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Crescere

Mangiare gli animali e trovare lavoro sono problemi simili

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente. Non solo per gli animali ma anche per noi.

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Due giorni fa sono stato da Fico. Per la seconda volta. E per la seconda volta ho pensato le stesse cose: siamo ciò che ci raccontiamo. Ciò che ci siamo raccontati per anni, per millenni.

Siamo ciò che abbiamo fatto in passato, che altri hanno fatto in passato, siamo ciò che si è sempre fatto così. Ma, pensandoci bene, siamo ciò che scegliamo di essere. E dunque si c’è speranza. Perché dipende davvero da noi. Da che storia scegliamo di raccontare e raccontare a noi stessi.

Ma andiamo per ordine. Oppure no. Ecco un paio di spunti e analogie che mi sono venute in mente passeggiando tra stand zeppe di salumi e persone che probabilmente stanno cercando la propria strada.

Cadaverini… ma dai

Qualche mese fa mi trovavo al bar per un aperitivo con 3 amici, uno di questi era il mio socio, vegetariano da oltre trent’anni o forse più. Arrivano gli snack per accompagnare la nostra bevuta e immancabilmente arrivano focaccine ricche di salumi di ogni genere – eravamo nella generosa Emilia Romagna.

Per galanteria mi viene in mente di porgere proprio quel vassoietto lì all’unica donna del tavolo. Lei mi guarda, mi ride (quasi mi ride) e mi dice “No grazie, per me niente cadaverini.”

Rimango di stucco mentre il mio socio ride di gusto e annuisce con la testa. Nel piatto loro vedono cadaveri. Tra loro si capiscono. Illuminati astensionisti. Illuminati non mangiatori di carne, anzi di animali.

Cambia tutto e lo sappiamo

È passato un po’ di tempo da quel buffo episodio e… incredibilmente e contro ogni pronostico neanche io mangio più carne… cadaverini. Oggi sono ben 76 giorni.

Il che mi fa vedere le cose in maniera diversa. E mi dà quella lucidità per capire che dipende davvero dalle storie che ci raccontiamo.

Chi mangia salumi e bistecche con gusto (lo facevo anche io e sinceramente mi manca anche un pochino) parla sempre di carne.

Perché fa chiaramente differenza dire “sì, io mangio la carne” piuttosto che “si, mangio gli animali”.

Perché siamo stati abituati a vederla sempre così. Allo zoo o in fattoria ci sono il bue, la pecora, il maiale, le mucche. I bambini imparano a fare muu, il verso del gallo, gattonare come i cagnolini. E quando gli si regala qualcosa amiamo (e amano) regalare orsetti, giraffe e cavallini.

Perché la storia che si insegna tacitamente ma con grande effetto è che c’è il cibo e ci sono gli animali. Rispettiamo gli animali anche se li mangiamo. Perché c’è il cibo e ci sono gli animali. Perché quando finisce in un panino si perde il contesto, si perde tutto. Diamine, è solo un hamburger!

Questi due uomini fanno schifo perchè uccidono gli animali (?)

La e non va mai preceduta dalla virgola, e i cani non si mangiano

Meno di un anno fa ebbi una gran discussione, si fa per dire, con un cliente. I miei testi non andavano bene e l’uso delle virgole prima della “e” denotava scarsa attenzione o scarsa conoscenza della grammatica.  A suggerirlo al cliente era stata la moglie, insegnante di inglese alle elementari, la quale si era anche confrontata con amici e colleghi insegnanti. Perché è così.

Ora, premesso che sono il primo a conoscere le mie lacune e violazioni della grammatica (alcune giuro volontarie!), il punto è esattamente questo: noi non sappiamo quasi nulla, non decidiamo quasi nulla. Il più delle volte ascoltiamo e obbediamo alle leggi immutabili di ciò che altri prima hanno pensato, detto e “legiferato”.

