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Perché voglio cambiare? (non perché devo…)

Per quanta motivazione tu abbia per attuare un cambiamento, infatti, è indiscutibile che fino ad ora abbiano prevalso le motivazioni per NON cambiare. Altrimenti l’avresti fatto prima, no?

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Continua il viaggio attraverso le domande del dott. Miller, ma, soprattutto, continua la sfida nel cercare le risposte.

L’ultima volta ho scritto dell’importanza di definire in modo specifico i propri obiettivi di cambiamento, magari ispirandoci allo schema SMART e sicuramente assumendoci la responsabilità di essere piloti e non passeggeri (link).
La domanda che affronto oggi è tanto spaventosa quanto rivelatrice, potente quanto evitata il più delle volte: perché voglio mettere in atto questi cambiamenti?

Sì, oggi si parla di motivazione. Quella vera. Perché spesso il punto è proprio lì, nel capire le ragioni autentiche per cui vogliamo fare qualcosa, per cui quel cambiamento è importante per noi. Bypassare questa domanda, non ponendosela o sbrigandosela con un infantile “Perché sì!”, equivale ad iniziare a costruire una casa dal secondo piano. Tradotto, è una condanna a morte per i nostri propositi di cambiamento. Mentre indagare la motivazione è stabilire fondamenta, predisporsi efficacemente a un piano di cambiamento di successo.

I desideri di cambiamento non nascono dal nulla, anzi. Generalmente li coviamo per anni, a volte per una vita intera. Ci sono persone che fanno propri gli obiettivi di cambiamento dei genitori quando questi non ci sono più e continuano a perseguirli. Non ci si sveglia una mattina decidendo di cambiare lavoro, al massimo puoi decidere di cambiare le lenzuola. O il bar dove prenderai il caffè (e anche su questo ho i miei dubbi).

Più un cambiamento è sconvolgente, più tempo richiederà per essere esplorato, elaborato, accettato. Ma la buona notizia è che, sfruttando bene questo tempo, la fase decisiva, quella della messa in atto, della realizzazione, sarà più rapida e più semplice. E indagare le motivazioni alla base del nostro cambiamento è cruciale per far sì che questo accada.

Sulla motivazione viene sempre scritto tanto e detto ancora di più, le teorie che trattano questo argomento sono pressoché infinite e, in alcuni casi, addirittura contraddittorie. Potrei parlare dei bisogni di Maslow, delle pulsioni di Freud, fino ad arrivare alle teorie di Darwin sull’evoluzione.

Invece scelgo di parlare di David McClelland, psicologo, che per circa 30 anni ha presieduto il Dipartimento di psicologia e relazioni sociali dell’Università di Harvard. La sua “Teoria dei 3 bisogni” è stata sviluppata negli anni ‘60 e si pone di spiegare le motivazioni fondamentali alla base delle azioni delle persone nei contesti sociali e manageriali. Inoltre, ciò che sostiene McClelland, è che tutti, proprio tutti, siamo guidati da questi tre bisogni, qualunque sia la nostra provenienza geografica o la nostra cultura di appartenenza.

  • Il bisogno del successo
  • Il bisogno di appartenenza
  • Il bisogno di potere.

Bene, potremmo dire, quindi si tratta solo di capire qual è il mio driver principale nella situazione attuale e la risposta al “Perché?” di Miller si formulerà quasi in autonomia. Purtroppo per noi, non è così semplice. Questa teoria, infatti, potrebbe anche definirsi “Teoria delle 3 paure”.

L’altra faccia della paura non è il coraggio, come si pensa spesso, bensì il bisogno. Spesso negato, soffocato, probabilmente in origine inascoltato (da chi? Te lo chiedi mai?), inespresso, ok. Ma comunque fondamentale.

Giriamo la medaglia, osserviamo l’altro lato dei bisogni di McClelland. Troveremo le nostre paure più grandi. Così come di là ci sono i bisogni che da sempre guidano, di qua ci sono le paure che da sempre bloccano. E che, a volte, ci fanno scegliere strade che non vorremmo percorrere, ma sentiamo di non avere alternative:

  • Il bisogno del successo rispecchia la paura per il fallimento
  • Il bisogno di appartenenza rispecchia la paura per il rifiuto da parte di altri
  • Il bisogno di potere rispecchia la paura di dipendenza.

Per quanta motivazione tu abbia per attuare un cambiamento, infatti, è indiscutibile che fino ad ora abbiano prevalso le motivazioni per NON cambiare. Altrimenti l’avresti fatto prima, no? O non lo troveresti così difficile, no?

Niente panico, si tratta solo di affrontare la questione da una prospettiva diversa. Partendo dall’ammettere la paura. E riformulando le domande:

Perché finora non ho voluto mettere in atto questi cambiamenti? Quali motivazioni mi hanno comunque fatto scegliere di stare nella situazione attuale, seppur insoddisfacente? Cosa c’era in gioco di più grande?

Se avrai il coraggio di approfondire le tue risposte, probabilmente approderai a uno dei bisogni/paure del McClelland. E anche se avrai il coraggio di non sostituire il verbo “voluto” con “potuto”. Certo, facciamo e abbiamo fatto del nostro meglio sempre, al netto delle condizioni esterne e circostanti. Ma se non iniziamo a sentirci davvero protagonisti, sarà difficile credere di poter rivoluzionare la propria vita portandola a un esito completamente diverso da quello inizialmente previsto. Potremo solo operare cambiamenti mediocri, relativamente contenuti. Non rivoluzioni, non stravolgimenti.

Se invece avrai il coraggio di ammettere la tua paura più grande ecco che, girando la medaglia, troverai anche il tuo bisogno più grande, il tuo motore più potente, la tua forza più inarrestabile. Ciò che ti permetterà di trovare dentro te (o di cercare efficacemente fuori) le risorse veramente utili per approdare vittoriosamente al tuo obiettivo. Ancora una volta, decidi tu.

“Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima” – W. E. Henley

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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