Connect with us

Crescere

Non tutto vale tanto (il segreto di una carriera straordinaria)

Lascia sempre una porta aperta”, “non fissarti troppo su ciò che vuoi”… siamo cresciuti e avvolti da consigli di questo tipo. Che ci preparano a tutto, cioè a niente.

Pubblicato

il

Peter Drucker l’ha detto in maniera magistrale e terribilmente spietata «È probabile che tra alcune centinaia di anni, quando scriveranno la storia della nostra epoca da una prospettiva di lungo termine, l’evento più importante per gli storiografi non sarà la tecnologia, né internet né l’e-commerce. Sarà un cambiamento senza precedenti nella condizione umana: per la prima volta – letteralmente – un numero di persone considerevole e in rapido aumento può scegliere. Per la prima volta dovranno gestire se stesse. E la società è del tutto impreparata a questo».

Siamo impreparati, anzi siamo preparati malissimo.

Pronti a tutto cioè a niente

Nato nel 1984, sono cresciuto con consigli terribili come “lascia sempre una porta aperta”, “non fissarti su una cosa”, “meglio poter essere in grado di adattarsi”. Negli anni a seguire, penso ad esempio a quel nevralgico e assurdo passaggio che va dalla fine del liceo alla scelta dell’università, il consiglio assumeva contorni ancora più precisi (o niente affatto). Il consiglio che andava per la maggiore suonava come “non saprai che succede, metti dentro tanta roba”. In altre parole: cambierà così tanto che è meglio sapere di tutto un po’, preferibilmente di tanto un po’.

Tornando ad oggi la storia non è cambiata, anzi. Nei giorni in cui ci trastulliamo, preoccupiamo e confortiamo al grido di “il lavoro del futuro non è ancora stato inventato”, la tendenza alla preparazione a tutto tondo è arrivata a livelli esasperati. La confusione e la non specializzazione ha assunto un’aurea mistica, sponsorizzata soprattutto tramite parole come reinventarsi, resilienza e multipotenziale. Parole che chiaramente hanno significato molto diverso tra loro ma si incastrano bene con il ritardo della scelta e la (pseudo) flessibilità al cambiamento.

Ecco, pensare che il cambiamento sia questione di cambiare continuamente, di lasciare tante porte è un problema che personalmente trovo preoccupante e fuorviante. Come nei lontani giorni di scuola, siamo circondati da cattivi consigli. Il nostro sistema continua a remare in questa direzione e siamo così assuefatti da continuare a dare e ascoltare consigli di questo tipo.

“Nelle scuole intermedie, siamo incoraggiati a iniziare ad ammassare “attività extracurricolari”. Alle superiori, studenti ambiziosi si battono ancora più duramente per apparire competenti su tutto. Nel momento in cui entra all’università, uno studente ha speso un decennio a farsi un curriculum incredibilmente variegato per prepararsi a un futuro assolutamente inconoscibile. Qualunque cosa accadrà, lui è pronto: a niente in particolare.” Peter Thiel

Siamo la società del cambiamento ma anche quelli che non intendono cambiare: preparati a tutto cioè a niente.Click To Tweet

Scegliere è essenziale

Altra cosa tipica dei nostri giorni è l’abbondanza.

Abbondanza non soltanto di informazioni ma anche di opinioni. Un mondo interconnesso è causa del fatto che tutti possano dire tutto su tutti e che anche quando non lo fanno noi immaginiamo (anche a ragione) che possano farlo. Un circolo vizioso che ci mette in una situazione di stallo: possiamo scegliere, potremmo fare tutto ma forse è il caso che non facciamo niente. Niente che in realtà si traduce in fare tante cose ma dal contorno non definito.

Un continuo allenamento alla potenziale resilienza, un non prendere una posizione, una volontaria rinuncia alla definizione e una consapevole scelta nel lasciare i contorni, i nostri contorni (chi siamo) sempre in continuo divenire. Per quando? A volte per sempre.

Eppure, anche oggi, anzi oggi più che mai, lo straordinario ha contorni definiti, “definitissimi”. Sbagliare per eccesso è quasi sempre meglio. Persone uniche, aziende uniche, professionisti unici, coloro che vincono sul mercato e pare siano più felici sono tutti di questo tipo qui: definiti, con angoli esaltati e non smussati, essenziali.