Come quando di fronte a due quadri o due vestiti sappiamo che uno ci piace più dell’altro ma non sappiamo spiegarne il perché. Quasi uguale. Sappiamo, diciamo, facciamo senza saperne il motivo.

Anzi, nel primo caso c’è un motivo profondo e intimo, nel secondo non c’è un briciolo di motivo.

L’unico, da non ammettere però, è la convinzione di non farcela con le nostre gambine e testoline.

Una scarsa fiducia in quello che pensiamo noi e una cieca in ciò che hanno pensato gli altri. Anche se questi altri vivevano in grotte o non avevano i problemi che abbiamo noi con questi oggettini buffi chiamati smartphone e queste piazze chiamate social.

Adottiamo idee e consigli e suggerimenti, e regole grammaticali, fuori contesto. Senza chiederci quanto senso ci sia e quanto davvero ci siano utili.

I cani ad esempio non si mangiano. Per la stessa ragione.

Perché i cani no… sono animali, esseri viventi, gli manca solo la parola…

I maiali, le mucche, l’agnellino… che vuoi farci è sempre stato così.

Mezza eccezione per il cavallo, in alcune regioni e città mangiato allegramente, in altre visto come attentato all’umanità.

Anche qui, frammenti di cultura e ragion di folla, secondo la bolla in cui siamo cresciuti. A ognuno la sua.

La verità è che ci piace o ci fa comodo

La verità, come ha scritto Leo Babauta su temi simili, è che “non ci piace pensare che il nostro modo di vivere sia sbagliato, che le nostre convinzioni non siano vere, che partecipiamo alla crudeltà o all’ingiustizia.”

Vale quando mangiamo un gelato (latte), quando mangiamo un hamburger, quando compriamo giocattoli di basso costo economico ed alto umanitario.

Ci piace sentirci slegati da ciò che succede agli altri.

Ci piace quel rassicurante senso di non essere i soli peccatori del mondo, di essere invece nella maggioranza e che questa maggioranza, dopo averci abbondantemente meditato, non abbia trovato alcuna alternativa o visto gravi controindicazioni.

La verità è che ci piace mangiare animali e non che ci sia bisogno.

Da quel che ho letto, dopo la mia “conversione”, non ci sono vere giustificazioni neanche in termini di salute. Certo potrebbe richiedere più attenzione, più tempo, più soldi ma si può vivere benissimo anche senza. In altre parole, come per altre questioni, non dobbiamo ma vogliamo.

Solo che questo… questo non ci piace.

Cecità selettiva

 

Adottiamo così l’arte di essere sordi o ciechi secondo la circostanza e la convenienza. Non sentiamo, non vediamo, le urla di un agnellino tolto dalla madre o della madre macellata. Rimbomba invece l’urlo di un cane lasciato in appartamento per una giornata intera.

E, su questioni diverse e più importanti (perché penso che le persone debbano comunque venire prima) non vediamo la sofferenza di milioni di persone ridotte in miseria ma ci straziamo vedendo un corpo in spiaggia.

Ce ne freghiamo allegramente dell’amico che senza soldi e senza scopo si trascina durante le sue giornate, fingiamo di inorridire di fronte a una fabbrica che chiude e lascia per strada 50 operai.

Oppure: chi si preoccupa di quanto è dura la vita dei freelance? Tutti pronti alla battaglia dei rider, dei laureati senza lavoro…

O, di contro, tutti contro gli imprenditori stronzi che pagano poco o niente i dipendenti. E nessuno contro gli imprenditori che diventano stronzi perché non vengono pagati…

Cecità selettiva. La stessa che ci fa credere di morire se non mangiassimo animali e fare spallucce di fronte al fumo (ma non le canne), alcol, sedentarietà, depressione.

Cecità selettiva della quale in fondo, e questo è il problema, siamo responsabili solo in parte. Perché deriva da un sistema derivante da un sistema derivante da un sistema… in altre parole “siamo fatti così, si è sempre fatto così!”

