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Crescere

Non devi cambiare, se non vuoi

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. No davvero, non devi.

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“Così non va bene”. Può essere una flebile vocina interiore o un urlo disperato che ormai non riesci più ad ignorare. Può essere solo dentro di te oppure può arrivare dagli altri. Famigliari, amici, colleghi. Non si tratta di una semplice affermazione, ma di una richiesta, e a volte parecchio insistente. “Fai qualcosa per favore. Cambia!”.

Può essere da parecchio tempo che ti dici e che ti senti dire che devi cambiare. Che così non va bene, che così non stai bene. L’hai sentito talmente tante volte che ormai il concetto ti è chiaro, quello che non ti è chiaro è cosa, esattamente, devi cambiare. E diventa frustrante. Maledettamente frustrante e scoraggiante, ti senti un criceto che corre sulla ruota sapendo che tutta quella fatica ha una buona probabilità di essere inutile.

Il punto è in quelle quattro lettere, in quel “devi”.

Hai presente quando eri adolescente, i tuoi genitori ti dicevano che dovevi fare una cosa e a te saliva una tremenda voglia di farne una completamente diversa? È lo stesso meccanismo. Funziona anche da adulti, ebbene sì. Agli esseri umani non piace essere forzati a fare qualcosa, anche se sanno che potrebbe essere la cosa giusta. Non importa. Quando abbiamo l’impressione che qualcuno, chiunque, minacci la nostra libertà e si arroghi il diritto di dirci quello che dobbiamo fare la reazione è talmente immediata da sembrare inconscia.

Vogliamo decidere noi per noi stessi, preferiamo farci del male piuttosto che rinunciare alla nostra capacità di autodeterminarci così faticosamente conquistata.

È meglio continuare a correre disperati su quella ruota ma poter affermare con forza che sono io e solo io a scegliere di farlo. “Il bisogno di credere che siamo i migliori giudici di noi stessi supera il bisogno di stare bene con noi stessi”, per citare Allan Zuckoff, psicologo motivazionale statunitense. Tendiamo a proteggerci, a qualunque costo.

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. La pressione esterna può solo renderti più resistente e aumentare il tuo senso di godimento nel ribellarti ai diktat altrui. È una reazione umana e anche tu sei umano, non puoi farci niente.

Però c’è qualcosa che puoi fare. Smettere di ascoltare fuori e iniziare ad ascoltare dentro. Iniziare a porre domande a te stesso anziché agli altri. Continuare a correre su quella ruota, ma con la consapevolezza di ogni passo.

Solo tu puoi decidere che è il momento di cambiare e solo tu puoi volerlo davvero.

A volte sono le cose più semplici a fare la differenza. Ci sono tre semplici azioni che possono aiutarti a fare il punto della situazione. Banali, mi dirai. Ma scommetto che sono proprio quelle a cui dedichi meno tempo nella tua giornata. Vediamo se ho ragione:

  • Ascolta: ascolta quello che provi mentre fai le cose, mentre lavori, mentre parli con certe persone. Ascolta le vocine interiori, le reazioni del tuo corpo, il battito del tuo cuore. Ascolta i tuoi pensieri, prendine nota. Ascolta il tuo respiro. No, non è una fissazione new age. Non sai quante persone passano minuti interi in apnea o in affanno quando fanno qualcosa che non amano.
  • Descrivi: fai la tua diagnosi, descrivi tutto nella maniera più precisa possibile. Usa le metafore, descrivi di che colore sono le sensazioni che provi, che ritmo hanno, a che ambientazione somigliano. Descrivi la tua situazione presente e descrivi ciò che vuoi per te stesso. Cosa provi oggi e cosa invece vuoi provare da domani. Sii preciso, autentico e soprattutto onesto.
  • Rifletti: rifletti su tutto questo, prenditi il tempo per farlo, sceglilo come priorità. Come fosse un trattamento medico imprescindibile per la tua salute. Rifletti davvero, non darti subito risposte, non censurarti. Riflettere significa letteralmente “rimandare indietro”, è l’azione della superficie che restituisce la luce, è quello che fa l’anima quando rispecchia la vita intorno.

E infine accetta. Questo farà tutta la differenza.

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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