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Crescere

Non fingere che sia una tua idea

Sarà comunque difficile. Tanto vale fare una cosa che ti piace. Qualcosa di tuo. Vivere la tua vita per come sei. Non per come dicono le statistiche e i manuali. Loro di te non ne sanno niente.

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Un signore molto simpatico, un giovane “enne”. Mi dice che è sul punto di una svolta. Che ha capito. È il momento.

Adesso basta con le cose vecchie e spazio alle nuove.

Adesso si va di branding.

Reinvenzione.

Si, ha capito che è il momento giusto, inevitabile, per reinventarsi.

Dunque: mettere tutto in discussione, riconsiderare, abbracciare pensieri che per una vita gli erano parsi troppo lontani.

Reinvenzione o morte.

Al termine del suo percorso, pare ne sia sicuro, sarà tutto nuovo.

Come un iphone ricondizionato. Di nuovo pronto sul mercato per un’altra corsa.

Inizia a citare nomi e idee che gli hanno fatto credere sia così. Inizia a dirmi in quali idee si ritrova pur accorgendosene solo adesso.

Lo guardo tramite una webcam. Mi saluta. Lo saluto.

Ciao uomo che si sta reinventando.

Paolo ha finito l’università da 10 anni ma è come se fosse ancora al primo giorno di scuola. Spaesato.

Come si fa a trovare un lavoro?

Come può spendere la sua laurea in lettere se nessuno gli dà una cattedra?

Un giorno però pare si sia svegliato e abbia capito.

Vuole fare marketing. Anzi social/digital/qualcosa marketing.

Perché inutile essere l’unico scemo: il futuro è digitale.

Si mette sotto con lo studio. Al diavolo le lingue morte. Dentro script, funnel, tecniche di blogging.

Fedez/Ferragni diventa più interessante di Platone.

Non era contento al principio ma adesso lo sa.

Chi non si forma si ferma. Chi non si reinventa muore.

Saluto anche lui tramite una webcam.

Lui mi fa il gesto che significa un po’ pace, un po’ amore, un po’ qualcosa di cool.

L’altro giorno invece ho parlato con Francesca. Si vergognava come l’avessero presa con le mani nella marmellata.

Perché ha sognato per una vita di fare musica ma poi si è ravveduta. Insegnante. Lavoro sicuro e onorevole.

Si era ravveduta. Perché adesso si è messa in testa di comporre e girare il mondo, l’Italia o anche un pezzettino di paese con le sue idee.

Anche lei ha sentito che è il momento di reinventarsi.

Però pensandoci questo non è reinventarsi, è di più. Troppo.

Questa è follia. Seguire le proprie idee è troppo…

Troppo audace, poco saggio.

Meglio lasciare stare.

Ci salutiamo mentre ancora ci sarebbe tanto da dire.

E Francesca torna a correggere i compiti dei suoi bravi scolari.

Storie vere, storie comuni

Sono tutte e tre delle storie vere. Perché sei fai il mio lavoro parli con le persone. E se parli con le persone, in questo momento della storia, escono conversazioni di questo tipo.

Condite quasi sempre di termini inglesi (tanto branding) e concetti che sembrano illuminati (reinventarsi).

La cifra di questi tempi è accantonare le proprie idee, seguire quelle scovate su un manuale, anzi su un post o su un blog, fingere che siano tue.

Che poi, sinceramente, non è una cosa nuova. E la cifra del momento potrebbe essere che ci illudiamo di fare cose nuovissime quando non lo sono.

Accantonare le proprie idee e seguire quelle degli altri, ad esempio non è nuovo. È un vizio capitale e incorporato in quasi tutti i DNA.

Ralph Emerson, un tizio vissuto nel ‘800 diceva che:

Tutti noi dovremmo imparare a seguire quel guizzo che si agita dentro la nostra mente piuttosto che lo sfavillio che circonda i vati e i sapienti. E invece accade che spesso abbandoniamo senza nessuno scrupolo il nostro pensiero, proprio perché è nostro, ma poi, in ogni opera di rilievo riconosciamo quelle stesse nostre idee che avevamo rimosso. Ritornano a noi rivestite di una credibilità che altri hanno saputo attribuirgli.

Domani, uno sconosciuto potrebbe dirci con perfetta logica quello che ci apparteneva e abbiamo respinto, e noi saremo a questo punto obbligati a ricevere da un’altra persona quella che era la nostra opinione. Ad un certo momento della vita ogni uomo realizza che la competizione è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che deve saper accettare i lati buoni e cattivi di se stesso; che per quanto il grande universo sia benevolo e magnanimo, non avrà nemmeno un piccolo chicco di grano se non si impegnerà e lavorerà duramente su quel pezzo di terra che gli è stato dato da coltivare. (…)

Dio non vuole che noi non abbiamo il coraggio di rendere manifesta la sua opera. Un uomo si sente felice e rinfrancato quando ha riposto tutto se stesso nella propria opera e ha fatto del suo meglio; tutto quello che ha detto e fatto in modo menzognero, non gli darà pace. È una liberazione che non libera. In questi frangenti il suo genio lo abbandona; nessuna musa lo soccorre; non è più creativo, non ha speranze. Credi in te stesso: ogni cuore vibra a una corda di ferro come questa.