Se non ce la faccio io non ce la farai (devi fare) neanche tu

Altra cosa che abbiamo imparato chissà quando è che se non ce la faccio io non devi riuscirci neanche tu. E così di fronte a chi sta portando avanti una battaglia cerchiamo in tutti i modi di presentare idee, statistiche e obiezioni.

Forse vivo in modo esagerato questa storia ma gli ultimi 76 giorni sono stati davvero difficili. Non tanto per rinunciare a salumi e hot dog ma per ciò che intorno mi sono sentito dire.

Tutti esperti nutrizionisti, filosofi, profondi conoscitori dell’umanità. Tutti con il proprio bagaglio di certezze in una mano e panino al salame nell’altra. Tutti, più o meno ingenuamente, a fare il tifo contro. Sperando mangiassi infine un arrosticino o con la convinzione che presto o tardi succederà.

Che poi è quello che succede su altri fronti. Come quando ho iniziato a lavorare sperando di ritrovarmi davvero con un lavoro.

Senza laurea, senza titoli, senza amici illustri. Io e il mio pc verso la conquista del mondo e il mondo che sapeva che non ce l’avrei fatta mica.

Perché? Perché è così. Perché Tizio, Caio, “io” (cioè loro) non ce l’ho mica fatta. Perché è bello, lenitivo, sapere che non si può fare anziché essere messi di fronte alle proprie responsabilità.

Non si può risolvere il mondo, dunque niente

Faber est suae quisque fortunae, l’uomo è artefice del proprio destino. Pare l’abbia detto Sallustio. Ma pare anche che “l’uomo non vuole essere artefice del proprio destino” sarebbe stata più azzeccata.

Ciò dal quale fuggiamo quasi tutti, quasi quotidianamente, è la responsabilità delle nostre azioni e la potenza delle nostre azioni.

Vale in termini di panini/animali quanto in termini di azioni/vite nostre e degli altri.

Si basa sulla convinzione che o tutto o niente. E che se un’azione non risolve subito e tutto allora sia inutile.

Un po’ la storia del tizio stupido che prendeva le stelle marine e le rigettava in mare.

Le puoi mica salvare tutte? Non fa differenza?

“Chiedilo a quelle che sono di nuovo in mare se fa differenza…”

Fuor di metafora, c’è che siamo programmati per essere localmente ottimisti e pessimistici a livello globale. Se ci pensiamo, siamo sempre più o meno convinti di sapere, fare bene, meritare ma sempre disfattisti quando tocca fare i conti con l’umanità.

Gli uomini sono cattivi, la politica malata, i concorsi truccati, il lavoro per niente democratico.

Tradotto: io sarei anche bravo ma loro no.

Un ragionamento che, a sentirlo, difficilmente raccoglie obiezioni non perché davvero corretto ma perché usato da tutti. E non vuoi mica dire che lui si sbaglia, cioè che anche tu ti sbagli!

Tutto o niente

O l’Everest o niente?

Per lo stesso motivo mi consigliano di ingozzarmi di wurstel perché tanto l’industria alimentare va comunque avanti. E perché comunque anche le scarpe che indosso, l’auto che guido, il pc che utilizzo per lavorare fa male…

Il che è chiaramente vero. Non sbaglia affatto chi dice queste cose.

Tranne per un particolare: a volte, quasi sempre, non puoi risolvere tutto ma anche poco fa la differenza.

Non solo per il mondo ma anche per te.

76 giorni che non mangio animali sono un inezia per il genere animali ma hanno molto significato per me. Perché siamo fatti di significato e viviamo di significato.

Sapere di impegnarsi per qualcosa spesso è dirompente e potente a dispetto del risultato conseguito.

E se così non fosse nessuno raggiungerebbe niente.

Ci vuole fede in ciò che si fa.

C’è sempre un momento in cui pare di non raccogliere niente, non avere un impatto, non fare la differenza. Ma è un momento.