Essenziali ovvero che hanno una gerarchia di priorità. In ciò che sono, in ciò che sanno, in ciò che fanno.
Concetto semplice ma di difficile attuazione perché presuppone un atto drammatico: la scelta.

La legge di potenza

Trovo che il modo migliore per comprendere quanto dico, quanto viviamo, sia pensare a noi stessi come un fondo azionario, un venture capital, come suggerisce ancora una volta Peter Thiel in “Da zero a uno”. Una delle leggi in questo campo, la legge di potenza, spiega in maniera incredibile il controsenso quotidiano.

Il segreto più grande nel venture capital è che il miglior investimento di un fondo di successo è uguale o supera tutto il resto del fondo messo insieme.

“L’errore sta nell’aspettarsi che i ritorni saranno distribuiti normalmente, vale a dire credere che le cattive imprese falliranno, quelle medie resteranno stabili e le buone offriranno un ritorno doppio o persino quadruplo. Avendo in mente questo modello insulso, gli investitori assemblano un portafoglio diversificato e sperano che i vincitori bilanceranno Questo approccio “spalma e prega”, però, produce di solito un intero portafoglio di flop, con nessun bersaglio centrato. Questo perché i ritorni sul venture capitalism non seguono affatto una distribuzione normale. Seguono piuttosto una legge di potenza: una manciata di imprese sorpassa drasticamente tutte le altre in performance. Se vi concentrate sulla diversificazione invece che sull’individuazione attenta di quelle poche imprese che possono crescere enormemente di valore, prima di tutto perderete queste ultime.”

Quanto costa? Quanto vale?

Come dice Peter, se esperti uomini di affari commettono errori simili non è sorprendente che li compiamo anche noi, tutti i giorni. Puntiamo tanto su tutto, “consigliati” dal fatto che prima o poi qualcuna pagherà i dividendi.

Ci prepariamo in questo e quell’altro con la stessa intensità e lo stesso impegno, distribuendo in maniera “democratica” soldi e cuore, speranze e attitudini. Essere tanto su tutto, essere onnipresenti. Essere su tutti i social del mondo, coprire ogni mercato, prepararsi a qualsiasi sviluppo degli eventi… e nel frattempo non essere mai davvero niente.

Ciò che sfugge è che costo e valore sono voci diverse. Che noi siamo persone diverse, uniche, e che in noi c’è qualcosa di potenziale e qualcosa no.

In cosa siamo in grado di poter eccellere e non cosa sembra richiedere il mercato?

Domande che potrebbero essere retoriche ma che non lo sono affatto. Ogni giorno parlo con persone che pensano di volere e dovere dare una mossa alla propria carriera (nell’impresa, da freelance, nel percorso lavorativo) ed esordiscono con “mi sembra che questa sia una buona idea…”. “Buona idea che chiaramente non è quasi mai loro ma è l’ennesimo suggerimento causato dall’enormità di informazioni e opinioni, e dalla mancanza della Scelta.

In termini molto più semplici: spendere 500 euro per un iPhone è un buon affare ma spenderli per un corso è una cifra. Spendere 2000 euro per un pc è un lusso ma spenderne 1000 in una vacanza e 1000 in “varie” è un buon affare. Non sbilanciarsi. Non puntare su niente. Diversificare…

Discorso che funziona bene anche senza moneta. Quanto tempo spendiamo nella formazione di ciò che amiamo fare e quanto ne spendiamo nel correre all’adeguamento di competenze medie che sembrano essere richieste sul mercato?

Sono discorsi comuni, semplici e quotidiani. Se sbagliano anche esperti uomini di affari, non sorprende che sbagliamo costantemente anche noi.

Scommettiamo?

Alla fine, si spiega tutto in poche parole, forse due: fiducia, coraggio.

Quanto credi in ciò che fai? Quanto credi in te stesso? Quanto coraggio hai nel seguire la tua strada senza farti condizionare dalle previsioni e dai consigli a buon mercato?

Quasi tutti coviamo l’intima speranza di essere speciali ma pochi hanno la fiducia e il coraggio di scommetterci. Perché a scommetterci, ti tocca scegliere.

