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Crescere

Mangiare gli animali e trovare lavoro sono problemi simili

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente. Non solo per gli animali ma anche per noi.

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Due giorni fa sono stato da Fico. Per la seconda volta. E per la seconda volta ho pensato le stesse cose: siamo ciò che ci raccontiamo. Ciò che ci siamo raccontati per anni, per millenni.

Siamo ciò che abbiamo fatto in passato, che altri hanno fatto in passato, siamo ciò che si è sempre fatto così. Ma, pensandoci bene, siamo ciò che scegliamo di essere. E dunque si c’è speranza. Perché dipende davvero da noi. Da che storia scegliamo di raccontare e raccontare a noi stessi.

Ma andiamo per ordine. Oppure no. Ecco un paio di spunti e analogie che mi sono venute in mente passeggiando tra stand zeppe di salumi e persone che probabilmente stanno cercando la propria strada.

Cadaverini… ma dai

Qualche mese fa mi trovavo al bar per un aperitivo con 3 amici, uno di questi era il mio socio, vegetariano da oltre trent’anni o forse più. Arrivano gli snack per accompagnare la nostra bevuta e immancabilmente arrivano focaccine ricche di salumi di ogni genere – eravamo nella generosa Emilia Romagna.

Per galanteria mi viene in mente di porgere proprio quel vassoietto lì all’unica donna del tavolo. Lei mi guarda, mi ride (quasi mi ride) e mi dice “No grazie, per me niente cadaverini.”

Rimango di stucco mentre il mio socio ride di gusto e annuisce con la testa. Nel piatto loro vedono cadaveri. Tra loro si capiscono. Illuminati astensionisti. Illuminati non mangiatori di carne, anzi di animali.

Cambia tutto e lo sappiamo

È passato un po’ di tempo da quel buffo episodio e… incredibilmente e contro ogni pronostico neanche io mangio più carne… cadaverini. Oggi sono ben 76 giorni.

Il che mi fa vedere le cose in maniera diversa. E mi dà quella lucidità per capire che dipende davvero dalle storie che ci raccontiamo.

Chi mangia salumi e bistecche con gusto (lo facevo anche io e sinceramente mi manca anche un pochino) parla sempre di carne.

Perché fa chiaramente differenza dire “sì, io mangio la carne” piuttosto che “si, mangio gli animali”.

Perché siamo stati abituati a vederla sempre così. Allo zoo o in fattoria ci sono il bue, la pecora, il maiale, le mucche. I bambini imparano a fare muu, il verso del gallo, gattonare come i cagnolini. E quando gli si regala qualcosa amiamo (e amano) regalare orsetti, giraffe e cavallini.

Perché la storia che si insegna tacitamente ma con grande effetto è che c’è il cibo e ci sono gli animali. Rispettiamo gli animali anche se li mangiamo. Perché c’è il cibo e ci sono gli animali. Perché quando finisce in un panino si perde il contesto, si perde tutto. Diamine, è solo un hamburger!

Questi due uomini fanno schifo perchè uccidono gli animali (?)

La e non va mai preceduta dalla virgola, e i cani non si mangiano

Meno di un anno fa ebbi una gran discussione, si fa per dire, con un cliente. I miei testi non andavano bene e l’uso delle virgole prima della “e” denotava scarsa attenzione o scarsa conoscenza della grammatica.  A suggerirlo al cliente era stata la moglie, insegnante di inglese alle elementari, la quale si era anche confrontata con amici e colleghi insegnanti. Perché è così.

Ora, premesso che sono il primo a conoscere le mie lacune e violazioni della grammatica (alcune giuro volontarie!), il punto è esattamente questo: noi non sappiamo quasi nulla, non decidiamo quasi nulla. Il più delle volte ascoltiamo e obbediamo alle leggi immutabili di ciò che altri prima hanno pensato, detto e “legiferato”.

Come quando di fronte a due quadri o due vestiti sappiamo che uno ci piace più dell’altro ma non sappiamo spiegarne il perché. Quasi uguale. Sappiamo, diciamo, facciamo senza saperne il motivo.

