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Questione di vita o di scelta (il futuro richiede coraggio)

Quando il lavoro non c’è, lo si deve inventare, si dice. Ma è anche l’occasione per crearlo a nostra immagine e somiglianza, affinché corrisponda alle nostre scelte e al futuro che vogliamo. Per noi ma anche per gli altri.

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Cos’è che deve fare un giovane d’oggi? Cercare lavoro o cercare se stesso?

Stiamo vivendo nell’importante epoca di passaggio da un vecchio modo di interpretare il lavoro a uno nuovo, sconosciuto ai più, che lascia intendere di sé pochissimo. La grande incognita è che tipo di percorso formativo intraprendere e far intraprendere ai nostri figli in previsione di ciò che li aspetterà e quale saranno i settori e le competenze più richieste.

Quale sarà quindi il giusto approccio per affrontare la scelta di vita? Perché si tratta in primis proprio di una scelta di vita. Scegliere il tipo di lavoro è un po’ come scegliere quale vita vogliamo vivere. La vita di un medico è ben diversa da quella di un artigiano, come pure quella di un organizzatore di eventi.

Ma allora da dove partire per affrontare questa decisione?

Questione di vie diverse

C’è chi ti dice valuta ciò che richiede il mercato del lavoro in questo momento e orienta la tua scelta verso quei settori, c’è invece chi ti urla di seguire sempre e solo il tuo cuore, le tue passioni, i tuoi sogni.

Personalmente credo che esista una terza via, quella della curiosità, dell’ispirazione, dell’irrequietezza.

Il motto è fare esperienze, sia in termini formativi che lavorativi, ovvero aprirsi a nuovi stimoli. Dedicarsi ad attività che amiamo chiamare extracurriculari, anche se di extra hanno ben poco, perché fondanti il nostro io e la nostra crescita. Dobbiamo allenare le nostre competenze trasversali, renderle determinanti per un processo di conoscenza di sé afferrando così il modo migliore per attivarle. E queste competenze le troviamo là dove risiedono le nostre passioni e dove abbiamo la possibilità di esercitarle.

Un nuovo approccio

La chiave di volta è cambiare l’approccio che abbiamo nei confronti del lavoro. L’approccio che ci comunicano i sociologi che intravedono l’avvento della nuova rivoluzione industriale, è di carattere progettuale, ovvero il muoversi dando priorità alla persona che agisce nel contesto lavorativo come protagonista, come risorsa pensante e determinante per la buona riuscita dei singoli progetti aziendali. Ecco che le competenze diventano elementi “segnanti” il valore umano e straordinario di quella persona.

Si passa quindi da “cerco il lavoro della vita”, a “vivo in prima persona il mio lavoro”. Se partiamo da questo vediamo quanto cambia la dinamica della persona nella cultura professionale. Sono io che divento protagonista delle mie scelte e del mio futuro. Sono io che traccio la mia strada e intraprendo la carriera fatta su misura per me. Nella condizione precedente invece era il lavoro ad avere predominanza. Dove c’è un’occupazione io vado, dove vedo delle buone occasioni mi ci butto, ecc.

Se siamo consapevoli di questo cambiamento anche la nostra prospettiva nella scelta del percorso formativo sarà più chiara e saremo in grado di prendere l’importante decisione. Poi non è detto che sia quella definitiva, ma sicuramente sarà la NOSTRA decisione e andrà bene comunque.

È questione di coraggio, sempre

Occorre però farci trovare preparati ad affrontare le conseguenze di questa scelta. Nella mia attività accademica entro in contatto con molti studenti che mi raccontano per esempio il loro disagio nel vivere lontano da casa, lontano dai desideri dei loro vecchi, lontano dagli ambiti professionali dei loro famigliari. Ma se perseguiamo la via degli altri, poi lasciamo dietro a noi gli strascichi di fallimenti, inversioni di rotta, sconfitte personali. Secondo il Rapporto 2017 sulla condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria superiore, realizzato da AlmaDiploma e da Almalaurea, si evince che il 14% degli studenti che si iscrivono a corsi universitari dopo il diploma si pente della scelta. Il 6% abbandonano il corso di studi, l’8% si iscrivono ad altro. E nell’intervistare alcuni di loro si capisce che il problema è la scelta, non completamente propria, ma dettata da altri fattori, come l’offerta sul territorio di residenza di professioni particolari, le aspettative dei genitori riposte sui figli o la familiarità con un particolare tipo di impiego.

Quindi il fulcro di tutto sta nell’avere il coraggio di scegliere in autonomia. Sembra un assunto banale, ma nella scelta professionale non lo è. Dobbiamo poi considerare il fatto che talvolta sono proprio i giovani che comprendono maggiormente le dinamiche legate al nuovo approccio lavorativo, i genitori o gli educatori si muovono con la sensibilità della propria esperienza di anni prima e quindi di difficile applicazione nella condizione attuale.

Scrivono Joi Ito e Jeff Howe nel saggio “Al passo col futuro”: “Una mappa implica una conoscenza dettagliata del territorio e l’esistenza di una rotta ottimale; la bussola è uno strumento molto più flessibile e richiede all’utente di usare la propria creatività e autonomia per scoprire il percorso da seguire”.

Ed è così che si affronta la scelta, con una buona bussola (la creatività e l’autonomia) tenendo conto della mappa (contesto, opportunità, familiarità), ma non facendone l’elemento determinante.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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