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Marina e i muri: perché a volte gli ostacoli non ci fermano ma ci rendono migliori

Muri. Al muro. Immagini che spesso usiamo per raccontare e raccontarci un impedimento, specie se non ce l’aspettavamo. Muri tra ciò che siamo e ciò che potremmo, vorremmo, diventare.

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Marina ha attraversato tanti muri. Nel 1988 ha percorso a piedi il muro più imponente del mondo, la Grande Muraglia Cinese. L’ha fatto per dire addio al suo amore di una vita, l’artista Ulay, che a sua volta ha attraversato il muro contemporaneamente, ma partendo dall’estremo opposto. I due si sono incontrati a metà dopo mesi di cammino e si sono lasciati, proseguendo nella direzione opposta.

Marina ha anche attraversato numerosi “muri” personali: il muro della paura, dei propri limiti, della stanchezza, della difficoltà di vivere sotto dittatura. A volte li ha superati con un balzo, ma spesso ha dovuto sfondarli, a calci e testate. Facendosi male, il più delle volte, ma aprendo pertugi da cui anche altri dopo di lei sarebbero potuti passare.

Mi sono imbattuta per la prima volta nell’autobiografia di Marina Abramovic quando a mia volta mi trovavo di fronte un muro. Alto, robusto, spaventoso. Era il muro della mia insoddisfazione professionale. Avevo camminato verso quel muro fino a quel momento senza saperlo, finchè non me lo sono trovato davanti. E non avrei potuto proseguire senza superarlo.

Oggi, riflettendoci su a posteriori, e confrontandomi ogni giorno con persone che si trovano adesso nella mia situazione di allora, mi sono accorta che in realtà il muro da attraversare quando sentiamo il desiderio di cambiare lavoro non è uno solo, sono (almeno) tre.

  • Il muro della paura: la paura di non farcela, innanzitutto. O di sbagliare, di pentircene, di dover mettere l’orgoglio nel freezer e tornare sui nostri passi. Ma anche di dover ripartire da zero in una nuova realtà, di dover ricominciare a imparare da ultimi arrivati, di scoprire di non essere bravi. La paura del cambiamento. Questo muro è tosto e ciò che rende ancora più difficile il suo attraversamento è che arriviamo qui già feriti, fragili, e dunque basta una piccola botta per farci desistere nell’impresa e decidere di lasciar perdere. La motivazione qui gioca tutta la differenza. Avere chiari i motivi per cui vogliamo andare avanti anzichè indietro, per cui vogliamo vedere cosa c’è al di là del muro, a costo di rimanere delusi. Il famoso (e forse talvolta abusato) motto della cavalleria “Getta il cuore oltre l’ostacolo” chiarisce i passi da fare!
  • Il muro degli altri: cosa penseranno gli altri della nostra decisione? Cosa diranno? Chi per primo ci darà dei pazzi? Un genitore o il partner? Per non parlare dei colleghi..Ho incontrato diverse persone che nel raccontarmi della loro decisione di intraprendere nuove strade professionali confessavano di non aver ancora condiviso tutto questo con le persone più vicine. “Non capirebbero..” è la frase di rito. Ma in fondo qui c’è poco da capire. Fondamentalmente, c’è da essere felici.
  • Il muro della discussione: il lavoro è parte essenziale della nostra quotidianità e, per molti, il primo strumento per definire la propria identità. Metterlo in discussione significa mettere in discussione ciò che siamo e tutti gli equilibri che abbiamo faticato a costruire. Mettere in discussione noi, riconoscendoci diversi da prima, cambiati, magari più fragili o più forti di come pensavamo, sicuramente in movimento. Mettere in discussione la definizione che ci siamo sempre dati, il profilo professionale che per anni ci ha descritti, la scrivania su cui pensavamo di invecchiare. Somiglia un po’ a quando ci si separa da un partner. Mai lo avremmo pensato, le premesse erano ottime, ci eravamo giurati amore eterno, eppure…si cambia.

Muri. Al muro. Immagini che spesso usiamo per raccontare e raccontarci un impedimento, specie se non ce l’aspettavamo.
Muri tra ciò che siamo e ciò che potremmo, vorremmo, diventare.

Muri che rappresentano le difficoltà, soggettive spesso più che reali. Muri che ci pongono di fronte a una scelta: tornare indietro o andare avanti. Perché, come dice Marina:

“Se scegliamo la strada più semplice, allora non cambieremo mai”. (M. Abramovic)

 

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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