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Crescere

Non morire a 25 anni (e se sei morto, risorgi)

Benjamin Franklin ha detto: “La maggior parte delle persone muore a venticinque anni, ma non viene sepolta prima di averne compiuta settantacinque.”

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Benjamin Franklin ha detto: “La maggior parte delle persone muore a venticinque anni, ma non viene sepolta prima di averne compiuta settantacinque.”

La morte fisica è inevitabile ma la morte dell’anima, alzarsi ogni mattina e coricarsi ogni sera, muoversi ogni giorno come un automa, è una scelta. Il che è peggio.
In un certo senso, per quanto è triste dirlo, assistiamo ad un continuo suicidio, e spesso ci siamo in mezzo noi, non riguarda solo gli altri.

Se mi guardo indietro, ho 33 anni, mi rendo conto che spesso sono stato morto o ci sono andato vicino.
Se parlo con le persone, e parlo ogni giorno con un sacco di persone, mi rendo conto che la metà sono zombie o sono sulla buona strada.

La cosa triste, come diceva Benjamin, è che si muore molto giovani.
Un tizio di 22 anni mi ha scritto raccontandomi della sua scelta. Si è iscritto all’università, dopo aver lavorato 5 anni, perché ritiene sia la cosa giusta da fare.
È dura, non gli piace, non lo fa sentire vivo, ma tra 5 o 6 anni ci sono buone probabilità che gli sarà servita.

Un sacco di storie vanno in questa direzione. “Faccio questo, ingoio il rospo, perché è giusto…”

Avere > Essere

Altri stanno facendo un lavoro che fa schifo, in un ambiente che fa schifo. O stanno facendo uno stage non pagato, alcuni anche pur avendo 40 anni.
Ed altri pensano che va tutto bene e ci riescono solo perché, non so quando, hanno spento l’interruttore. Quel bottoncino che spegna la vita, non quella fisica, e che ti porta ad andare avanti senza sapere perché.

La prima causa di queste morti è il paradigma “avere-essere”, o “fare-essere”.
Crediamo ci sia un percorso doloroso per raggiungere la felicità. Dimentichiamo due cose:
1) La felicità è il viaggio, dunque stiamo sprecando una vita.
2) Per quanto 70, 80, o 90 anni sembrano un sacco di tempo…in realtà non lo sono affatto, e potremmo averne a disposizione solo 30 o 40

Il paradigma avere-essere è quello che ci è stato insegnato sin da piccoli, con storie come la Cicala e la Formica.
Pensiamo che cicaleggiare sia da bambini cattivi e che invece è giusto essere operai instancabili, cioè automi, cioè morti sino a quando non saremo abbastanza vecchi.

Non è un caso che tanta gente, in pensione, inizi a “vivere”, a dipingere, a portare avanti la propria passione, e non ne voglia sentire di mettersi in disparte o riposarsi. Riposarsi di cosa, se non ha vissuto?

Dividere la vita come la differenziata

Un’altra trappola è quella di pensare che sia possibile dividere la vita come fosse la spazzatura in casa, da una parte vetro, dall’altra l’umido. Da una parte il lavoro, dall’altra la famiglia, le passioni, la vita insomma.

Nigel Marsh, a questo proposito, disse durante un Ted: è facile bilanciare vita e lavoro quando non devi andare a lavoro! (genio…)
Più seriamente, Nigel disse anche che poter saltare un giorno al lavoro, lavorare un giorno al mese in smart working, o poter indossare i jeans durante una riunione non risolve il problema.

Come non lo risolve staccare 10 giorni l’anno, e come non lo risolve spegnere il cellulare quando si rientra a casa.
La verità è che per essere vivi abbiamo bisogno di un lavoro, di un lavoro che ci entusiasmi e ci faccia andare avanti. Ma anche di un lavoro inteso più che un impiego e che in un certo senso rappresenti la nostra vita.

Perché non è possibile aspettare 60 0 70 anni prima di uscire dalle tombe.
Non ne abbiamo il tempo, non sarebbe giusto.

Essere – Essere – Avere

Quello che voglio dire è che non possiamo pensare di avere (accumulare cose e sicurezza) per quando saremo felici.

Dobbiamo semplicemente cercare di Essere, fiduciosi che avremo abbastanza.

  • Essere noi stessi
  • Essere autentici
  • Essere felicemente vulnerabili
  • Essere sulla via
  • Essere vivi

Perché cercare la felicità, inseguirla, ci deluderà quasi sempre. Perché il duro lavoro non porterà la felicità. È il “Lavoro” giusto che ci rende felici, ogni giorno.
La felicità è il viaggio. E non sappiamo quanto tempo potremo viaggiare.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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