è passato dal 30% a meno del 4%.

Nel 2017, il governo di Addis Abeba si è unito a un’altra ventina di nazioni africane nel sottoscrivere un progetto che prevede il ripristino del paesaggio forestale africano, con il ripristino di 100 milioni di ettari di terra.

“Possiamo contrastare gli effetti della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Ognuna delle nostre azioni, grandi e piccole, conta per le persone e per il pianeta”, ha scritto su Tweeter Amina J. Mohammed, ex ministra nigeriana dell’ambiente e attuale vice-segretaria generale delle Nazioni Unite.

Prevenire è meglio che curare

Porsi l’obiettivo di ripopolare le foreste è nobile ma ha un gusto di reazione tardiva.
Proattivamente, ci aspetteremmo delle azioni mirate a proteggere e preservare gli alberi che già esistono.

È quello che si prefigge di fare Wiki-Tree, una app ideata dall’imprenditrice italo-svizzera Chicca Pancaldi, che non è al suo primo tentativo di contribuire alla salvaguardia del clima.

Nel 2017 aveva infatti lanciato una pagina Facebook, “An Act a Day”, che, sotto forma di challenge, incoraggiava le persone a postare le proprie azioni positive per l’ambiente. Era stato un successo della durata di un battito di ciglia concentrato solo nei giorni immediatamente legati al lancio della iniziativa.
Questo aveva dimostrato, secondo la promotrice, come la gente sia disponibile a rispondere a iniziative simili solo sull’onda emotiva, ma non riesca a imprimere poi la necessaria costanza alla propria azione, preferendo inseguire mode sempre più veloci e temporanee.

Wiki-Tree, invece, sembra essere più nell’aria dei tempi ed anche più legata alle emozioni durevoli delle persone, forse anche grazie all’effetto Greta, che ha contribuito a sensibilizzare le persone sull’importanza del rispetto per il Pianeta. Per questo motivo, abbiamo contattato la sua promotrice per farci spiegare meglio in cosa consiste il progetto.

Con Wiki-Tree possiamo dare un’anima a ogni albero

“Ogni albero ha una sua storia. Anzi, ha più storie, con tante identità diverse.”, racconta Chicca Pancaldi. “L’idea è di dare un’anima all’albero, di dotarlo di una sua identità legata ai racconti delle persone. L’app serve a questo: è una specie di social network degli alberi, dove ognuno può condividere storie, foto e video. È un modo molto semplice, per rendere più difficile che quell’albero venga tagliato.”

L’intento è lodevole per cui avremmo voluto scaricare l’app per provarla, ma è ancora in fase di sviluppo.
“Per poter funzionare, il progetto deve essere sostenuto da una community. Wiki-Tree è uno sforzo collettivo.”, ci spiega Chicca. “Sinora sono arrivata qui con le mie sole forze ma per finire lo sviluppo dell’app ho bisogno dell’aiuto di tutti e per questo ho deciso di lanciare una campagna crowd-founding, su Go Fund Me.”

Quanto costa creare un’app di questo tipo?
“Per terminare lo sviluppo ho bisogno di circa 15’000 Euro. Ma devo ammettere che la raccolta fondi si sta rivelando difficile. Moltissime persone apprezzano l’idea, la condividono sui social, mi scrivono in privato per raccontarmi la storia del loro albero… ma il sostegno pratico, quello economico, tarda a concretizzarsi. Forse le persone non si rendono conto che anche una piccola donazione di 5 Euro, per dire, può fare la differenza”.

La deforestazione in ambito urbano

In molte città, assistiamo al taglio di alberi secolari per delle questioni pseudo-ragionevoli, che possono essere legate a dei bisogni di economizzare sulla manutenzione del verde o semplicemente perché le foglie davano fastidio alle boutique di lusso.
Ma la maggior parte delle volte, si tagliano gli alberi per fare posto a nuove costruzioni.

Questo fenomeno è in controtendenza con gli studi più recenti in ambito urbanistico, che dimostrano come la presenza di alberi in città, in estate possa contribuire ad abbassare la temperatura dell’aria tra i 2 e gli 8 gradi. Questo permette di ridurre l’effetto forno tipico degli ambienti fortemente edificati, rendendo quindi la città più vivibile.

Inoltre, una buona pianificazione delle zone arborate in un contesto urbano può contribuire a incrementare il valore della proprietà, fino al 20% secondo alcuni analisti, oltre ad avere un effetto positivo sull’attrattività della città dal punto di vista turistico.

Riconoscere l’emergenza climatica

Alcuni media (e alcuni politici, primo fra tutti Donald Trump) non credono al cambiamento climatico.
Lo relativizzano per promuovere una crescita economica che, oggi più che mai, sembra rimare con estinzione di massa.

Sebbene ci siano studi sempre più dettagliati e sicuri sulle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico sul corto termine, non ci renderemo conto di cosa significa finché non lo vivremo.

Alle nostre latitudini, ricominceremo ad essere colpiti da malattie incurabili come la malaria, perché le zanzare anofele saranno endemiche tutto l’anno (e questo avrà una ripercussione anche su aspetti poco conosciuti, come ad esempio il costo delle trasfusioni di sangue, che aumenterà a causa dei controlli e dei filtri che dovremo introdurre).

La siccità renderà più difficile i raccolti, per cui ci sarà meno cibo a costi più elevata, mentre l’acqua sarà razionata e non potremo farne quello che vogliamo.

Le temperature saranno talmente elevate da aumentare il tasso di mortalità nelle persone più fragili, tipicamente gli anziani, e dall’altra parte aumenteranno i flussi migratori dai Paesi in cui le temperature saranno ormai invivibili.

Vedremo fenomeni meteorologi nuovi – oggi rarissimi – come trombe d’aria distruttrici, di cui abbiamo avuto una terribile anteprima proprio questa estate, con la morte di una giovane donna sollevata da terra con la sua auto dalla forza del vento.

Il tutto nei prossimi 20-30 anni. In termini di una vita umana, domani. Sulla scala della vita delle Terra, pochi millisecondi.
Per questo è necessario agire oggi per evitare i disastri domani.

O per dirla con le parole di Chicca Pancaldi, promotrice di Wiki-Tree, “Salvare gli alberi è qualcosa che si rivolge a tutti: per chi c’è adesso e per chi verrà”.

 

Per maggiori informazioni su Wiki-Tree o per contribuire alla raccolta fondi:

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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