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Mangiare gli animali e trovare lavoro sono problemi simili

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente. Non solo per gli animali ma anche per noi.

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Due giorni fa sono stato da Fico. Per la seconda volta. E per la seconda volta ho pensato le stesse cose: siamo ciò che ci raccontiamo. Ciò che ci siamo raccontati per anni, per millenni.

Siamo ciò che abbiamo fatto in passato, che altri hanno fatto in passato, siamo ciò che si è sempre fatto così. Ma, pensandoci bene, siamo ciò che scegliamo di essere. E dunque si c’è speranza. Perché dipende davvero da noi. Da che storia scegliamo di raccontare e raccontare a noi stessi.

Ma andiamo per ordine. Oppure no. Ecco un paio di spunti e analogie che mi sono venute in mente passeggiando tra stand zeppe di salumi e persone che probabilmente stanno cercando la propria strada.

Cadaverini… ma dai

Qualche mese fa mi trovavo al bar per un aperitivo con 3 amici, uno di questi era il mio socio, vegetariano da oltre trent’anni o forse più. Arrivano gli snack per accompagnare la nostra bevuta e immancabilmente arrivano focaccine ricche di salumi di ogni genere – eravamo nella generosa Emilia Romagna.

Per galanteria mi viene in mente di porgere proprio quel vassoietto lì all’unica donna del tavolo. Lei mi guarda, mi ride (quasi mi ride) e mi dice “No grazie, per me niente cadaverini.”

Rimango di stucco mentre il mio socio ride di gusto e annuisce con la testa. Nel piatto loro vedono cadaveri. Tra loro si capiscono. Illuminati astensionisti. Illuminati non mangiatori di carne, anzi di animali.

Cambia tutto e lo sappiamo

È passato un po’ di tempo da quel buffo episodio e… incredibilmente e contro ogni pronostico neanche io mangio più carne… cadaverini. Oggi sono ben 76 giorni.

Il che mi fa vedere le cose in maniera diversa. E mi dà quella lucidità per capire che dipende davvero dalle storie che ci raccontiamo.

Chi mangia salumi e bistecche con gusto (lo facevo anche io e sinceramente mi manca anche un pochino) parla sempre di carne.

Perché fa chiaramente differenza dire “sì, io mangio la carne” piuttosto che “si, mangio gli animali”.

Perché siamo stati abituati a vederla sempre così. Allo zoo o in fattoria ci sono il bue, la pecora, il maiale, le mucche. I bambini imparano a fare muu, il verso del gallo, gattonare come i cagnolini. E quando gli si regala qualcosa amiamo (e amano) regalare orsetti, giraffe e cavallini.

Perché la storia che si insegna tacitamente ma con grande effetto è che c’è il cibo e ci sono gli animali. Rispettiamo gli animali anche se li mangiamo. Perché c’è il cibo e ci sono gli animali. Perché quando finisce in un panino si perde il contesto, si perde tutto. Diamine, è solo un hamburger!

Questi due uomini fanno schifo perchè uccidono gli animali (?)

La e non va mai preceduta dalla virgola, e i cani non si mangiano

Meno di un anno fa ebbi una gran discussione, si fa per dire, con un cliente. I miei testi non andavano bene e l’uso delle virgole prima della “e” denotava scarsa attenzione o scarsa conoscenza della grammatica.  A suggerirlo al cliente era stata la moglie, insegnante di inglese alle elementari, la quale si era anche confrontata con amici e colleghi insegnanti. Perché è così.

Ora, premesso che sono il primo a conoscere le mie lacune e violazioni della grammatica (alcune giuro volontarie!), il punto è esattamente questo: noi non sappiamo quasi nulla, non decidiamo quasi nulla. Il più delle volte ascoltiamo e obbediamo alle leggi immutabili di ciò che altri prima hanno pensato, detto e “legiferato”.

Come quando di fronte a due quadri o due vestiti sappiamo che uno ci piace più dell’altro ma non sappiamo spiegarne il perché. Quasi uguale. Sappiamo, diciamo, facciamo senza saperne il motivo.

Anzi, nel primo caso c’è un motivo profondo e intimo, nel secondo non c’è un briciolo di motivo.

L’unico, da non ammettere però, è la convinzione di non farcela con le nostre gambine e testoline.

Una scarsa fiducia in quello che pensiamo noi e una cieca in ciò che hanno pensato gli altri. Anche se questi altri vivevano in grotte o non avevano i problemi che abbiamo noi con questi oggettini buffi chiamati smartphone e queste piazze chiamate social.