E il cambiamento non è mai una cosa lineare. Non è 1,2,3,4,5,6…

È 0,0,0,0,1,3,0 e poi a un tratto 10.

Per arrivare a 10 ci vuole fede e il categorico rifiuto di farsi categorizzare.

Categorie

Ancora un passaggio sulle mie vicende personali. Ho detto che non mangio animali ma ho mentito. In realtà mangio ancora il pesce sebbene mi impegni a mangiare pesce locale e non allevato intensivamente.

Qui si potrebbe aprire una polemica che infatti spesso si apre. Allora non sei vegetariano, allora non sei vegano?

Ho una storia ragionata per spiegarne i motivi ma qui è più importante ragionare su altro.

Sul fatto che ad esempio i vegetariani non subiscono lo stesso trattamento dei pescatariani (vegani che mangiano pesce) nonostante è risaputo che il consumo di latticini sia causa di svariate disumanità verso gli animali. Non succede perché anche “gli illuminati” hanno bisogno delle proprie etichette.

Che è il vero problema.

Al pari di uomo + donna = famiglia altrimenti no. Giovane uguale inesperienza e vecchio uguale inutile.

Etichette che ci aiutano a districarci nella complessità ma che non fanno mica bene. Etichette che pensandoci, come detto prima, non sono nemmeno le nostre.

Le storie che ci raccontiamo valgono più di ciò che ci hanno raccontato

Dunque, dicevo all’inizio, ero da Fico. I bambini hanno insistito per andare a salutare gli animali che ci sono fuori.

Io mi accendo una sigaretta pensando di essere fuori. Si avvicina una signora che con gentilezza mi indica un cartello. C’è scritto “Per il bene degli animali si prega di non fumare…”

Ooops. Spengo la sigaretta.

La signora sembra soddisfatta della mia diligenza. Prende la mano al bambino e indica tutta contenta il recinto di fronte.

C’è una vacca mamma che allatta il suo piccolo.

La mamma donna è contenta di aver offerto la scena al bambino. Le stringe la mano, l’abbraccia per la tenerezza e… quasi si sporca con il panino.

Panino con carne… mica animali.

Cosa c’entra il lavoro?

Ho quasi concluso…

Potrebbe rimanere il dubbio su cosa c’entri il lavoro con questa storia. C’entra perché si tratta sempre di storie.

Le storie che ci hanno raccontato, quelle che raccontiamo, e le nostre quelle intime e vere.

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente.

Così come sin quando diremo “il lavoro non c’è” anziché “non ho saputo cogliere il cambiamento e sono rimasto fuori ma adesso aspetta che mi rimetto in pista” non cambierà mai niente.

Il cambiamento? Il cambiamento si è inevitabile. Ma di ancora più inevitabile c’è il fatto di prenderne consapevolezza ed essere sinceri con noi stessi.

Non dirlo a nessuno ma se sei arrivato sin qui ragiona e rispondi sinceramente alla domanda “è davvero così che deve andare?”

Deve andare = il destino ha deciso e non c’è niente da fare.

Risposte diverse per quanto dolorose possono invece aprire mondi nuovi e inesplorati forse anche più felici.

Come dice il mio amico e mentore Sebastiano, “Per quanto appaia complicato, ci sono solo due domande da farsi. Quale sarà il prossimo capitolo della tua vita? E chi lo scriverà?

Ecco, “chi lo scriverà” è il punto di tutta la questione.

Lo scriverai tu? Usando le tue idee e le tue aspirazioni o usando parole e idee di chi ti è venuto prima?

Da 76 giorni non mangio animali e mi piace questa follia del sacrificarsi per qualcosa che per me è importante. Ma sono sicuro che avrai capito che in fondo non si parla, solo, di questo. Si parla di me. Di te. Di scegliere.

Scegliere da che parte stare. Dalla tua o da quella degli altri?

Tornando agli animali… Penso che i tempi siano maturi per rispettare gli animali, non ucciderli e non mangiarli. Ma forse mi sbaglio.

Penso che i tempi siano maturi per essere noi stessi, raccontare e vivere la storia che davvero ci appartiene e non quella che altri hanno scelto per noi. Forse mi sbaglio anche qui ma spero di no.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Ognuno salta tanto alto quanto vuole e quanto può (l’importante è saltare)

Non c’è alcuna medaglia al collo da indossare e far vedere. C’è la volontà di saltare ancora. Di crederci ancora.

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Prende le misure. Studia l’altezza e la distanza. Prepara il corpo e con uno scatto rapido e fulmineo compie il balzo. Fa così Open. Fa così tutte le volte che vuole raggiungere qualcosa che lo attrae.

Mi fa pensare all’asticella del salto in alto, ma non solamente come ad un ostacolo da superare. Mi fa pensare a cosa sono disposta ad andare a prendere. Una sorta di sfida. Una sfida inevitabile.

Un poco di più oggi. Forse un poco di più domani.

Oggi ce la fai. Domani forse no. Ma resta il fatto che puoi provare ancora.

Mi fa pensare a tante storie che ho incontrato. Storie diverse ma anche storie molto uguali.

Come la storia di A. Lasciato a casa dal lavoro da un giorno all’altro. Lavoro che era la sua ragione di vita. Quello stesso lavoro per cui oggi il solo pensiero gli fa salire un nodo alla gola. Una famiglia da mandare avanti. Morale ed autostima sotto le scarpe.

E mentre lo ascoltavo scorgevo occhi tristi, a tratti carichi di lacrime che in qualche modo ricacciava indietro. L’asticella in questo momento era troppo alta o forse non la vedeva proprio.

Oppure penso a I. in un letto d’ospedale in una città che non è la sua. Quasi un mese ormai. Ho poche informazioni. Essenziali. Bastano per capire che l’asticella è ancora lì. Solo ad un livello più basso rispetto a prima. Perché adesso si deve ricominciare da capo. Ma l’asticella non l’ha tolta. Non perché “è giovane ed ha ancora tutta la vita davanti”. Perché ci crede.

S. divenuta madre da pochi mesi. Ora la sua asticella è puntata qualche tacca più in alto perché sa che farebbe qualunque cosa per la figlia. Anche andare oltre le proprie possibilità. Una madre ci riesce sempre.

M. che si prende giorni di permesso dal lavoro per seguire la madre ammalata, anche se non potrebbe, per far quadrare i conti a fine mese e non far mancare nulla ai figli. M. la cui asticella ha subito forti colpi in questi ultimi anni. Asticella che spesso e volentieri è caduta a terra, ed ogni volta ha trovato il coraggio di rimetterla al proprio posto e guardare oltre.

L. che finalmente sceglie di lasciare il posto di lavoro che la stava logorando. E così si imbarca in una nuova avventura, non meno complessa, sicuramente più gratificante. Un salto nella luce come dice lei. Un salto in alto, quello in cui sei così felice che oltrepassi l’asticella senza nemmeno sfiorarla.

Storie. Persone. Potrei continuare all’infinito. Perché tutti abbiamo la nostra personale asticella. Quella che segna passaggi di vita. Quella che fa vedere fin dove possiamo spingere le nostre possibilità. Quella che ci fa sentire piccoli ed insicuri. Quella che spinge a non mollare, a tentare ancora ed ancora. Perché anche se cade, non ci si deve mai dimenticare che l’asticella si può rimettere al proprio posto, una tacca più in basso, una più in alto. Non è questo che fa la differenza.

È la volontà di credere in se stessi a fare la differenza. È sapere che alla fine non ci sarà nessuna medaglia al collo da indossare e far vedere. Perché hai compreso cosa sei disposto ad andare a prendere. E l’asticella adesso, anche se sta ancora oscillando, è ancora lì al proprio posto.

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