Evidenziare gli angoli anziché smussarli. Non fare tutto ma poco. Non pensare che tutto valga tanto. Puntare dritto in direzione “la tua strada”. Che non è mai la mia, quella del milionario della Silicon Valley o del tuo vicino di casa. È la tua ed è quella che non ha una mappa pronta e sicura.

C’è da mettersi in viaggio con un bagaglio leggero e allo stesso tempo pesante. Coraggio e fiducia. Andare avanti. Non prepararsi, ma fare.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Il problema non è bilanciare vita e lavoro. Il problema è il lavoro

Sino a quando non capiamo che cosa sia il lavoro non possiamo pensare di equilibrare vita e lavoro. Anche perché di vita, in migliaia di anni, bisogna ammettere non abbiamo capito così tanto.

Pubblicato

il

Pensare di dividere vita e lavoro come fosse la differenziata non è soltanto utopico ma porta a pensare in modo completamente sbagliato. Come ha osservato di recente John Coleman, coautore di Passion & Purpose, ci si ostina a consigliare come equilibrare l’una e l’altra cosa senza mai riuscire a definire cosa è un lavoro buono e cosa si intenda per una vita buona. L’assunto principale continua dunque a essere che le cose che contano davvero sono quella “della vita”, quelle “fuori dal lavoro”.

Con una narrazione di questo tipo risulta difficile orientarsi nel mondo del lavoro. Un mondo che è completamente stato rivoluzionato nei fatti e poco nelle idee. Tre su tutte: il lavoro è noioso, il lavoro noioso fa schifo, il massimo nella vita è fare il lavoro che ami

  • Il lavoro è noioso

Lo abbiamo imparato intorno ai 5 o 6 anni, passando dall’asilo, o da casa, alla scuola elementare. Lì ci hanno detto che non si trattava più di fare disegnini e oggetti con la plastilina ma ci toccava lavorare. Non credo di essere l’unico ad avere avuto maestre e maestri usare letteralmente “lavorare” parlando dello studiare storia o geografia. Anche i genitori contribuiscono a questa narrazione, raccomandando di metterti sotto con lo studio, che con lo studio non si scherza e che “adesso sei grande” – anche se non sei ancora entrato nell’età della pubertà. Il termine lavoro per indicare qualcosa di noioso o un dovere è talmente insito e radicato da non essere messo in discussione – come fai a metterlo in discussione a 6 anni? – ed è causa di intere generazioni di pseudo calvinisti veramente frustrati.

  • Il lavoro noioso fa schifo

L’altra caratteristica che ci insegnano sin da piccoli è che il lavoro noioso fa schifo. Nel senso che è normale sia così. Non c’è da trovare il lato buono o indorare la pillola come diceva Mary Poppins. C’è da saperlo, metterci una croce sopra, lavorare.

Farsi il letto, sistemare la stanzetta, fare i compiti. Fa schifo ma devi farlo. È il tuo dovere e spesso è l’indice per eccellenza che definisce il bravo e cattivo bambino – “è così bravo… fa sempre i compiti…” Di contro ogni qual volta un bambino è invece animato da passione per fare i compiti o sistemare la stanza viene esibito come strano e anormale. “Non ci crederai ma mio figlio/a…”

Nota: Mentre si parla di ridurre gli orari di lavoro, si fantastica su giornate di sole 6 ore lavorative, i bambini lavorano in media, tra aula e compiti, circa 9 ore al giorno!

  • Il massimo della vita è fare il lavoro che ami

E poi si racconta che alcuni invece abbiano il vergognoso culo di fare un lavoro che amano. Un’eccezione che conferma la regola. Un qualcosa non tanto al quale aspirare ma un’eventualità, un lusso, riservato a pochi.

L’effetto più probabile di un’idea del genere è:

– Rafforzare l’idea che il lavoro in generale fa schifo

– Tormentarsi perché non sei tra i superfortunati che fanno (per caso) il lavoro che amano

“Fai il lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua”. Ovvero: se sei fortunato nel fare il lavoro che ami, non lavorerai un giorno in vita tua… perché di norma il lavoro fa schifo.

La trappola del lavoro felice

Se pensi alla ricerca della felicità e ti viene in mente Will Smith è esattamente questo il problema. Un messaggio completamente sbagliato che ci stordisce come una modica dose di erba, ci fa sembrare di aver trovato la soluzione e ci culla invece nella mediocrità e nella tristezza.

