Connect with us

Crescere

Perché voglio rimuovere 1000 collegamenti LinkedIn (e perché dovresti farlo anche tu)

Ci ho pensato per qualche minuto e poi l’ho fatto. Ho rimosso un collegamento su LinkedIn, poi un altro e un altro ancora. Perché? Non era importante.

Pubblicato

il

Voglio solo imparare a perdere

Ci ho pensato per qualche minuto e poi l’ho fatto. Ho rimosso un collegamento su LinkedIn, poi un altro e un altro ancora. Adesso, se non sbaglio, sono arrivato ad eliminarne 150, conto di eliminarne 1000 nel giro di qualche settimana.

Perché l’ho fatto? Cosa avevano fatto questi collegamenti?

Niente. Però si trattava di collegamenti e non di persone. E non è per niente una buona cosa.

Il vero punto però è che per lungo tempo ne sono stato a conoscenza e non ho fatto nulla. Si, forse ci ho provato. Forse ho inviato qualche messaggio per rompere il freddo dello schermo e farci una chiacchierata. Si, forse ci ho provato ma non ha funzionato. Perché li ho tenuti ancora “vivi” e perché dovrei farlo allora?

So che non vale niente ed è questo il problema

Quando ti iscrivi a una piattaforma come LinkedIn la tua carta dice “conquista più territori possibili”. Vale a dire ottieni i tuoi 500+ e poi continua verso il raggiungimento di 1000, 2000, 3000… collegamenti.

Ci sono buoni motivi, specie all’inizio, per non essere schizzinosi. Il sistema dei collegamenti di primo, secondo e terzo grado fa si che “collegamenti” inutili ti portino a persone utili/interessanti.

Ma quando arrivi a una discreta cerchia e potenzialità, devi ammetterlo: stai solo collezionando collegamenti. Principalmente per tre motivi:

1)   Sei fottutamente vanitoso e anche se non ti porta niente ti gratifichi di una rete mostruosamente grande.

2)   La maggior parte delle persone tiene in considerazione le vanity metrics e dunque non vorrai perdere appeal ai loro occhi.

3)   Hai paura di perdere. Anche se non significa niente.

I primi due punti aprirebbero una questione “tecnica” della quale non ho voglia di parlare. Il terzo punto è il punto.

Nessuno vuole perdere anche se non significa nulla.

Il vero motivo per il quale io (e te) teniamo “vivi” collegamenti e altre pseudo relazioni è l’idea per la quale oggi non succede niente ma domani chissà.

Tartakover diceva che la minaccia è più forte dell’esecuzione. Diavolo se aveva ragione. Si riferiva agli scacchi ma c’entra anche in questo discorso.

A conti fatti, una volta che rimuovi 1 o 100 collegamenti, ti rendi conto che non hai perso niente. Probabilmente sarai della stessa idea anche tra uno o cinque anni.

Quando però devi agire, quando ci pensi, inizi a fare una lista di possibili casualità per le quali è sconveniente farlo.

  • E se questa persona un giorno si sveglia e…
  • E se domani l’algoritmo cambia e…
  • E se questa persona poi un giorno…

Cazzate. La maggior parte delle volte il nostro intuito ci azzecca. Non ti serve. Non mi serve.

Paura di perdere possibilità, di perdersi qualcosa di importante. Paura di sacrifici stupidi che ci tengono incollati ad azioni e comportamenti stupidi. FOMO. Mi viene in mente quanto disse Goethe “Siamo capaci di fare molti sacrifici nelle cose grandi, ma raramente siamo capaci di sacrificare le piccole.

Tornando a LinkedIn

Già che ci siamo: LinkedIn non premia il numero di collegamenti e followers ma il coinvolgimento.

Per anni ho parlato di questo semplice concetto ma ci sono cascato. Sono umano!

Se ancora non ti è chiaro il concetto, guarda questo.

Jeffrey Gitomer è un’autorità del marketing e della vendita – lo seguo sempre con grande ammirazione (Perdonami Jeffrey!). Eppure, nonostante i suoi 50000 follower, e più ha lo stesso coinvolgimento del portinaio di paese e minore di tanti suoi allievi.

LinkedIn come altri social come anche la vita è un gioco di conversazioni e relazioni, non di numeri.

Sapevo perfettamente anche questo. Voglio solo imparare a perdere

Non sto dicendo e non ho fatto niente di così importante. Voglio solo imparare a perdere. Perdere tutto ciò che non ha importanza per concentrami su ciò che invece ne vale la pena.

Relazioni, conversazioni, persone che provano ad essere arcobaleni nelle nuvole degli altri. Forse ci riesco, forse no. Non ha importanza.

Ma se non è importante non c’è bisogno che continui a pensare possa esserlo.

Ecco perché ho rimosso oltre 100 collegamenti qui su LinkedIn e conto di eliminarne 1000 nel giro di qualche settimana.

Dunque

Se ho rimosso te > si l’ho fatto, non è irreversibile. Può essere l’occasione per avere finalmente una conversazione e una relazione.

Se stai leggendo > prova anche tu a rimuovere almeno 10 persone. Se non è importante, non è importante. Ho buoni motivi per credere porti anche un vantaggio alla tua attività su questa piattaforma.

Se rimuovi me > fa niente. Va tutto bene. Succede.

Se non siamo in contatto >Aggiungimi, scrivimi, parliamoci.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

Pubblicato

il

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

Continua a leggere

Crescere

Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

Pubblicato

il

Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

Continua a leggere

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi
Condividi
Tweet
Condividi