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Paura di cambiare vita: vorrei ma non posso Paura di cambiare vita: vorrei ma non posso

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Ho paura di cambiare vita (ed è per questo che ce la puoi fare)

Per cambiare vita, ci vuole coraggio. Ma da dove viene il coraggio? E che rapporto ha con le paure che ci fanno dire “vorrei, ma non posso”?

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La mattina la gente si sveglia e dice: “da oggi cambio vita”. Invece non lo fa mai… Così recitava un vecchio film. Forse quel “mai” è un po’ troppo. La gente cambia vita, cambia lavoro, ma spesso non tanto quanto vorrebbe. Che cosa le impedisce di farlo? Che cosa conduce troppo spesso a dire a se stessi “Vorrei, ma non posso”?

L’esperienza insegna che due sono i motivi per cui non si cambia tanto quanto si desidera: si vorrebbe cambiare, ma non si sa cosa fare per cambiare; si vorrebbe cambiare e si sa cosa si dovrebbe fare, ma non lo si fa.

Nel primo caso manca la strategia, nel secondo il coraggio di metterla in atto. Chi manca di strategia è chi pensa “Vorrei, ma non so!”; chi non la mette in atto è chi dice “Vorrei, ma non posso”.

Cambiare vita: vorrei ma non posso

Oggi vorrei parlare di quel “Vorrei, ma non posso” e di come trasformarlo in un “Vorrei e lo faccio”. Vorrei parlare della paura che immobilizza e di come essa possa essere trasformata in coraggio.

Come ricorda spesso un mio grande maestro “Il coraggio in natura non esiste, esiste solo la paura affrontata e sconfitta”.
Acquisire il coraggio di cambiare significa affrontare la paura di cambiare. Tante volte, invece, la questione viene percepita dal punto di vista opposto: vincerò la paura quando avrò coraggio. E per avere coraggio dovrei pensare positivo: “Lo voglio e quindi lo avrò” oppure “Ce la farò!”.
Secondo il buon senso, ripetersi questi mantra (o ripeterli agli altri) dovrebbe alimentare il coraggio. Tuttavia, quello che accade in pratica è esattamente il contrario. Questo tipo di mantra non funziona, anzi alimenta la frustrazione. Non lo dico io, lo dicono i fatti. Quante persone conoscete che hanno vinto la paura di cambiare con il pensiero positivo?

Le storie dei piccoli eroi, come quelle dei grandi, non sono storie di coraggio, ma storie di paure affrontate e vinte.
Gli eroi sono donne e uomini che hanno guardato la paura di cambiare in faccia, in ogni suo dettaglio. Si sono lasciati penetrare, scuotere fin nelle viscere dal terrore e ad un certo punto si sono resi conto che il modo migliore per sconfiggere la paura era alimentarla fino a farla svanire.

Guardare la paura in faccia

Strano vero? O quantomeno controintuitivo.

Il buon senso, infatti, vorrebbe che se una persona non vuole più la paura, dovrebbe quantomeno impegnarsi a non alimentarla. Al contrario, l’esperienza di vita ci dice che chi ha sconfitta la paura, e così facendo ha costruito il coraggio e la fiducia in se stesso, ha fatto esattamente l’opposto. Ha messo in atto un paradosso, in quanto ha alimentato ciò che non voleva, la paura, e ha ottenuto ciò che voleva, il coraggio. Si è reso conto di poter gestire la paura proprio nel momento in cui la guardava in faccia e si esponeva volontariamente ad essa.

Un po’ come Don Rodrigo che per fare un atto coraggioso passò una notte a guardare in faccia la paura.

Tutto ciò era già noto anche nella tradizione dello stratagemma cinese, secondo cui il modo migliore per spegnere un fuoco è aggiungere tanta legna da farlo soffocare. È quello che in termini logici si esprime come effetto paradosso: aumentare per ridurre. All’opposto invece, chi cercasse di spegnere la paura rassicurandosi o cercando rassicurazioni fuori da sé, vedrebbe la paura aumentare piuttosto che ridursi. Chi cerca di togliere legna dal fuoco, finisce per bruciarsi.

La trappola della ragione

Quando si tratta di paura di cambiare vita, di paura di cambiare lavoro, spesso le persone rimandano dicendo che devono perfezionare il “piano” di fuga. “Vorrei cambiare lavoro, ma a queste condizioni non posso”. Cercano di capire, di rendere il loro piano perfetto, come se il problema fosse la strategia e non il coraggio di metterla in pratica.

Strategia e coraggio sono entrambi necessari, ma non per questo possono essere alimentati nello stesso modo. La strategia è manifestazione del nostro cervello moderno, il telencefalo. Il coraggio è una forza che emana dal cervello antico, il proto e il mesencefalo.
La prima si avvantaggia del ragionamento, dello studio, della lettura, del confronto. Il secondo invece no! Il coraggio si crea in un altro modo. Guardando la paura in faccia e aumentandola fino a farla collassare su se stessa. Applicare il ragionamento alla gestione della paura di cambiare vita non funzionerebbe.

Cosa fare per cambiare veramente?

Cosa potrebbe fare dunque chi dice “Vorrei, ma non posso!”?

  • Prendere atto che il coraggio non esiste: esiste solo la paura guardata in faccia, affrontata e vinta.
  • Riconoscere che nessuna spiegazione può sciogliere la paura perché la paura viene prima del ragionamento.
  • Evitare gli intelligenti che forniscono spiegazioni che stemperano la paura, ma non la vincono.
  • Cercarsi un vecchio saggio a cui chiedere “Aiutami a vincere la paura di cambiare” e non stupirsi se costui evita di dare spiegazioni, ma si dedica ad accompagnare le persone a guardare la paura in faccia e ad affrontarla.

Se vuoi approfondire l’argomento, dai un’occhiata a questo libricino: La paura delle decisioni.

 

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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