Andiamo velocemente al film: come il protagonista trova la felicità?

I passaggi sono più o meno i seguenti: Lavoro da schifo > problemi di soldi > lavoro fantastico > un pacco di soldi > risoluzione problemi > felicità.

E come si avvia tutto questo? Qual è la leva? Il protagonista che passa davanti Wall Street e vede un’auto lussuosa parcheggiata. Chiede: “cosa bisogna fare per potersela comprare?” La risposta da quel punto in poi sarà lo scopo.

Il messaggio a guardare bene è che soldi= felicità; lavoro che ti da un sacco di soldi = lavoro felice

Il protagonista aveva uno splendido rapporto con il figlio già da povero, in mezzo si separa dalla moglie, alla fine lo ritroviamo con il figlio (già felice squattrinato) e ancora separato dalla moglie. Cos’è cambiato? I soldi. Potremmo anche dire la realizzazione professionale ma non sappiamo quanto sia vero dato che alla base, la motivazione, si parte da un fattore economico e da un calcolo economico.

Il nostro problema si chiama LAVORO

Tornando all’idea dalla quale eravamo partiti, dovrebbe essere chiaro che il problema non sia coniugare vita e lavoro ma capirci qualcosa in almeno uno dei due ambiti, ambiti che in fondo sono sempre strettamente legati. Per sognare bisogna partire da presupposti precisi, concreti, appunto reali. Seguendo lo schema di sopra, le bugie, eccone alcuni che potrebbero esserlo.

Il lavoro è faticoso non noioso

Ho scritto queste righe con una certa quantità di fatica ma non direi di essere annoiato, anzi. Tutto ciò che facciamo presenta un certo livello di difficoltà e presuppone un certo di livello di impegno, sudore fisico e intellettuale. Nello sport capita di pagare volontariamente per questo genere di fatica. In altri ambiti, anche in quello amatorio, ambiamo alla fatica:)

La variabile è chiaramente il significato che dai a ciò che fai e non meramente ciò che fai. Se siamo annoiati nel lavoro potrebbe essere un problema (si dice che sia il problema tipico dei millennial) ma la fatica no, non è un fattore sul quale esprimere un giudizio.

La maggior parte delle persone fa un lavoro da schifo

(occhio a questo punto perché ci ritorniamo tra poco)

Il lavoro fa schifo, ci crediamo, perché la maggior parte delle persone è cresciuta con quest’idea radicata dentro. Forse per un periodo ha resistito, ha provato a cercare un’alternativa ma poi non trovandola ha abbandonato, ci ha creduto, è diventata official ambassador del lavoro come punizione e senza troppa gioia. Sono diventati cioè insegnati di altri allievi che hanno fatto lo stesso percorso.

Se fai il lavoro che ami lavorerai più che tutti i giorni ma lo vivrai in maniera diversa (e a volte farà schifo)

Mi piace sempre citare Marco Aurelio quando si chiede come mai alcune persone lavorano ininterrottamente per ore e non sentano neanche il desiderio e la necessità di staccare, mangiare, dormire. Chiaramente sono persone che amano il proprio lavoro. Ciò che non è chiaro – se non lo sperimenti – è che questo significa lavorare duramente, altro che non lavorare un giorno in vita tua.

Il popolo di imprenditori, freelance, delle partite iva, degli artisti, del tipo “amo il lavoro che faccio”, hanno problemi diversi da chi deve sottostare a un capo stronzo ma sempre di problemi si tratta. Non stacchi quasi mai perché non te lo concedi, il che è un’aggravante micidiale, soprattutto se hai una famiglia. Non ti rallegri più per un soldo incassato ma vuoi fare sempre di più. Non tanto perché sei un avido bastardo ma perché sei/diventi un perfezionista schifoso. L’amore per ciò che fai diventa anche l’incapacità di staccare. Una droga legale e della quale nessuno parla. Con buona pace di Confucio.

Perché crediamo che con il lavoro non ci sia speranza?

Prendiamo i due ultimi punti (il lavoro fa schifo + l’idea che ci vendono della felicità) e abbiamo quasi la soluzione: siamo sulla strada sbagliata.

Mettiamoci di mezzo la “crisi”, l’incastrarsi del periodo che va dal 2008 (recessione) e il cambiamento (digitalizzazione, confini nuovi, problemi nuovi) e il quadro è completo.

