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Crescere

Sei confuso o multipotenziale? Perché, purtroppo, sembra ma non è la stessa cosa

Ci sono tante idee in proposito ma alla fine la cosa più vera potrebbe essere che “Non tutti i multipotenziali sono confusi e non tutti i confusi sono multipotenziali”.

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Cosa vuoi fare da grande?

Siamo cresciuti così: tra la fretta di dover avere chiaro il nostro futuro e l’ansia di rassicurare il parentado. Offrire adeguate rassicurazioni sul fatto che non ci saremmo persi per strada. Che avremmo avuto, anzi avevamo già, obiettivi chiari e precisi. Un po’ come Grisù, il draghetto che gridava al mondo di voler fare il pompiere – solo che nel nostro caso ci si aspetta sempre qualcosa di più “gratificante”.

Quindi, cosa vuoi fare da grande? Se provi a chiederlo a chi ha meno di 15 anni, ottieni una risposta stridente. Voglio essere felice. Voglio essere ricco. Voglio fare qualcosa che mi piace.

Ho detto “stridente” perché se tu che leggi hai più di 15 anni, noterai qualcosa che stride, che diciamo non corrisponde al mondo della realtà. Quella pratica.

Cambio di paradigma

Eppure qualcosa si muove.

A un certo punto, negli anni a cavallo dei millenni, ci si è spostati dal realizzarsi tramite il percorso professionale a una generazione che – inshallah – pone la priorità sul proprio benessere, sul sentirsi e non sul fare, anche a scapito della serenità dei genitori, che vorrebbero vederli “sistemati” e “ben sistemati”. I Millennial son fatti così.

E poi ci siamo “noi”. Noi inteso come noi che siamo nati prima dell’inizio della rivoluzione digitale. Noi che non siamo più ragazzi ma neppure tanto vicini alla pensione da sentirci tranquilli. Noi che ci ritroviamo a fare i conti con l’arrivo nel mondo del lavoro di queste persone che sanno fare un po’ tutto e un po’ niente.

È una dimensione che ci spaventa ma ci affascina; non è un caso, a mio avviso, che i Talent show riscuotano tanto successo, perché sono la migliore espressione di questa cultura emergente.

Le concorrenti e i concorrenti cantano, ballano, si esprimono con sicurezza, suonano uno strumento, dichiarano di voler intraprendere degli studi in diritto, si commuovono facilmente, il loro modo di vestire fa tendenza, scrivono libri, sono gender fluid… Dei vulcani di talento, diluito nel mare della quotidianità.

Della nostra quotidianità. Di noi, che ci siamo specializzati in biochimica degli acidi arachidonici, in drammaturgia del periodo viennese del Metastasio o in restauro degli affreschi tardo-medievali sugli stipiti alti delle chiese aretine.

Insomma, noi che affondiamo ogni giorno di più nella densità della nostra specialità e che sogniamo di fare altro.

Specializzazione o morte

Me lo sono sentito dire anche a 38 anni, quando, dopo una carriera nelle risorse umane (che peraltro era cominciata nell’informatica), mi ero iscritto a un master in comunicazione. Uno dei miei superiori mi aveva detto che era ora di capire cosa volessi “fare da grande”.

E se non lo sapessi esattamente, cosa voglio fare da grande? Se ho diversi interessi, diverse passioni, diversi percorsi che voglio percorrere? Se non voglio fare solo il pompiere, o solo il medico, o solo l’insegnante, o solo il calciatore?

Se non mi va di passare tutta la vita per poi morire responsabile risorse umane, contabile, agente di commercio, calzolaio, poeta, ingegnere, fisico o personal trainer?

LinkedIn ha utilizzato la sua banca dati per fare qualche conto: statisticamente, i millennial cambiano lavoro in media quattro volte nei primi 10 anni dopo la laurea, mentre la generazione X (coloro che sono nati tra il 1960 e il 1980) si fermava a due. Significativo? Non so. All’epoca non c’era – o c’era nettamente meno – la moda degli apprendistati, stage non retribuiti, contratti a termine, che ti obbligano di fatto a cambiare lavoro.

Inoltre gli anni che seguono la formazione sono quelli in cui si cerca di accumulare esperienza: è relativamente normale cercare nuove opportunità, soprattutto alla luce del fatto che la configurazione familiare non include, di solito, bambini al seguito (aspetto che si rivela essere un incentivo importante per la ricerca del posto fisso).

Il concetto di multi potenzialità

Da questo punto di vista, non ci aiuta vedere questa nuova generazione che arriva e sa fare benino molte cose. Li guardiamo con un misto di invidia e di sospetto: ma se non sanno ancora cosa faranno da grandi a 25 anni, come si guadagneranno da vivere? Come fonderanno una famiglia? Come compreranno una casa?

