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Procrastinar m’è amaro in questo mar

Quando rimandare ingigantisce il problema anziché risolverlo.

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C’è un’insidia che riguarda molti di noi e che costituisce uno dei motivi più frequenti per cui le persone mi contattano per il coaching: la procrastinazione, ovvero il “differire, il rinviare da un giorno a un altro, dall’oggi al domani, allo scopo di guadagnare tempo o addirittura con l’intenzione di non fare quello che si dovrebbe”. Così la definisce la Treccani.

Ci caschiamo in molt*. Ogni tanto o spesso. Dipende da come funzioniamo, ma può anche dipendere dal periodo che stiamo vivendo o dal nostro livello di coinvolgimento in un dato compito o progetto.

Capita anche a me, che in quanto umana, non faccio eccezione.
Solitamente rimando le cose che, magari anche inconsciamente, non ho piacere o voglia di fare, come stirare. Oppure attività che coinvolgono persone che non gradisco particolarmente, come i conti del condominio. Ogni tanto rimando i lavori che credo mi richiedano moltissimo tempo di esecuzione, come riscrivere un progetto, salvo scoprire poi, una volta fatto, che ne bastava molto meno di quanto temessi.

Mi stavo chiedendo: mi capita mai di rimandare le cose che amo di più, al fine di gustarmele maggiormente? Raramente, ma so che per alcun* funziona così. Posticipano ciò che dà loro piacere. Lo fanno per ultimo.
Qual è il vantaggio? Rende davvero il momento più appagante o rischia di diventare “il giorno di San Mai”, perché a furia di posticipare non arrivo al dunque?

Rimandare è una psicotrappola dell’agire

Rimandare, così come insistere, rinunciare o arrendersi, evitare, difendersi preventivamente e altre azioni che spesso facciamo, fanno parte di quelle che Giorgio Nardone ha definito “psicotrappole dell’agire”. Ce le illustra nell’omonimo testo Psicotrappole, il cui sottotitolo – “ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle – suona a metà tra una condanna e una speranza salvifica.

Secondo Giorgio Nardone la psicotrappola del rimandare, se reiterata troppo a lungo, danneggia profondamente la nostra capacità di far fronte alle situazioni della vita e di prendere decisioni. Alla lunga, procrastinare ci rende incapaci di prendere qualunque iniziativa. Ciò che appare evidente, però, è che anche sul breve periodo i suoi effetti nefasti non tardano a farsi sentire.

Lasciare questioni sospese, allungando continuamente la propria lista delle cose da fare (non perché ci sono sempre cose nuove, ma perché non si portano mai a compimento quelle precedenti), ingenera un senso di inadeguatezza, di frustrazione, di incompiutezza, di incapacità assai deleterio.

Anche perché nella maggior parte dei casi, se ci pensate, le cose che lasciamo indietro sono quelle che ci interessano di meno, quelle che non ci piacciono, quelle che ci costano fatica, quelle per cui ci sentiamo meno portati o inadeguati o che non sappiamo fare bene, con il risultato che più le lasciamo indietro, più ci risultano fastidiose.

Paradossalmente rimando le cose per non pensarci,
ma più le rimando più mi ossessionano

Il paradosso è proprio qui: rimandiamo le cose perché non abbiamo tempo o voglia di farle, le rimandiamo per non pensarci, ma più le rimandiamo più loro ci ossessionano. Restano come un sassolino nella scarpa, sempre pronte a farci sentire che sono lì.

Come fare per passare all’azione?
I modi possibili sono molti e ognun* deve trovare quello più efficace per se stess*.

Io ad esempio, tra le tante suggestioni che ho trovato nei testi di approfondimento che ho letto per passione e professione in questi anni, trovo utili le seguenti:

1. Crearsi immagini avversive sulla procrastinazione
ovvero pensare a tutti gli effetti negativi che il rimandare ha (es. “finire con l’essere sommersi da una valanga di cose da fare, che peraltro non ci piacciono”, “sentirsi sempre più sfigati e inefficienti e inefficaci a rimandare”, ) e fare la lista delle conseguenze negative del procrastinare sulla propria gestione della vita e del lavoro.

2. Iniziare a fare
Molto spesso la vera soluzione sta nell’iniziare.
Non importa da dove: comincia.

Già. Sembra facile. Funziona davvero? E se poi non riesco? Come si comincia a cominciare?
Qui è opportuno far leva sull’autodisciplina, più che sulla motivazione, perché quest’ultima è un fattore dinamico della personalità e oggi può essere alle stelle e domani sotto i tacchi.

L’azione è l’antidoto della disperazione, secondo Joan Baez

“Prefiggetevi un obiettivo chiaro, accettate le emozioni e i pensieri che suscita in voi e poi fate ciò che va fatto”, suggeriva Shoma Morita, psichatra giapponese che all’inizio del XX secolo ha ideato la teoria per combattere l’inerzia. Il focus per Morita non era tanto liberarsi dal problema, quanto imparare a concentrarsi sul vivere la vita pienamente, nonostante i problemi e le emozioni negative che si provano.