Adottiamo idee e consigli e suggerimenti, e regole grammaticali, fuori contesto. Senza chiederci quanto senso ci sia e quanto davvero ci siano utili.

I cani ad esempio non si mangiano. Per la stessa ragione.

Perché i cani no… sono animali, esseri viventi, gli manca solo la parola…

I maiali, le mucche, l’agnellino… che vuoi farci è sempre stato così.

Mezza eccezione per il cavallo, in alcune regioni e città mangiato allegramente, in altre visto come attentato all’umanità.

Anche qui, frammenti di cultura e ragion di folla, secondo la bolla in cui siamo cresciuti. A ognuno la sua.

La verità è che ci piace o ci fa comodo

La verità, come ha scritto Leo Babauta su temi simili, è che “non ci piace pensare che il nostro modo di vivere sia sbagliato, che le nostre convinzioni non siano vere, che partecipiamo alla crudeltà o all’ingiustizia.”

Vale quando mangiamo un gelato (latte), quando mangiamo un hamburger, quando compriamo giocattoli di basso costo economico ed alto umanitario.

Ci piace sentirci slegati da ciò che succede agli altri.

Ci piace quel rassicurante senso di non essere i soli peccatori del mondo, di essere invece nella maggioranza e che questa maggioranza, dopo averci abbondantemente meditato, non abbia trovato alcuna alternativa o visto gravi controindicazioni.

La verità è che ci piace mangiare animali e non che ci sia bisogno.

Da quel che ho letto, dopo la mia “conversione”, non ci sono vere giustificazioni neanche in termini di salute. Certo potrebbe richiedere più attenzione, più tempo, più soldi ma si può vivere benissimo anche senza. In altre parole, come per altre questioni, non dobbiamo ma vogliamo.

Solo che questo… questo non ci piace.

Cecità selettiva

 

Adottiamo così l’arte di essere sordi o ciechi secondo la circostanza e la convenienza. Non sentiamo, non vediamo, le urla di un agnellino tolto dalla madre o della madre macellata. Rimbomba invece l’urlo di un cane lasciato in appartamento per una giornata intera.

E, su questioni diverse e più importanti (perché penso che le persone debbano comunque venire prima) non vediamo la sofferenza di milioni di persone ridotte in miseria ma ci straziamo vedendo un corpo in spiaggia.

Ce ne freghiamo allegramente dell’amico che senza soldi e senza scopo si trascina durante le sue giornate, fingiamo di inorridire di fronte a una fabbrica che chiude e lascia per strada 50 operai.

Oppure: chi si preoccupa di quanto è dura la vita dei freelance? Tutti pronti alla battaglia dei rider, dei laureati senza lavoro…

O, di contro, tutti contro gli imprenditori stronzi che pagano poco o niente i dipendenti. E nessuno contro gli imprenditori che diventano stronzi perché non vengono pagati…

Cecità selettiva. La stessa che ci fa credere di morire se non mangiassimo animali e fare spallucce di fronte al fumo (ma non le canne), alcol, sedentarietà, depressione.

Cecità selettiva della quale in fondo, e questo è il problema, siamo responsabili solo in parte. Perché deriva da un sistema derivante da un sistema derivante da un sistema… in altre parole “siamo fatti così, si è sempre fatto così!”

Se non ce la faccio io non ce la farai (devi fare) neanche tu

Altra cosa che abbiamo imparato chissà quando è che se non ce la faccio io non devi riuscirci neanche tu. E così di fronte a chi sta portando avanti una battaglia cerchiamo in tutti i modi di presentare idee, statistiche e obiezioni.

Forse vivo in modo esagerato questa storia ma gli ultimi 76 giorni sono stati davvero difficili. Non tanto per rinunciare a salumi e hot dog ma per ciò che intorno mi sono sentito dire.

Tutti esperti nutrizionisti, filosofi, profondi conoscitori dell’umanità. Tutti con il proprio bagaglio di certezze in una mano e panino al salame nell’altra. Tutti, più o meno ingenuamente, a fare il tifo contro. Sperando mangiassi infine un arrosticino o con la convinzione che presto o tardi succederà.

Che poi è quello che succede su altri fronti. Come quando ho iniziato a lavorare sperando di ritrovarmi davvero con un lavoro.

Senza laurea, senza titoli, senza amici illustri. Io e il mio pc verso la conquista del mondo e il mondo che sapeva che non ce l’avrei fatta mica.

Perché? Perché è così. Perché Tizio, Caio, “io” (cioè loro) non ce l’ho mica fatta. Perché è bello, lenitivo, sapere che non si può fare anziché essere messi di fronte alle proprie responsabilità.

Non si può risolvere il mondo, dunque niente

Faber est suae quisque fortunae, l’uomo è artefice del proprio destino. Pare l’abbia detto Sallustio. Ma pare anche che “l’uomo non vuole essere artefice del proprio destino” sarebbe stata più azzeccata.

Ciò dal quale fuggiamo quasi tutti, quasi quotidianamente, è la responsabilità delle nostre azioni e la potenza delle nostre azioni.

Vale in termini di panini/animali quanto in termini di azioni/vite nostre e degli altri.

Si basa sulla convinzione che o tutto o niente. E che se un’azione non risolve subito e tutto allora sia inutile.

Un po’ la storia del tizio stupido che prendeva le stelle marine e le rigettava in mare.

Le puoi mica salvare tutte? Non fa differenza?

“Chiedilo a quelle che sono di nuovo in mare se fa differenza…”

Fuor di metafora, c’è che siamo programmati per essere localmente ottimisti e pessimistici a livello globale. Se ci pensiamo, siamo sempre più o meno convinti di sapere, fare bene, meritare ma sempre disfattisti quando tocca fare i conti con l’umanità.

Gli uomini sono cattivi, la politica malata, i concorsi truccati, il lavoro per niente democratico.

Tradotto: io sarei anche bravo ma loro no.

Un ragionamento che, a sentirlo, difficilmente raccoglie obiezioni non perché davvero corretto ma perché usato da tutti. E non vuoi mica dire che lui si sbaglia, cioè che anche tu ti sbagli!

Tutto o niente

O l’Everest o niente?

Per lo stesso motivo mi consigliano di ingozzarmi di wurstel perché tanto l’industria alimentare va comunque avanti. E perché comunque anche le scarpe che indosso, l’auto che guido, il pc che utilizzo per lavorare fa male…

Il che è chiaramente vero. Non sbaglia affatto chi dice queste cose.

Tranne per un particolare: a volte, quasi sempre, non puoi risolvere tutto ma anche poco fa la differenza.

Non solo per il mondo ma anche per te.

76 giorni che non mangio animali sono un inezia per il genere animali ma hanno molto significato per me. Perché siamo fatti di significato e viviamo di significato.

Sapere di impegnarsi per qualcosa spesso è dirompente e potente a dispetto del risultato conseguito.

E se così non fosse nessuno raggiungerebbe niente.

Ci vuole fede in ciò che si fa.

C’è sempre un momento in cui pare di non raccogliere niente, non avere un impatto, non fare la differenza. Ma è un momento.

E il cambiamento non è mai una cosa lineare. Non è 1,2,3,4,5,6…

È 0,0,0,0,1,3,0 e poi a un tratto 10.

Per arrivare a 10 ci vuole fede e il categorico rifiuto di farsi categorizzare.

Categorie

Ancora un passaggio sulle mie vicende personali. Ho detto che non mangio animali ma ho mentito. In realtà mangio ancora il pesce sebbene mi impegni a mangiare pesce locale e non allevato intensivamente.

Qui si potrebbe aprire una polemica che infatti spesso si apre. Allora non sei vegetariano, allora non sei vegano?

Ho una storia ragionata per spiegarne i motivi ma qui è più importante ragionare su altro.

Sul fatto che ad esempio i vegetariani non subiscono lo stesso trattamento dei pescatariani (vegani che mangiano pesce) nonostante è risaputo che il consumo di latticini sia causa di svariate disumanità verso gli animali. Non succede perché anche “gli illuminati” hanno bisogno delle proprie etichette.

Che è il vero problema.

Al pari di uomo + donna = famiglia altrimenti no. Giovane uguale inesperienza e vecchio uguale inutile.

Etichette che ci aiutano a districarci nella complessità ma che non fanno mica bene. Etichette che pensandoci, come detto prima, non sono nemmeno le nostre.

Le storie che ci raccontiamo valgono più di ciò che ci hanno raccontato

Dunque, dicevo all’inizio, ero da Fico. I bambini hanno insistito per andare a salutare gli animali che ci sono fuori.

Io mi accendo una sigaretta pensando di essere fuori. Si avvicina una signora che con gentilezza mi indica un cartello. C’è scritto “Per il bene degli animali si prega di non fumare…”

Ooops. Spengo la sigaretta.

La signora sembra soddisfatta della mia diligenza. Prende la mano al bambino e indica tutta contenta il recinto di fronte.

C’è una vacca mamma che allatta il suo piccolo.

La mamma donna è contenta di aver offerto la scena al bambino. Le stringe la mano, l’abbraccia per la tenerezza e… quasi si sporca con il panino.