Ne te quaesiveris extra

Non reinventarti se significa gettare via ciò che sei per piacere ad altri.

Non reinventarti perché non sei un device da ricondizionare e perché poi, sul mercato, vorranno comunque sempre quelli nuovi oppure ti pagheranno come un ricondizionato e dunque poco.

Non seguire le guide definitive perché di definito non c’è niente.

Non creare un brand illudendo che qualcuno ti comprerà. Perché potrebbe succedere e potresti pentirtene. In questo caso avresti lo stesso valore di un barattolo al supermercato. Ed i barattoli del supermercato mi dicono non siano tanto felici.

Non cercare cose nuove da portare nella tua vita. Perché spesso non sono davvero nuove e soprattutto non sono tue.

Ricordati chi sei.

Fermati a pensare. Rifletti ma soprattutto ricorda.

Sarà comunque difficile.

Tanto vale fare una cosa che ti piace. Qualcosa di tuo.

Vivere la tua vita per come sei. Non per come dicono le statistiche e i manuali. Loro di te non ne sanno niente.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Ognuno salta tanto alto quanto vuole e quanto può (l’importante è saltare)

Non c’è alcuna medaglia al collo da indossare e far vedere. C’è la volontà di saltare ancora. Di crederci ancora.

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Prende le misure. Studia l’altezza e la distanza. Prepara il corpo e con uno scatto rapido e fulmineo compie il balzo. Fa così Open. Fa così tutte le volte che vuole raggiungere qualcosa che lo attrae.

Mi fa pensare all’asticella del salto in alto, ma non solamente come ad un ostacolo da superare. Mi fa pensare a cosa sono disposta ad andare a prendere. Una sorta di sfida. Una sfida inevitabile.

Un poco di più oggi. Forse un poco di più domani.

Oggi ce la fai. Domani forse no. Ma resta il fatto che puoi provare ancora.

Mi fa pensare a tante storie che ho incontrato. Storie diverse ma anche storie molto uguali.

Come la storia di A. Lasciato a casa dal lavoro da un giorno all’altro. Lavoro che era la sua ragione di vita. Quello stesso lavoro per cui oggi il solo pensiero gli fa salire un nodo alla gola. Una famiglia da mandare avanti. Morale ed autostima sotto le scarpe.

E mentre lo ascoltavo scorgevo occhi tristi, a tratti carichi di lacrime che in qualche modo ricacciava indietro. L’asticella in questo momento era troppo alta o forse non la vedeva proprio.

Oppure penso a I. in un letto d’ospedale in una città che non è la sua. Quasi un mese ormai. Ho poche informazioni. Essenziali. Bastano per capire che l’asticella è ancora lì. Solo ad un livello più basso rispetto a prima. Perché adesso si deve ricominciare da capo. Ma l’asticella non l’ha tolta. Non perché “è giovane ed ha ancora tutta la vita davanti”. Perché ci crede.

S. divenuta madre da pochi mesi. Ora la sua asticella è puntata qualche tacca più in alto perché sa che farebbe qualunque cosa per la figlia. Anche andare oltre le proprie possibilità. Una madre ci riesce sempre.

M. che si prende giorni di permesso dal lavoro per seguire la madre ammalata, anche se non potrebbe, per far quadrare i conti a fine mese e non far mancare nulla ai figli. M. la cui asticella ha subito forti colpi in questi ultimi anni. Asticella che spesso e volentieri è caduta a terra, ed ogni volta ha trovato il coraggio di rimetterla al proprio posto e guardare oltre.

L. che finalmente sceglie di lasciare il posto di lavoro che la stava logorando. E così si imbarca in una nuova avventura, non meno complessa, sicuramente più gratificante. Un salto nella luce come dice lei. Un salto in alto, quello in cui sei così felice che oltrepassi l’asticella senza nemmeno sfiorarla.

Storie. Persone. Potrei continuare all’infinito. Perché tutti abbiamo la nostra personale asticella. Quella che segna passaggi di vita. Quella che fa vedere fin dove possiamo spingere le nostre possibilità. Quella che ci fa sentire piccoli ed insicuri. Quella che spinge a non mollare, a tentare ancora ed ancora. Perché anche se cade, non ci si deve mai dimenticare che l’asticella si può rimettere al proprio posto, una tacca più in basso, una più in alto. Non è questo che fa la differenza.

È la volontà di credere in se stessi a fare la differenza. È sapere che alla fine non ci sarà nessuna medaglia al collo da indossare e far vedere. Perché hai compreso cosa sei disposto ad andare a prendere. E l’asticella adesso, anche se sta ancora oscillando, è ancora lì al proprio posto.

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