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Crescere

Per diventare noi stessi ci vuole tempo, più sorrisi e un po’ di “budget”

Non c’è poesia. Non c’è filosofia. Non c’è coaching. Non c’è self-training. Qui c’è ingegneria della propria influenza. Che deriva dalla consapevolezza della propria grandezza (greatness), senza un ego esuberante.

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A un certo punto, l’anziana saggia chiese “Voi volete migliorare il mondo? Il mondo nel quale vivete?”

“Sì!” risposero in coro i giovani presenti, con un’energia emozionante.

“Felice per questa vostra determinazione. Io però, non ho alcuna soluzione da darvi” disse.

D’improvviso, lo sgomento tra i ragazzi fece calare il silenzio.

Per qualche secondo, in quel luogo, ci fu un silenzio surreale.

“Ma…ma…noi pensavamo che lei fosse l’anziana saggia. Che lei sapesse.” disse coraggiosamente uno dei ragazzi.

“Sì, qualcuno dice che sono saggia. Per le esperienze che ho fatto nella mia vita e che sono riuscita ad elaborare. Per i pensieri che ho coltivato e le relazioni d’amore che ho nutrito. Per le sensazioni e le emozioni che ho riconosciuto. Le mie, prima di tutto. Ma nulla di più.”

“Cioè…ma noi…cioè…come?” balbettò sbigottita una ragazza.

“Non sono abbastanza saggia, credetemi. Non sono abbastanza saggia per prevedere il futuro. Per saperlo spiegare sulla base del passato. Non sono abbastanza saggia per saper dare risposte infallibili a chi è nel fiore dell’età.”

“E quindi noi a chi chiediamo?” fece timidamente un giovane.

Lei guardò in alto e poi unì le proprie mani, ad occhi chiusi.

“La risposta che porta il vento è che dovete darvi il Tempo per imparare. Quello che ormai pochissimi donano a se stessi. Col Tempo dovete imparare a scegliere, prima che trovare. Trovare è un verbo che viene ‘durante’. Scegliere è un verbo che esiste già ‘adesso’. Imparare a decidere, prima che scoprire. Scoprire è un verbo che di solito chiude i cicli. Da lì in poi, viene voglia di aprirne di nuovi.”

Poi l’anziana saggia fece trascorrere qualche secondo di silenzio e disse un’ultima frase.

“Il sentiero vi aspetta, non scappa via. Il vostro sentiero è lì, non scappa via. Per saperlo trovare, per poterlo scoprire, dovete darvi il tempo di diventare voi stessi.”

In quale mondo viviamo

Caspita, che bella storiella. Potente, evocativa, vibrante.

Qualcuno sta già dicendo: “Sì, vabbè, ma è solo una storia”.

Qualcuno chiede: “Ma è successa veramente? Dove?”

Qualcuno invece è già entrato in trance. Probabilmente ha letto qualcosa ‘tra le righe’.

Per chi come me legge tra le righe, suggerisco di restare nella dimensione dei piedi per terra.

Se partiamo dalla domanda iniziale dell’anziana, possiamo vedere come questa apra altre domande. Per esempio: qual è il mondo in cui viviamo?

Se io e te apparteniamo al gruppo di persone interessate a migliorare il proprio mondo, dovremmo prima delinearlo. Cioè sceglierlo. Non accettarlo sulla base di decisioni prese in passato o da confini scritti su trattati formali.

Il nostro mondo siamo noi? Noi come individui? Oppure noi e anche la nostra famiglia di origine? Forse noi e la famiglia che abbiamo creato?

Il Friuli Venezia Giulia perché è la regione in cui vivo? L’Italia perché sono italiano? L’Europa perché l’Italia è un paese europeo? L’Africa perché mi prendo a cuore i dolori degli ultimi? Il pianeta Terra perché sono un cittadino del mondo?

Quale mondo scegliamo

Se ce lo scegliamo il mondo, credo che sia essenziale progettarne il contorno. E quindi il contorno delle nostre azioni quotidiane.

Dire a noi stessi “Voglio avere effetto positivo fino a lì. Domani, se cambiano alcune condizioni, mi spingerò fino a là”. Dire “Accetto di non controllare tutto e di considerare come ‘parte del gioco’ anche ciò che non corrisponde ai miei valori, gusti, bisogni”.

Qui non c’è poesia. Non c’è filosofia. Non c’è coaching. Non c’è self-training.

Qui c’è ingegneria della propria influenza. Che deriva dalla consapevolezza della propria grandezza (greatness), senza un ego esuberante.

L’ingegneria della propria influenza può diventare anche maniacale, al punto da non lasciare spazio alle interferenze. Ma può anche essere armoniosa e aperta all’imprevisto e alla sorpresa.

L’importante – se vogliamo sceglierci il nostro mondo – è che questa sia una nostra progettazione. Plasmata, limata, rimpolpata, rinvigorita, insaporita da noi.

Dentro il nostro mondo, possiamo anche diventare noi stessi

Una volta che abbiamo trovato il nostro mondo, possiamo giocare due partite. O meglio, possiamo giocare in due ruoli diversi.