Se devi sistemare una stanza molto disordinata e non ne hai voglia, probabilmente tenderai a rimandare perché non sai da che parte partire. Se invece vinci la pigrizia e inizi, con un angolo, un cassetto, la scrivania, una parte di armadio o archivio, finirà che sistemerai molto più di quanto prevedevi.
Già, perché così come l’appetito vien mangiando, l’ordine si fa ordinando, il quadro dipingendo, il pranzo cucinando, il progetto progettando e così via.

Alcuni esperimenti sociali hanno dimostrato che se si inizia a svolgere un’attività e si continua per almeno cinque minuti, poi scatta qualcosa dentro di noi che ci fa venir voglia di continuare.
Il trucco sta tutto nel cominciare.
Quello è il momento magico. Il momento che fa tutta la differenza.
La soddisfazione che ne deriva in termini di senso di autoefficacia, ripagherà lo sforzo.

Laureata in Scienze della Formazione e specializzata in Counseling Breve Strategico, opero in ambito formativo dal 1995. Esercito la libera professione in qualità di formatrice, coach, problem solver e consulente di processo. Svolgo la mia attività di affiancamento alle Imprese e agli Studi Professionali nella riorganizzazione dei processi lavorativi, nello sviluppo delle persone e nella gestione del cambiamento. Sono fondatrice e titolare del brand aula41. Iscritta al Registro dei Formatori Professionisti AIF (Associazione Italiana Formatori) n. 912, dal 2016 svolgo il ruolo di Consigliera Regionale AIF in Trentino Alto-Adige.

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Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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Lo spirito degli alberi può salvarci la vita

Il mondo ha bisogno di alberi per sopravvivere: l’emergenza climatica si può arginare piantando alberi e salvaguardando quelli che esistono, come si è prefissa di fare Wiki-Tree, un’app che permette di dare un’anima a ogni albero.

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Gli alberi sono alla ribalta della cronaca, in queste settimane estive particolarmente afose.

In Siberia, un territorio grande quanto la Grecia è andato in fumo sotto gli occhi impotenti del mondo; in Brasile, sull’egida climato-scettica del nuovo presidente Bolsonaro, sono stati disboscati 4’700 chilometri quadrati di foresta tropicale nei primi 7 mesi dell’anno, ovvero 67% in più rispetto al 2018.

Il cambiamento climatico è realtà

Gli esperti sono concordi nel considerare gli alberi gli unici alleati dell’uomo nella lotta contro il cambiamento climatico. Uno studio del Politecnico Federale di Zurigo ha stimato che al mondo c’è ancora spazio per far crescere 900 milioni di ettari di bosco.

Entro il 2050, queste foreste supplementari potrebbero assorbire 200 gigatonnellate di anidride carbonica, ovvero circa due terzi di quanto prodotto dall’attività umana dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi.

Un record del mondo: 350 milioni di alberi piantati in un giorno

Va in questo senso l’iniziativa “Green Legacy” promossa dal governo etiope, in un paese che ha subito in maniera importante gli effetti della deforestazione selvaggia. In poco più di cent’anni, infatti, il territorio dell’Etiopia coperto da foreste è passato dal 30% a meno del 4%.

Nel 2017, il governo di Addis Abeba si è unito a un’altra ventina di nazioni africane nel sottoscrivere un progetto che prevede il ripristino del paesaggio forestale africano, con il ripristino di 100 milioni di ettari di terra.

“Possiamo contrastare gli effetti della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Ognuna delle nostre azioni, grandi e piccole, conta per le persone e per il pianeta”, ha scritto su Tweeter Amina J. Mohammed, ex ministra nigeriana dell’ambiente e attuale vice-segretaria generale delle Nazioni Unite.

Prevenire è meglio che curare

Porsi l’obiettivo di ripopolare le foreste è nobile ma ha un gusto di reazione tardiva.
Proattivamente, ci aspetteremmo delle azioni mirate a proteggere e preservare gli alberi che già esistono.

È quello che si prefigge di fare Wiki-Tree, una app ideata dall’imprenditrice italo-svizzera Chicca Pancaldi, che non è al suo primo tentativo di contribuire alla salvaguardia del clima.

Nel 2017 aveva infatti lanciato una pagina Facebook, “An Act a Day”, che, sotto forma di challenge, incoraggiava le persone a postare le proprie azioni positive per l’ambiente. Era stato un successo della durata di un battito di ciglia concentrato solo nei giorni immediatamente legati al lancio della iniziativa.
Questo aveva dimostrato, secondo la promotrice, come la gente sia disponibile a rispondere a iniziative simili solo sull’onda emotiva, ma non riesca a imprimere poi la necessaria costanza alla propria azione, preferendo inseguire mode sempre più veloci e temporanee.

