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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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Lo spirito degli alberi può salvarci la vita

Il mondo ha bisogno di alberi per sopravvivere: l’emergenza climatica si può arginare piantando alberi e salvaguardando quelli che esistono, come si è prefissa di fare Wiki-Tree, un’app che permette di dare un’anima a ogni albero.

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Gli alberi sono alla ribalta della cronaca, in queste settimane estive particolarmente afose.

In Siberia, un territorio grande quanto la Grecia è andato in fumo sotto gli occhi impotenti del mondo; in Brasile, sull’egida climato-scettica del nuovo presidente Bolsonaro, sono stati disboscati 4’700 chilometri quadrati di foresta tropicale nei primi 7 mesi dell’anno, ovvero 67% in più rispetto al 2018.

Il cambiamento climatico è realtà

Gli esperti sono concordi nel considerare gli alberi gli unici alleati dell’uomo nella lotta contro il cambiamento climatico. Uno studio del Politecnico Federale di Zurigo ha stimato che al mondo c’è ancora spazio per far crescere 900 milioni di ettari di bosco.

Entro il 2050, queste foreste supplementari potrebbero assorbire 200 gigatonnellate di anidride carbonica, ovvero circa due terzi di quanto prodotto dall’attività umana dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi.

Un record del mondo: 350 milioni di alberi piantati in un giorno

Va in questo senso l’iniziativa “Green Legacy” promossa dal governo etiope, in un paese che ha subito in maniera importante gli effetti della deforestazione selvaggia. In poco più di cent’anni, infatti, il territorio dell’Etiopia coperto da foreste è passato dal 30% a meno del 4%.

Nel 2017, il governo di Addis Abeba si è unito a un’altra ventina di nazioni africane nel sottoscrivere un progetto che prevede il ripristino del paesaggio forestale africano, con il ripristino di 100 milioni di ettari di terra.

“Possiamo contrastare gli effetti della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Ognuna delle nostre azioni, grandi e piccole, conta per le persone e per il pianeta”, ha scritto su Tweeter Amina J. Mohammed, ex ministra nigeriana dell’ambiente e attuale vice-segretaria generale delle Nazioni Unite.

Prevenire è meglio che curare

Porsi l’obiettivo di ripopolare le foreste è nobile ma ha un gusto di reazione tardiva.
Proattivamente, ci aspetteremmo delle azioni mirate a proteggere e preservare gli alberi che già esistono.

È quello che si prefigge di fare Wiki-Tree, una app ideata dall’imprenditrice italo-svizzera Chicca Pancaldi, che non è al suo primo tentativo di contribuire alla salvaguardia del clima.

Nel 2017 aveva infatti lanciato una pagina Facebook, “An Act a Day”, che, sotto forma di challenge, incoraggiava le persone a postare le proprie azioni positive per l’ambiente. Era stato un successo della durata di un battito di ciglia concentrato solo nei giorni immediatamente legati al lancio della iniziativa.
Questo aveva dimostrato, secondo la promotrice, come la gente sia disponibile a rispondere a iniziative simili solo sull’onda emotiva, ma non riesca a imprimere poi la necessaria costanza alla propria azione, preferendo inseguire mode sempre più veloci e temporanee.

Wiki-Tree, invece, sembra essere più nell’aria dei tempi ed anche più legata alle emozioni durevoli delle persone, forse anche grazie all’effetto Greta, che ha contribuito a sensibilizzare le persone sull’importanza del rispetto per il Pianeta. Per questo motivo, abbiamo contattato la sua promotrice per farci spiegare meglio in cosa consiste il progetto.

Con Wiki-Tree possiamo dare un’anima a ogni albero

“Ogni albero ha una sua storia. Anzi, ha più storie, con tante identità diverse.”, racconta Chicca Pancaldi. “L’idea è di dare un’anima all’albero, di dotarlo di una sua identità legata ai racconti delle persone. L’app serve a questo: è una specie di social network degli alberi, dove ognuno può condividere storie, foto e video. È un modo molto semplice, per rendere più difficile che quell’albero venga tagliato.”