È qui che nasce un enorme malinteso: per poter giustificare questa apparente incapacità di imboccare una strada sola, qualcuno si è inventato il concetto di multipotenzialità. (Attenzione: non sto dicendo non abbia senso e sia il male assoluto, non ancora almeno…)

I multipotenziali sono quelle persone che hanno più interessi e attività e che eccellono in più settori.
C’è un Ted che è diventato un manifesto e se vogliamo anche una scusa, come dire “Hey, giù le mani… sono un multipotenziale, io!”

È vero: le persone multipotenziali sono state ignorate per secoli (o celebrate come geni, quando le cose riuscivano loro bene – pensiamo a Leonardo Da Vinci, tipicamente). È vero: ci sono persone che hanno molti talenti e che hanno difficoltà a restare concentrati su una sola carriera.

Tuttavia, non siamo in presenza di un sillogismo: non vuol dire che se uno non sa cosa fare della sua vita, automaticamente è un multipotenziale. Forse è semplicemente perso.

Perché questo concetto ha così tanto successo?

Da una parte, la teoria del multipotenziale rassicura le nuove leve sul fatto non è colpa loro se sono fondamentalmente inadatti al mondo del lavoro così come lo conosciamo oggi (e che, di conseguenza, finiranno morti di fame).
Dall’altra, rasserena la nostra generazione piena di frustrazioni, suggerendoci che se ci stiamo annoiando al lavoro è solo perché abbiamo dovuto tarparci le ali.

Quella ricerca continua di qualcosa che non c’è, è solo la rimozione in posizione nevrotica di quella che avrebbe potuto essere una vita professionale più variata e appagante.

Insomma, con l’idea della multipotenzialità, siamo arrivati a giustificare il senso di vuoto esistenziale che, probabilmente, fa parte integrante dell’essere umano ma che ora ci sembra essere una logica conseguenza dei nostri talenti sprecati.

Ho fatto il contabile tutta la vita, quando avrei potuto fare il cantastorie nei cabaret. Accidenti, che vuoto.

Dinamiche culturali vs fenomenologia clinica

Abbiamo visto come le persone multipotenziali abbiano diverse abilità e interessi diversi.
Per loro è quindi difficile instradarsi in una sola specialità e non possono parlare di vocazione univoca. Fin qui ci siamo. Il punto focale, a mio avviso, è che questa peculiarità diventa un problema sono quando gli interessi, le motivazioni e le opportunità sono numerose.

Il fatto di saper fare bene una cosa o di amare un argomento non ci spinge necessariamente a scegliere di farne un lavoro. Se ci spostiamo dalla carriera a un esempio più semplice, come potrebbe essere quello dell’acquisto di un servizio, questo aspetto diventa subito più chiaro: voglio cambiare operatore e quindi passo due settimane a confrontare tariffe, coperture, benefits. Se non riesco a fare una scelta semplice, è solo perché c’è una sovrabbondanza di opzioni, non perché ci sia da parte mia un interesse per tutti i servizi.

Il fatto di non essere in grado di fare una scelta in mezzo a tante opzioni è forse tipico dei multipotenziali, ma lo è ancora di più delle persone affette da disturbo dell’attenzione. Un conto è se il problema è legato soltanto ai molti interessi personali, un altro invece se non si è in grado di scegliere, o se ci si annoia sistematicamente, o se si è distratti facilmente.

Sono cosciente che molte persone che si definiscono multipotenziali individuano nel binomio talento/disturbo il terreno fertile in cui sono cresciuti i pregiudizi che hanno reso loro la vita difficile.
Infatti l’obiezione più comunque è che le persone con interessi numerosi non hanno necessariamente un deficit di attenzione. La maggior parte dei multipotenziali è in grado di focalizzare la propria attenzione in maniera efficace, semplicemente con focus diversi e distribuiti su varie tematiche.

Se questo è vero, vuol dire che non sapere cosa fare, o annoiarsi, o distrarsi non definisce un multipotenziale. Non è questo ciò che lo caratterizza. Quindi c’è da essere intellettualmente onesti e riconoscere quando un fenomeno è culturale (gli interessi) e quando invece c’è un problema diverso…

Prima di chiederti se sei un multipotenziale, chiediti perché tu?

Il tuo vantaggio competitivo sorge dall’interazione fra tre forze diverse e in costante mutamento: i tuoi asset, le tue aspirazioni e i tuoi valori, e la realtà del mercato, cioè la domanda e l’offerta per ciò che proponi sul mercato rispetto alla concorrenza. La direzione migliore prevede che tu insegua aspirazioni meritorie, sfruttando i tuoi asset, mentre navighi attraverso la realtà del mercato.”

Come dice Hoffman e mi pare pacifico, tutti hanno più aspirazioni e più asset (se vogliamo, chiamiamole attitudine e competenze.) La differenza è però come le mescoli e perché?

Perché alla fine, citando ancora il libro di Hoffman, “Teniamoci in contatto”, bisogna sempre rispondere a quel cartello lungo l’autostrada 101, nella Bay Area di San Francisco (ma in realtà si trova ovunque): «1.000.000 di persone sanno fare il tuo lavoro. Che cosa ti rende così speciale?»

«1.000.000 di persone sanno fare il tuo lavoro. Che cosa ti rende così speciale?»

Ad ognuno la risposta. Nel frattempo potrebbe essere utile pensarla in questo modo:

“Non tutti i multipotenziali sono confusi e non tutti i confusi sono multipotenziali”.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Ognuno salta tanto alto quanto vuole e quanto può (l’importante è saltare)

Non c’è alcuna medaglia al collo da indossare e far vedere. C’è la volontà di saltare ancora. Di crederci ancora.

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Prende le misure. Studia l’altezza e la distanza. Prepara il corpo e con uno scatto rapido e fulmineo compie il balzo. Fa così Open. Fa così tutte le volte che vuole raggiungere qualcosa che lo attrae.

Mi fa pensare all’asticella del salto in alto, ma non solamente come ad un ostacolo da superare. Mi fa pensare a cosa sono disposta ad andare a prendere. Una sorta di sfida. Una sfida inevitabile.

Un poco di più oggi. Forse un poco di più domani.

Oggi ce la fai. Domani forse no. Ma resta il fatto che puoi provare ancora.

Mi fa pensare a tante storie che ho incontrato. Storie diverse ma anche storie molto uguali.

Come la storia di A. Lasciato a casa dal lavoro da un giorno all’altro. Lavoro che era la sua ragione di vita. Quello stesso lavoro per cui oggi il solo pensiero gli fa salire un nodo alla gola. Una famiglia da mandare avanti. Morale ed autostima sotto le scarpe.

E mentre lo ascoltavo scorgevo occhi tristi, a tratti carichi di lacrime che in qualche modo ricacciava indietro. L’asticella in questo momento era troppo alta o forse non la vedeva proprio.

Oppure penso a I. in un letto d’ospedale in una città che non è la sua. Quasi un mese ormai. Ho poche informazioni. Essenziali. Bastano per capire che l’asticella è ancora lì. Solo ad un livello più basso rispetto a prima. Perché adesso si deve ricominciare da capo. Ma l’asticella non l’ha tolta. Non perché “è giovane ed ha ancora tutta la vita davanti”. Perché ci crede.

S. divenuta madre da pochi mesi. Ora la sua asticella è puntata qualche tacca più in alto perché sa che farebbe qualunque cosa per la figlia. Anche andare oltre le proprie possibilità. Una madre ci riesce sempre.

M. che si prende giorni di permesso dal lavoro per seguire la madre ammalata, anche se non potrebbe, per far quadrare i conti a fine mese e non far mancare nulla ai figli. M. la cui asticella ha subito forti colpi in questi ultimi anni. Asticella che spesso e volentieri è caduta a terra, ed ogni volta ha trovato il coraggio di rimetterla al proprio posto e guardare oltre.

L. che finalmente sceglie di lasciare il posto di lavoro che la stava logorando. E così si imbarca in una nuova avventura, non meno complessa, sicuramente più gratificante. Un salto nella luce come dice lei. Un salto in alto, quello in cui sei così felice che oltrepassi l’asticella senza nemmeno sfiorarla.

Storie. Persone. Potrei continuare all’infinito. Perché tutti abbiamo la nostra personale asticella. Quella che segna passaggi di vita. Quella che fa vedere fin dove possiamo spingere le nostre possibilità. Quella che ci fa sentire piccoli ed insicuri. Quella che spinge a non mollare, a tentare ancora ed ancora. Perché anche se cade, non ci si deve mai dimenticare che l’asticella si può rimettere al proprio posto, una tacca più in basso, una più in alto. Non è questo che fa la differenza.

È la volontà di credere in se stessi a fare la differenza. È sapere che alla fine non ci sarà nessuna medaglia al collo da indossare e far vedere. Perché hai compreso cosa sei disposto ad andare a prendere. E l’asticella adesso, anche se sta ancora oscillando, è ancora lì al proprio posto.

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