Anzi, nel primo caso c’è un motivo profondo e intimo, nel secondo non c’è un briciolo di motivo.

L’unico, da non ammettere però, è la convinzione di non farcela con le nostre gambine e testoline.

Una scarsa fiducia in quello che pensiamo noi e una cieca in ciò che hanno pensato gli altri. Anche se questi altri vivevano in grotte o non avevano i problemi che abbiamo noi con questi oggettini buffi chiamati smartphone e queste piazze chiamate social.

Adottiamo idee e consigli e suggerimenti, e regole grammaticali, fuori contesto. Senza chiederci quanto senso ci sia e quanto davvero ci siano utili.

I cani ad esempio non si mangiano. Per la stessa ragione.

Perché i cani no… sono animali, esseri viventi, gli manca solo la parola…

I maiali, le mucche, l’agnellino… che vuoi farci è sempre stato così.

Mezza eccezione per il cavallo, in alcune regioni e città mangiato allegramente, in altre visto come attentato all’umanità.

Anche qui, frammenti di cultura e ragion di folla, secondo la bolla in cui siamo cresciuti. A ognuno la sua.

La verità è che ci piace o ci fa comodo

La verità, come ha scritto Leo Babauta su temi simili, è che “non ci piace pensare che il nostro modo di vivere sia sbagliato, che le nostre convinzioni non siano vere, che partecipiamo alla crudeltà o all’ingiustizia.”

Vale quando mangiamo un gelato (latte), quando mangiamo un hamburger, quando compriamo giocattoli di basso costo economico ed alto umanitario.

Ci piace sentirci slegati da ciò che succede agli altri.

Ci piace quel rassicurante senso di non essere i soli peccatori del mondo, di essere invece nella maggioranza e che questa maggioranza, dopo averci abbondantemente meditato, non abbia trovato alcuna alternativa o visto gravi controindicazioni.

La verità è che ci piace mangiare animali e non che ci sia bisogno.

Da quel che ho letto, dopo la mia “conversione”, non ci sono vere giustificazioni neanche in termini di salute. Certo potrebbe richiedere più attenzione, più tempo, più soldi ma si può vivere benissimo anche senza. In altre parole, come per altre questioni, non dobbiamo ma vogliamo.

Solo che questo… questo non ci piace.

Cecità selettiva

 

Adottiamo così l’arte di essere sordi o ciechi secondo la circostanza e la convenienza. Non sentiamo, non vediamo, le urla di un agnellino tolto dalla madre o della madre macellata. Rimbomba invece l’urlo di un cane lasciato in appartamento per una giornata intera.

E, su questioni diverse e più importanti (perché penso che le persone debbano comunque venire prima) non vediamo la sofferenza di milioni di persone ridotte in miseria ma ci straziamo vedendo un corpo in spiaggia.

Ce ne freghiamo allegramente dell’amico che senza soldi e senza scopo si trascina durante le sue giornate, fingiamo di inorridire di fronte a una fabbrica che chiude e lascia per strada 50 operai.

Oppure: chi si preoccupa di quanto è dura la vita dei freelance? Tutti pronti alla battaglia dei rider, dei laureati senza lavoro…

O, di contro, tutti contro gli imprenditori stronzi che pagano poco o niente i dipendenti. E nessuno contro gli imprenditori che diventano stronzi perché non vengono pagati…

Cecità selettiva. La stessa che ci fa credere di morire se non mangiassimo animali e fare spallucce di fronte al fumo (ma non le canne), alcol, sedentarietà, depressione.

Cecità selettiva della quale in fondo, e questo è il problema, siamo responsabili solo in parte. Perché deriva da un sistema derivante da un sistema derivante da un sistema… in altre parole “siamo fatti così, si è sempre fatto così!”