L’intento è lodevole per cui avremmo voluto scaricare l’app per provarla, ma è ancora in fase di sviluppo.
“Per poter funzionare, il progetto deve essere sostenuto da una community. Wiki-Tree è uno sforzo collettivo.”, ci spiega Chicca. “Sinora sono arrivata qui con le mie sole forze ma per finire lo sviluppo dell’app ho bisogno dell’aiuto di tutti e per questo ho deciso di lanciare una campagna crowd-founding, su Go Fund Me.”

Quanto costa creare un’app di questo tipo?
“Per terminare lo sviluppo ho bisogno di circa 15’000 Euro. Ma devo ammettere che la raccolta fondi si sta rivelando difficile. Moltissime persone apprezzano l’idea, la condividono sui social, mi scrivono in privato per raccontarmi la storia del loro albero… ma il sostegno pratico, quello economico, tarda a concretizzarsi. Forse le persone non si rendono conto che anche una piccola donazione di 5 Euro, per dire, può fare la differenza”.

La deforestazione in ambito urbano

In molte città, assistiamo al taglio di alberi secolari per delle questioni pseudo-ragionevoli, che possono essere legate a dei bisogni di economizzare sulla manutenzione del verde o semplicemente perché le foglie davano fastidio alle boutique di lusso.
Ma la maggior parte delle volte, si tagliano gli alberi per fare posto a nuove costruzioni.

Questo fenomeno è in controtendenza con gli studi più recenti in ambito urbanistico, che dimostrano come la presenza di alberi in città, in estate possa contribuire ad abbassare la temperatura dell’aria tra i 2 e gli 8 gradi. Questo permette di ridurre l’effetto forno tipico degli ambienti fortemente edificati, rendendo quindi la città più vivibile.

Inoltre, una buona pianificazione delle zone arborate in un contesto urbano può contribuire a incrementare il valore della proprietà, fino al 20% secondo alcuni analisti, oltre ad avere un effetto positivo sull’attrattività della città dal punto di vista turistico.

Riconoscere l’emergenza climatica

Alcuni media (e alcuni politici, primo fra tutti Donald Trump) non credono al cambiamento climatico.
Lo relativizzano per promuovere una crescita economica che, oggi più che mai, sembra rimare con estinzione di massa.

Sebbene ci siano studi sempre più dettagliati e sicuri sulle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico sul corto termine, non ci renderemo conto di cosa significa finché non lo vivremo.

Alle nostre latitudini, ricominceremo ad essere colpiti da malattie incurabili come la malaria, perché le zanzare anofele saranno endemiche tutto l’anno (e questo avrà una ripercussione anche su aspetti poco conosciuti, come ad esempio il costo delle trasfusioni di sangue, che aumenterà a causa dei controlli e dei filtri che dovremo introdurre).

La siccità renderà più difficile i raccolti, per cui ci sarà meno cibo a costi più elevata, mentre l’acqua sarà razionata e non potremo farne quello che vogliamo.

Le temperature saranno talmente elevate da aumentare il tasso di mortalità nelle persone più fragili, tipicamente gli anziani, e dall’altra parte aumenteranno i flussi migratori dai Paesi in cui le temperature saranno ormai invivibili.

Vedremo fenomeni meteorologi nuovi – oggi rarissimi – come trombe d’aria distruttrici, di cui abbiamo avuto una terribile anteprima proprio questa estate, con la morte di una giovane donna sollevata da terra con la sua auto dalla forza del vento.

Il tutto nei prossimi 20-30 anni. In termini di una vita umana, domani. Sulla scala della vita delle Terra, pochi millisecondi.
Per questo è necessario agire oggi per evitare i disastri domani.

O per dirla con le parole di Chicca Pancaldi, promotrice di Wiki-Tree, “Salvare gli alberi è qualcosa che si rivolge a tutti: per chi c’è adesso e per chi verrà”.

 

Per maggiori informazioni su Wiki-Tree o per contribuire alla raccolta fondi:

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