In tale contesto diventa chiaramente difficile se non impossibile uscirne alla vecchia maniera. Se giriamo in città sperando di capire come riuscire a mantenerci una villa con piscina o una Ferrari, l’esito più probabile è rimanerci male e diventare ancora più frustrati e pessimisti.

L’alternativa ci sarebbe. Sarebbe sganciarsi da tutte le idee a proposito di lavoro e provare a dare definizioni quanto oneste quanto efficaci.

Lavoro come sostentamento

Ogni tanto è da intendersi così. Per una volta salviamo la narrativa cristiana. Chi non lavora, non mangi. Lavori e anche se non ti piace, anche se è noioso o faticoso, stai mantenendo te stesso e la tua famiglia. Non è che tutti debbano avere lo start with why fiammante del quale parla Simon Sinek. Nel mondo della realtà si gode anche del fatto che tuo figlio possa mangiare ogni giorno, fare sport, studiare e fare una vita diversa. Non dico sia il massimo ma succede e non penso sia da condannare.

È un lavoro, non il lavoro.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Paul Graham li chiama percorsi e ne individua principalmente di due tipi.

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace. Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. O fare un lavoro che non ti piace inquadrandolo in un percorso a più ampio spettro, in un progetto futuro dove trovi significato.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza. Vista così, anche nelle situazioni non ideali, il lavoro non fa mai schifo. Non è mai privo di significato perché te lo stai creando.

(Può essere) slegato dai risultati

E qui veniamo al punto “nuovo”: il lavoro può e deve essere slegato dai risultati. Slegato cioè da quella produttività che sin ora ha sempre giustificato ingiustizie, noia, fatica, un lavoro da schifo.

Perché una persona non può dire di lavorare se scrive un blog? O se dipinge? O se cerca di rendere migliori, in qualunque legale modo, le vite degli altri? Perché insomma bisogna trovare sempre il codice ateco della storia?

Il fatto che il lavoro venga definito tale quando è riconosciuto dal mercato, è quel genere di cose sulle quali bisogna pensare in questo particolare momento. Una di quelle cose che abbiamo dato sempre per scontato ma in futuro potrebbe non essere così.

Si tratta, per dirla con Kacy Qua, di correggere il (nuovo/vecchio/vecchissimo) difetto del capitalismo moderno del quale parlavamo. Ne avevo parlato anche qui

Ciò è possibile chiaramente solo a patto di slegarsi dalle vecchie idee e da quell’auto fiammante parcheggiata all’angolo della strada. Raccontando e raccontandoci una storia nuova. Una storia che possibilmente includa almeno questi tre punti:

  1. Ciò che aggiunge valore alle persone, alla società, alla terra dovrebbe essere ritenuto lavoro. Sempre e comunque.
  2. Ciò che non aggiunge valore o che reca un danno alle persone, alla società, alla terra, dovrebbe essere compensato meno o addirittura penalizzato. E non considerato un lavoro plausibile.
  3. Chiunque svolga un ruolo prezioso per la società dovrebbe essere ricompensato e dovrebbe andare in giro orgoglioso del suo lavoro.

Raccontami ancora di come bilanci vita e lavoro

Più che di bilanciamento o integrazione, per dirla con Jeff Bezos , bisognerebbe invece sbilanciarsi. Sbilanciarsi nel senso di dare una rotta precisa alla propria esistenza, dunque al proprio lavoro, dunque alla propria Vita.

Perché il problema non è dividere le ore in maniera “buona” ma provare a vivere una vita buona. Il problema non è equilibrare vita e lavoro. Il problema è il Lavoro.

Continua a leggere

Crescere

Se a chi non vince, ricordiamo che ha perso, allora non vinceremo mai

Non è un fenomeno naturale il NON perdere. La sconfitta c’è fin dalla tenera età quando, per iniziare a camminare, prima cadiamo. E il tonfo del culo sul pavimento ce lo racconta magistralmente.

Pubblicato

il

Ho passato vent’anni a scuola (come te, sono un ‘sopravvissuto’), dieci tra calcio e calcio a 5 (purtroppo poi sono cresciuto), una dozzina a interessarmi di politica (qui qualcosa si è rotto) e una quindicina circa a cercare di capire come ragiona il cuore delle donne (partita ancora in corso). Bene, in un numero impressionante di occasioni, ho perso.