Se non ce la faccio io non ce la farai (devi fare) neanche tu

Altra cosa che abbiamo imparato chissà quando è che se non ce la faccio io non devi riuscirci neanche tu. E così di fronte a chi sta portando avanti una battaglia cerchiamo in tutti i modi di presentare idee, statistiche e obiezioni.

Forse vivo in modo esagerato questa storia ma gli ultimi 76 giorni sono stati davvero difficili. Non tanto per rinunciare a salumi e hot dog ma per ciò che intorno mi sono sentito dire.

Tutti esperti nutrizionisti, filosofi, profondi conoscitori dell’umanità. Tutti con il proprio bagaglio di certezze in una mano e panino al salame nell’altra. Tutti, più o meno ingenuamente, a fare il tifo contro. Sperando mangiassi infine un arrosticino o con la convinzione che presto o tardi succederà.

Che poi è quello che succede su altri fronti. Come quando ho iniziato a lavorare sperando di ritrovarmi davvero con un lavoro.

Senza laurea, senza titoli, senza amici illustri. Io e il mio pc verso la conquista del mondo e il mondo che sapeva che non ce l’avrei fatta mica.

Perché? Perché è così. Perché Tizio, Caio, “io” (cioè loro) non ce l’ho mica fatta. Perché è bello, lenitivo, sapere che non si può fare anziché essere messi di fronte alle proprie responsabilità.

Non si può risolvere il mondo, dunque niente

Faber est suae quisque fortunae, l’uomo è artefice del proprio destino. Pare l’abbia detto Sallustio. Ma pare anche che “l’uomo non vuole essere artefice del proprio destino” sarebbe stata più azzeccata.

Ciò dal quale fuggiamo quasi tutti, quasi quotidianamente, è la responsabilità delle nostre azioni e la potenza delle nostre azioni.

Vale in termini di panini/animali quanto in termini di azioni/vite nostre e degli altri.

Si basa sulla convinzione che o tutto o niente. E che se un’azione non risolve subito e tutto allora sia inutile.

Un po’ la storia del tizio stupido che prendeva le stelle marine e le rigettava in mare.

Le puoi mica salvare tutte? Non fa differenza?

“Chiedilo a quelle che sono di nuovo in mare se fa differenza…”

Fuor di metafora, c’è che siamo programmati per essere localmente ottimisti e pessimistici a livello globale. Se ci pensiamo, siamo sempre più o meno convinti di sapere, fare bene, meritare ma sempre disfattisti quando tocca fare i conti con l’umanità.

Gli uomini sono cattivi, la politica malata, i concorsi truccati, il lavoro per niente democratico.

Tradotto: io sarei anche bravo ma loro no.

Un ragionamento che, a sentirlo, difficilmente raccoglie obiezioni non perché davvero corretto ma perché usato da tutti. E non vuoi mica dire che lui si sbaglia, cioè che anche tu ti sbagli!

Tutto o niente

O l’Everest o niente?

Per lo stesso motivo mi consigliano di ingozzarmi di wurstel perché tanto l’industria alimentare va comunque avanti. E perché comunque anche le scarpe che indosso, l’auto che guido, il pc che utilizzo per lavorare fa male…

Il che è chiaramente vero. Non sbaglia affatto chi dice queste cose.

Tranne per un particolare: a volte, quasi sempre, non puoi risolvere tutto ma anche poco fa la differenza.

Non solo per il mondo ma anche per te.

76 giorni che non mangio animali sono un inezia per il genere animali ma hanno molto significato per me. Perché siamo fatti di significato e viviamo di significato.

Sapere di impegnarsi per qualcosa spesso è dirompente e potente a dispetto del risultato conseguito.

E se così non fosse nessuno raggiungerebbe niente.

Ci vuole fede in ciò che si fa.

C’è sempre un momento in cui pare di non raccogliere niente, non avere un impatto, non fare la differenza. Ma è un momento.

E il cambiamento non è mai una cosa lineare. Non è 1,2,3,4,5,6…

È 0,0,0,0,1,3,0 e poi a un tratto 10.

Per arrivare a 10 ci vuole fede e il categorico rifiuto di farsi categorizzare.