Panino con carne… mica animali.

Cosa c’entra il lavoro?

Ho quasi concluso…

Potrebbe rimanere il dubbio su cosa c’entri il lavoro con questa storia. C’entra perché si tratta sempre di storie.

Le storie che ci hanno raccontato, quelle che raccontiamo, e le nostre quelle intime e vere.

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente.

Così come sin quando diremo “il lavoro non c’è” anziché “non ho saputo cogliere il cambiamento e sono rimasto fuori ma adesso aspetta che mi rimetto in pista” non cambierà mai niente.

Il cambiamento? Il cambiamento si è inevitabile. Ma di ancora più inevitabile c’è il fatto di prenderne consapevolezza ed essere sinceri con noi stessi.

Non dirlo a nessuno ma se sei arrivato sin qui ragiona e rispondi sinceramente alla domanda “è davvero così che deve andare?”

Deve andare = il destino ha deciso e non c’è niente da fare.

Risposte diverse per quanto dolorose possono invece aprire mondi nuovi e inesplorati forse anche più felici.

Come dice il mio amico e mentore Sebastiano, “Per quanto appaia complicato, ci sono solo due domande da farsi. Quale sarà il prossimo capitolo della tua vita? E chi lo scriverà?

Ecco, “chi lo scriverà” è il punto di tutta la questione.

Lo scriverai tu? Usando le tue idee e le tue aspirazioni o usando parole e idee di chi ti è venuto prima?

Da 76 giorni non mangio animali e mi piace questa follia del sacrificarsi per qualcosa che per me è importante. Ma sono sicuro che avrai capito che in fondo non si parla, solo, di questo. Si parla di me. Di te. Di scegliere.

Scegliere da che parte stare. Dalla tua o da quella degli altri?

Tornando agli animali… Penso che i tempi siano maturi per rispettare gli animali, non ucciderli e non mangiarli. Ma forse mi sbaglio.

Penso che i tempi siano maturi per essere noi stessi, raccontare e vivere la storia che davvero ci appartiene e non quella che altri hanno scelto per noi. Forse mi sbaglio anche qui ma spero di no.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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La felicità è roba da pazzi. Qui il più pazzo uomo della Thailandia spiega come fare

Jon Jandai, vive una vita spensierata in Thailandia mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono afflitti da debiti e aspettative. Il suo motto è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

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Se dovessi scegliere un aggettivo per definire la mia vita, farei un grande sforzo. Me ne vengono in mente almeno un paio e credo, avessi davvero l’esigenza di sceglierne solo uno, rimarrei bloccata per ore e ore. Se invece il compito fosse quello di trovare un aggettivo che non mi appartiene, che penso non definisca la mia vita… mi verrebbe facile.

Facile. Lo so, è un terribile gioco di parole ma l’aggettivo che non assocerei alla mia esistenza è “facile”. O i suoi sinonimi più diffusi, come ad esempio “semplice”.

E pensandoci, almeno per una volta, non mi sento affatto strana ma penso di essere in buona compagnia. Buona parte del pianeta è oggi alle prese con problemi grandi, alcuni nuovi, o anche semplici intoppi che rendono tutto tremendamente ingarbugliato.

Senza fare affidamento sulle statistiche, penso il rapporto con la nostra vita e i nostri problemi possa sintetizzarsi bene in ciò che diceva Socrate:

“Se tutti dovessimo mettere in un mucchio comune le nostre sfortune, e ognuno dovesse poi prenderne una parte uguale, i più sarebbero contenti di riprendersi la propria e andarsene.”

Tanta verità in questa frase. Nella prima parte c’è il racconto di un genere, quello umano, che è costantemente convinto di avere sempre più problemi, o più gravi, del vicino. Nella seconda parte della frase vi è invece la soluzione che nessun vuol vedere: i problemi ci sono, è naturale che ci siano ma basterebbe un pizzico di lucidità per comprendere che in fondo non va così male.

Trovare la felicità “al contrario” appare dunque la strada più sensata.

Il problema è che per quanto sensato possa essere, mettersi sulla strada della ricerca della felicità, o anche qualcosa di simile, è roba da pazzi. O roba che ti fa comportare da pazzo, almeno agli occhi della gente.

L’uomo più felice del pianeta è un pazzo

La Thailandia è un paese splendido, lo so per esperienza essendoci stata per circa quattro anni, più o meno continuamente. Un luogo dove la natura sembra più vicina, più vera. Un luogo dove, da un certo punto di vista, ti viene più semplice “andare piano”. D’altra parte, però non si può certo dire che la Thailandia sia un posto “facile”.

Poco equilibrio politico, specie di recente, un’economia che non riesce mai a decollare, problemi diffusi di sicurezza, carenze di infrastrutture, collegamenti e altre cose che noi occidentali diamo per scontate.

Eppure, mentre alcuni faticano a vivere una vita “normale”, è qui, in Thailandia che probabilmente vive l’uomo più felice del mondo. O il più pazzo.

Jon Jandai, l’autoproclamato agricoltore della “felicità” della parte settentrionale della Tailandia vive una vita spensierata nel villaggio mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono pesantemente gravati da debiti e aspettative. Il suo motto, divenuto celebre in un Ted visto da oltre 5 milioni di persone, è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

“C’è una cosa che vorrei dire a tutti voi: la vita è semplice. È semplice e divertente. Non l’ho sempre pensata così: quand’ero a Bangkok, pensavo che la vita fosse dura e molto complessa. Sono nato in un villaggio molto povero nel nord-est della Thailandia e quand’ero bambino tutto era facile e spontaneo. Poi arrivò la televisione e da quel momento le persone intorno a me cambiarono. Improvvisamente iniziarono a dirmi: tu sei povero, devi inseguire il successo nella vita. Devi andare a Bangkok per avere successo”.

Jon decide così di trasferirsi a Bangkok per cercare il successo di cui tutti parlavano per poi accorgersi che aveva bisogno di farsi alcune domande per capire cosa stesse combinando e perché le cose non giravano per il verso giusto. Ecco come ha risolto alcuni dei grandi problemi della vita.

  1. Se lavoro così tanto per una vita migliore, perchè la vita è così dura?

Deve esserci qualcosa di sbagliato perchè produco ogni giorno tante cose ma la qualità della mia vita diminuisce.

  1. Perchè devo stare a Bangkok?

Nel mio villaggio nessuno lavorava otto ore al giorno, si lavorava due ore al giorno per due mesi all’anno. Si piantava il riso per un mese e si raccoglieva il riso per un mese. Nei dieci mesi successivi ognuno si godeva il propio tempo libero. (…) La gente aveva un sacco di tempo libero una volta e così ognuno aveva tempo di stare solo con se stesso. E così aveva tempo di capirsi. E se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. 

  1. Perchè non tornare a vivere come vivevo da bambino?

Tornai a casa e ripresi a vivere come vivevo da bambino. Tornai a lavorare due mesi all’anno. Coltivai il riso e ne restava a sufficienza sia per sfamare la mia famiglia sia per essere venduto e così avere un reddito. Creai anche due laghetti e ci misi dei pesci, così potevo pescare tutto l’anno. Creai un orto dove coltivo diversi tipi di verdure e quelle in eccesso le rivendo.

  1. Perchè 30 anni di lavoro per poter comprare casa?

Mi resi conto che le persone più intelligenti di me studiavano e dovevano lavorare per 30 anni per poter acquistare una casa. Così la casa l’ho costruita personalmente. In tre mesi mi sono fatto la casa mentre un amico molto più intelligente di me ha acquistato una casa già pronta indebitandosi per 30 anni. Entrambi abbiamo una casa ma io ho 29 anni e 10 mesi di tempo libero più di lui.

  1. Perchè ho comprato un paio di pantaloni così costosi?

A Bangkok volevo vestirmi come una star del cinema. Così lavorai per un mese intero per potermi permettere un paio di jeans. Mi guardai allo specchio: un paio di pantaloni costosi non possono cambiarti la vita. Prima di comprarci qualcosa dovremmo chiederci: lo stiamo comprando perchè ci piace o perchè ci serve?

Bisogna essere pazzi per essere felici?

Il punto probabilmente è davvero che la vita è facile e semplice. Sicuramente più facile di come invece tendiamo a complicarla noi nelle nostre quotidianità frenetiche, veloci che se ti fermi sei perduto o sei finito.

Il problema è che si cresce con l’idea che la vita sia fatica, duro lavoro sempre e comunque. Ma il punto è che dobbiamo imparare a semplificare, ad eliminare, a stare insieme alle persone.

Siamo più disconnessi che connessi. Siamo più attaccati al denaro perchè senza non si può vivere, o almeno così pare.

E come conclude Jon durante il suo intervento al Tedx “per essere felici dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare la connessione con la terra, con le persone, con il nostro corpo e la nostra mente. Possiamo essere felici. La vita è facile”.

In fondo è vero che se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. E forse capisci anche che la felicità sta nelle cose semplici.

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