Così l’altro giorno, mentre ammiravo uno dei tramonti stupendi di ottobre, mi sono fatto una domanda cruciale.

Ma perdere, serve?

La sconfitta ha una sua invisibile utilità o è una malformazione dell’evoluzione storica?

Beh se perdere non servisse proprio a niente, nella vita non faremmo neanche fatica per mettere in piedi progetti. Questi sarebbero dei passatempi, dove l’eventuale insuccesso verrebbe considerato un motivo ‘diversamente valido’ per brindare comunque in orario aperitivo.

Non giocheremmo partite a carte, a bocce, a burraco. Non entreremmo in dibattiti politici su questioni etiche, civili, storiche, ambientali. Non ci lanceremmo in battaglie sociali per difendere diritti e libertà.

La sconfitta è acqua per fare il caffè

Hai mai provato a fare il caffè senz’acqua? Ok per andare al punto: non si può fare. Non esce il caffè.

La sconfitta è un po’ come l’acqua che serve per fare il caffè. Senza di questa, alla lunga non escono le soddisfazioni.

Noi non possiamo NON perdere. Non è un fenomeno naturale il NON perdere. La sconfitta c’è fin dalla tenera età quando, per iniziare a camminare, prima cadiamo. E il tonfo del culo sul pavimento ce lo racconta magistralmente.

La sconfitta c’è quando ci rendiamo conto che sul gradino più alto del podio ci sale uno (non saliamo in 37), mentre noi lo guardiamo e i fotografi ci chiedono pure di farci un po’ più in là.

C’è quando il voto è al di sotto delle nostre aspettative o quando siamo dolorosamente bocciati all’esame oppure quando l’esito di un bando premia un progetto che non è il nostro.

A quel punto, almeno, abbiamo un motivo legittimo per piangere.

Il bambino sa, l’adulto ha ormai dimenticato

I bambini tutto questo lo capiscono. Anzi, ormai lo sanno. Invece noi adulti tendiamo a considerare il fallimento come la fine del mondo e a viverlo come una ‘macchia’ sociale.

Pretendiamo follemente la perfezione (spesso già dai bambini!) e dimentichiamo di aver imparato grazie all’errore e alla caduta.

In ambito scolastico, continuiamo a osannare il voto e mettiamo ansia ai giovani, come se il voto fosse la metrica della nostra identità. Talvolta gli insegnanti usano il voto come – misero – strumento di autorità, mentre a casa i genitori, presi da un’ansia sociale, lo usano come – misero – strumento di ricatto.

Un modo diverso di vivere il fallimento: scuola

Nella corrente frustrata e competitiva, c’è anche chi ha deciso di prendere rotte differenti, dimostrando ancora una volta che è l’atteggiamento mentale a fare la differenza.

Come Francesca Corrado, economista e fondatrice dell’associazione Play Res, che ha aperto la prima Scuola di Fallimento in Italia. Un progetto formativo che insegna a sfruttare i propri sbagli, a sdrammatizzarli e considerarli non come vicoli ciechi, ma come occasioni di crescita.

Un percorso che parte dalla consapevolezza che molti giovani conoscono poco se stessi e i propri talenti, mentre sono concentrati su quelli che sono i propri limiti, spesso però vissuti come lacune che diventano solo fonti di disagio.

Un modo diverso di vivere il fallimento: sport

Un altro esempio maestoso è quello del ciclista Esteban Chaves, che nel 2016 ha perso il Giro d’Italia per una manciata di secondi alla penultima tappa.

A differenza di un film epico, dove l’eroe all’ultimo cambia le sorti del suo destino, Chaves quel giorno non aveva le forze sufficienti. Così alla fine ha perso, venendo superato da Vincenzo Nibali (che ha vinto la competizione).

Pochi minuti dopo la sconfitta, però, ha fatto una cosa. Senza perdere la lucidità essenziale, ci ha ricordato cosa significa saper perdere.

Continua a leggere


Su Purpletude ogni giorno nuove idee per fare e pensare qualcosa di diverso. Ottieni un riepilogo settimanale per non perderti nulla.

envelope

Libri “viola”

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi