Connect with us

Crescere

Non c’è nessun cerchio da far quadrare (o la saggezza dei Nativi Americani)

Chi è alla ricerca di sé trova spesso nel viaggio e nelle popolazioni più remote i segni che sta cercando. Tradizioni e sapere antichi, a volte di una semplicità – e di una potenza – disarmante. Come sedersi in cerchio, tutti insieme, per condividere la propria storia.

Pubblicato

il

Dividere le persone in categorie è rischioso, perché può farci incappare in scivoloni dolorosi. Quando nel quotidiano generalizziamo, mettiamo in scena una delle azioni più comunicativamente pericolose: la trasmissione di superficialità.

Questa situazione negativa inizia con una lingua commestibile, conosciuta a livelli comuni. Due o più persone discutono, su tematiche di attualità. Ma quando chi parla non si accorge che l’uditore su quell’argomento ne sa di più, finisce per tradirsi. L’incapacità di fare domande – agli altri ma anche a se stessi fa il resto. Discorsi che vanno solitamente a vanvera e teste che annuiscono tra loro, per evitare il rischio di pensarla diversamente.

Il racconto dei viaggiatori

Paradossalmente, spesso generalizziamo dopo aver fatto un viaggio. Dopo essere entrati in contatto con qualcosa di ‘diverso da noi’: la smania di volerlo raccontare al nostro mondo locale…ci frega.

Nelle storie che portiamo a casa, noi semplifichiamo, sintetizziamo, coloriamo, puntualizziamo. Però, nel farlo, pensiamo di aver già capito tutto del popolo che stiamo raccontando, o delle sue usanze o della sua mentalità.

A quel punto, chi ci ascolta può mettersi a fare ‘assemblaggio’. Può mescolare cioè le nostre generalizzazioni con quelle proprie, per un impasto finale piuttosto povero.

Beh ovvio, succede anche il contrario talvolta: raccontiamo anche realtà veramente conosciute e questa è una versione bellissima (che però non fa parte di questo post).

La mia incoerenza personale

A questo punto, lo devo ammettere: mi capita di generalizzare.

Sono un incoerente. Sono incoerente essenzialmente perché ho notato che nel mondo ci sono ‘quelli che’ (come cantava Enzo Jannacci).

Ci sono quelli che vogliono migliorare il mondo, dando un contributo con la propria energia, con il proprio senso di responsabilità. Avviene all’interno della nostra professione o grazie alle nostre qualità messe al servizio di cause sociali. Avviene anche con l’investimento di denaro per scopi filantropici.

Ci sono anche loro comunque. Quelli che questa responsabilità non la vogliono. Assolutamente.

E poi ci sono anche quelli che non sanno cosa vogliono: cioè non hanno ancora capito se intendono migliorare il mondo in cui vivono, oppure no.

Dunque, il dubbio amletico gira intorno a questi due poli: agire per migliorare il mondo o accettarlo così com’è.

Che sembra uno scontro tra titani. Invece è uno scontro tra persone comuni.

Da che parte sto io?

Anche stavolta, la domanda la pongo a me stesso. E la ricerca della risposta mi porta a scegliere una parte. Che non è in contrapposizione con l’altra, ma è semplicemente la parte in cui scelgo di stare.

Una parte che include il minimo comun denominatore valoriale delle mie azioni.

Andando al punto, io sto con quelli che vogliono ‘migliorare le cose’.

Io sto con quelli che vogliono cambiare in meglio il contesto in cui vivono. Quelli che vogliono evolvere qualitativamente come persone, disobbedire a regole arcaiche, costruire ciò che desiderano ma ancora non c’è, disegnare dove non si vede ancora nessun foglio di carta.

Parola-chiave: congruenza

A questo punto, cosa succede? Arrivano applausi per me che scrivo belle parole? Arrivano applausi per il mio ego, che così va a letto sereno?

No. Ed è bene così.

A questo punto, arriva una chiamata alla congruenza.

Dopo le parole che motivano e che uniscono, ci dev’essere congruenza. Altrimenti le nostre ambizioni, sono buonissimi gelati al sole.

A questo punto, allora, azione, effetto, riscontro, perseveranza, cambiamento.

E via così.

Che cosa faccio io?

Nel mio piccolo, faccio la mia parte. Che non ha un suono speciale, non ha un colore particolare e non ha una forma che si differenzia dal contesto.

FACCIO LA MIA PARTE.

Una mia scelta consapevole. Precisa e testarda. Anche antipatica.

Questa scelta ha lo scopo di agire per generare bellezza connettiva. Non ha nessun obbligo e nessuna prescrizione medica l’ha imposta.

Way of Council

Lo strumento che sto utilizzando per fare la mia parte si chiama Way of Council.

È una pratica di comunicazione empatica tra persone e avviene nella forma più consona per creare un contatto emotivo vero: il cerchio.

Deriva dalla cultura dei Nativi Americani, ma la si trova in diverse tradizioni popolari (India, Tibet, Nuova Zelanda).

La mia immensa fortuna è semplice: anni fa sono venuto a contatto con persone speciali, che mi hanno fatto conoscere questa modalità aggregativa.

Da lì, senza che nessuno mi indicasse una strada, a un certo punto ho scelto di cambiare ruolo. Da partecipante sono diventato ‘imparante’. E da imparante sono diventato organizzante, iniziando a gestire e facilitare gli incontri, sceglierne i temi, curarne i dettagli.

Dopodiché, la storia è diventata una pallina su un piano inclinato e la gravità non è più riuscita a fermarla.

Riconnessione dimenticata

Quando le persone partecipano, trovano un modo per riconnettersi con se stesse. Un modo forse dimenticato o forse mai conosciuto.

In un’epoca di stress, frenesia, bisogni indotti, aspettative insoddisfatte, relazioni instabili, comunicazioni giudicanti e tensioni, è uno strumento che può fare la differenza. In positivo.

Negli Stati Uniti, per esempio, l’hanno capito. Esistono programmi sia in alcune carceri sia in scuole elementari, dove questi metodi vengono utilizzati. E gli effetti si dimostrano sensibilmente positivi.

Personalmente, io credo che sia la semplicità che ci lascia spiazzati. Cioè questo metodo è così semplice che… non lo facciamo più.

Tutto quello che le persone mi hanno ‘restituito’ negli ultimi due anni è molto emozionante e potente. Non esiste qualcosa di paragonabile, nella mia scala di emozioni.

La volontà di continuare a conoscermi si connette alla necessità di conoscere gli altri. E poi, senza darci troppo peso, uno magari si rende conto che la propria parte è davvero stupenda.

Agisci come se quel che fai facesse la differenza. La fa.

WILLIAM JAMES

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

Pubblicato

il

Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

Continua a leggere

Crescere

Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

Pubblicato

il

All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

Continua a leggere

Treding