Categorie

Ancora un passaggio sulle mie vicende personali. Ho detto che non mangio animali ma ho mentito. In realtà mangio ancora il pesce sebbene mi impegni a mangiare pesce locale e non allevato intensivamente.

Qui si potrebbe aprire una polemica che infatti spesso si apre. Allora non sei vegetariano, allora non sei vegano?

Ho una storia ragionata per spiegarne i motivi ma qui è più importante ragionare su altro.

Sul fatto che ad esempio i vegetariani non subiscono lo stesso trattamento dei pescatariani (vegani che mangiano pesce) nonostante è risaputo che il consumo di latticini sia causa di svariate disumanità verso gli animali. Non succede perché anche “gli illuminati” hanno bisogno delle proprie etichette.

Che è il vero problema.

Al pari di uomo + donna = famiglia altrimenti no. Giovane uguale inesperienza e vecchio uguale inutile.

Etichette che ci aiutano a districarci nella complessità ma che non fanno mica bene. Etichette che pensandoci, come detto prima, non sono nemmeno le nostre.

Le storie che ci raccontiamo valgono più di ciò che ci hanno raccontato

Dunque, dicevo all’inizio, ero da Fico. I bambini hanno insistito per andare a salutare gli animali che ci sono fuori.

Io mi accendo una sigaretta pensando di essere fuori. Si avvicina una signora che con gentilezza mi indica un cartello. C’è scritto “Per il bene degli animali si prega di non fumare…”

Ooops. Spengo la sigaretta.

La signora sembra soddisfatta della mia diligenza. Prende la mano al bambino e indica tutta contenta il recinto di fronte.

C’è una vacca mamma che allatta il suo piccolo.

La mamma donna è contenta di aver offerto la scena al bambino. Le stringe la mano, l’abbraccia per la tenerezza e… quasi si sporca con il panino.

Panino con carne… mica animali.

Cosa c’entra il lavoro?

Ho quasi concluso…

Potrebbe rimanere il dubbio su cosa c’entri il lavoro con questa storia. C’entra perché si tratta sempre di storie.

Le storie che ci hanno raccontato, quelle che raccontiamo, e le nostre quelle intime e vere.

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente.

Così come sin quando diremo “il lavoro non c’è” anziché “non ho saputo cogliere il cambiamento e sono rimasto fuori ma adesso aspetta che mi rimetto in pista” non cambierà mai niente.

Il cambiamento? Il cambiamento si è inevitabile. Ma di ancora più inevitabile c’è il fatto di prenderne consapevolezza ed essere sinceri con noi stessi.

Non dirlo a nessuno ma se sei arrivato sin qui ragiona e rispondi sinceramente alla domanda “è davvero così che deve andare?”

Deve andare = il destino ha deciso e non c’è niente da fare.

Risposte diverse per quanto dolorose possono invece aprire mondi nuovi e inesplorati forse anche più felici.

Come dice il mio amico e mentore Sebastiano, “Per quanto appaia complicato, ci sono solo due domande da farsi. Quale sarà il prossimo capitolo della tua vita? E chi lo scriverà?

Ecco, “chi lo scriverà” è il punto di tutta la questione.

Lo scriverai tu? Usando le tue idee e le tue aspirazioni o usando parole e idee di chi ti è venuto prima?

Da 76 giorni non mangio animali e mi piace questa follia del sacrificarsi per qualcosa che per me è importante. Ma sono sicuro che avrai capito che in fondo non si parla, solo, di questo. Si parla di me. Di te. Di scegliere.

Scegliere da che parte stare. Dalla tua o da quella degli altri?

Tornando agli animali… Penso che i tempi siano maturi per rispettare gli animali, non ucciderli e non mangiarli. Ma forse mi sbaglio.

Penso che i tempi siano maturi per essere noi stessi, raccontare e vivere la storia che davvero ci appartiene e non quella che altri hanno scelto per noi. Forse mi sbaglio anche qui ma spero di no.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Crescere

Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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