Uno è il ruolo che hanno già scelto per noi. Circostanze, eventi pregressi e condizionamenti familiari hanno contribuito a definirlo. E ce l’hanno donato.

Una volta indossato il ruolo, siamo partiti con l’allenamento. Poi ci siamo prepararti alle partite. Poi alle grandi competizioni. E così via, con una percentuale di originalità autentica che – in media – non supera la soglia del 10%.

Il secondo ruolo, invece, è quello che nessuno ancora conosce. Nemmeno l’anziana saggia.

Il secondo ruolo esiste, probabilmente da sempre. Forse è fuori dal tempo. Ma pur esistendo, nessuno al di fuori di noi lo conosce.

Il secondo ruolo è un sentiero che a volte abbiamo già intrapreso, per poi perderlo a causa di scorciatoie illusorie. Lo abbiamo intrapreso, ascoltando il piacere. Il piacere che ci viene dal cucinare, curare, educare, risolvere problemi, inventare giochi, progettare impianti, allenare team, salvare vite umane.

Sembra assurdo: il secondo ruolo è quello che siamo già, ma che non siamo ancora.

Se il tempo è ancora galantuomo, possiamo avere pazienza. E nell’avere pazienza, rimanere affamati.

Lungo il cammino, comunque, cerchiamo sempre di portarci dietro tre cose.

  • un sorriso costante: apre porte impensabili.
  • un budget di spesa: supporta sogni concreti.
  • un budget di investimento: restituisce grazia.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Ognuno salta tanto alto quanto vuole e quanto può (l’importante è saltare)

Non c’è alcuna medaglia al collo da indossare e far vedere. C’è la volontà di saltare ancora. Di crederci ancora.

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Prende le misure. Studia l’altezza e la distanza. Prepara il corpo e con uno scatto rapido e fulmineo compie il balzo. Fa così Open. Fa così tutte le volte che vuole raggiungere qualcosa che lo attrae.

Mi fa pensare all’asticella del salto in alto, ma non solamente come ad un ostacolo da superare. Mi fa pensare a cosa sono disposta ad andare a prendere. Una sorta di sfida. Una sfida inevitabile.

Un poco di più oggi. Forse un poco di più domani.

Oggi ce la fai. Domani forse no. Ma resta il fatto che puoi provare ancora.

Mi fa pensare a tante storie che ho incontrato. Storie diverse ma anche storie molto uguali.

Come la storia di A. Lasciato a casa dal lavoro da un giorno all’altro. Lavoro che era la sua ragione di vita. Quello stesso lavoro per cui oggi il solo pensiero gli fa salire un nodo alla gola. Una famiglia da mandare avanti. Morale ed autostima sotto le scarpe.

E mentre lo ascoltavo scorgevo occhi tristi, a tratti carichi di lacrime che in qualche modo ricacciava indietro. L’asticella in questo momento era troppo alta o forse non la vedeva proprio.

Oppure penso a I. in un letto d’ospedale in una città che non è la sua. Quasi un mese ormai. Ho poche informazioni. Essenziali. Bastano per capire che l’asticella è ancora lì. Solo ad un livello più basso rispetto a prima. Perché adesso si deve ricominciare da capo. Ma l’asticella non l’ha tolta. Non perché “è giovane ed ha ancora tutta la vita davanti”. Perché ci crede.

S. divenuta madre da pochi mesi. Ora la sua asticella è puntata qualche tacca più in alto perché sa che farebbe qualunque cosa per la figlia. Anche andare oltre le proprie possibilità. Una madre ci riesce sempre.

M. che si prende giorni di permesso dal lavoro per seguire la madre ammalata, anche se non potrebbe, per far quadrare i conti a fine mese e non far mancare nulla ai figli. M. la cui asticella ha subito forti colpi in questi ultimi anni. Asticella che spesso e volentieri è caduta a terra, ed ogni volta ha trovato il coraggio di rimetterla al proprio posto e guardare oltre.

L. che finalmente sceglie di lasciare il posto di lavoro che la stava logorando. E così si imbarca in una nuova avventura, non meno complessa, sicuramente più gratificante. Un salto nella luce come dice lei. Un salto in alto, quello in cui sei così felice che oltrepassi l’asticella senza nemmeno sfiorarla.

Storie. Persone. Potrei continuare all’infinito. Perché tutti abbiamo la nostra personale asticella. Quella che segna passaggi di vita. Quella che fa vedere fin dove possiamo spingere le nostre possibilità. Quella che ci fa sentire piccoli ed insicuri. Quella che spinge a non mollare, a tentare ancora ed ancora. Perché anche se cade, non ci si deve mai dimenticare che l’asticella si può rimettere al proprio posto, una tacca più in basso, una più in alto. Non è questo che fa la differenza.

È la volontà di credere in se stessi a fare la differenza. È sapere che alla fine non ci sarà nessuna medaglia al collo da indossare e far vedere. Perché hai compreso cosa sei disposto ad andare a prendere. E l’asticella adesso, anche se sta ancora oscillando, è ancora lì al proprio posto.

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