Wiki-Tree, invece, sembra essere più nell’aria dei tempi ed anche più legata alle emozioni durevoli delle persone, forse anche grazie all’effetto Greta, che ha contribuito a sensibilizzare le persone sull’importanza del rispetto per il Pianeta. Per questo motivo, abbiamo contattato la sua promotrice per farci spiegare meglio in cosa consiste il progetto.

Con Wiki-Tree possiamo dare un’anima a ogni albero

“Ogni albero ha una sua storia. Anzi, ha più storie, con tante identità diverse.”, racconta Chicca Pancaldi. “L’idea è di dare un’anima all’albero, di dotarlo di una sua identità legata ai racconti delle persone. L’app serve a questo: è una specie di social network degli alberi, dove ognuno può condividere storie, foto e video. È un modo molto semplice, per rendere più difficile che quell’albero venga tagliato.”

L’intento è lodevole per cui avremmo voluto scaricare l’app per provarla, ma è ancora in fase di sviluppo.
“Per poter funzionare, il progetto deve essere sostenuto da una community. Wiki-Tree è uno sforzo collettivo.”, ci spiega Chicca. “Sinora sono arrivata qui con le mie sole forze ma per finire lo sviluppo dell’app ho bisogno dell’aiuto di tutti e per questo ho deciso di lanciare una campagna crowd-founding, su Go Fund Me.”

Quanto costa creare un’app di questo tipo?
“Per terminare lo sviluppo ho bisogno di circa 15’000 Euro. Ma devo ammettere che la raccolta fondi si sta rivelando difficile. Moltissime persone apprezzano l’idea, la condividono sui social, mi scrivono in privato per raccontarmi la storia del loro albero… ma il sostegno pratico, quello economico, tarda a concretizzarsi. Forse le persone non si rendono conto che anche una piccola donazione di 5 Euro, per dire, può fare la differenza”.

La deforestazione in ambito urbano

In molte città, assistiamo al taglio di alberi secolari per delle questioni pseudo-ragionevoli, che possono essere legate a dei bisogni di economizzare sulla manutenzione del verde o semplicemente perché le foglie davano fastidio alle boutique di lusso.
Ma la maggior parte delle volte, si tagliano gli alberi per fare posto a nuove costruzioni.

Questo fenomeno è in controtendenza con gli studi più recenti in ambito urbanistico, che dimostrano come la presenza di alberi in città, in estate possa contribuire ad abbassare la temperatura dell’aria tra i 2 e gli 8 gradi. Questo permette di ridurre l’effetto forno tipico degli ambienti fortemente edificati, rendendo quindi la città più vivibile.

Inoltre, una buona pianificazione delle zone arborate in un contesto urbano può contribuire a incrementare il valore della proprietà, fino al 20% secondo alcuni analisti, oltre ad avere un effetto positivo sull’attrattività della città dal punto di vista turistico.

Riconoscere l’emergenza climatica

Alcuni media (e alcuni politici, primo fra tutti Donald Trump) non credono al cambiamento climatico.
Lo relativizzano per promuovere una crescita economica che, oggi più che mai, sembra rimare con estinzione di massa.

Sebbene ci siano studi sempre più dettagliati e sicuri sulle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico sul corto termine, non ci renderemo conto di cosa significa finché non lo vivremo.

Alle nostre latitudini, ricominceremo ad essere colpiti da malattie incurabili come la malaria, perché le zanzare anofele saranno endemiche tutto l’anno (e questo avrà una ripercussione anche su aspetti poco conosciuti, come ad esempio il costo delle trasfusioni di sangue, che aumenterà a causa dei controlli e dei filtri che dovremo introdurre).

La siccità renderà più difficile i raccolti, per cui ci sarà meno cibo a costi più elevata, mentre l’acqua sarà razionata e non potremo farne quello che vogliamo.

Le temperature saranno talmente elevate da aumentare il tasso di mortalità nelle persone più fragili, tipicamente gli anziani, e dall’altra parte aumenteranno i flussi migratori dai Paesi in cui le temperature saranno ormai invivibili.

Vedremo fenomeni meteorologi nuovi – oggi rarissimi – come trombe d’aria distruttrici, di cui abbiamo avuto una terribile anteprima proprio questa estate, con la morte di una giovane donna sollevata da terra con la sua auto dalla forza del vento.

Il tutto nei prossimi 20-30 anni. In termini di una vita umana, domani. Sulla scala della vita delle Terra, pochi millisecondi.
Per questo è necessario agire oggi per evitare i disastri domani.

O per dirla con le parole di Chicca Pancaldi, promotrice di Wiki-Tree, “Salvare gli alberi è qualcosa che si rivolge a tutti: per chi c’è adesso e per chi verrà”.

 

Per maggiori informazioni su Wiki-Tree o per contribuire alla raccolta fondi:

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