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Crescere

Senza lavoro è uno schifo (e una frase motivazionale, non ci salverà)

Chi è disoccupato tende ad isolarsi, quando invece dovrebbe fare il contrario, parlarne, farsi aiutare. Però non è facile e bisogna dirlo. Slogan e frasi memorabili non risolvono la situazione.

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“Il mondo è pieno di persone di successo, alle quali era stato detto più e più volte che il loro sogno era impossibile… Scelsero di non ascoltare.”

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”

“Volere è potere”.

Le abbiamo sentite tutti, queste frasi motivazionali. Belle, anche vere, ma…
…ma quando hai perso il lavoro, sei stato licenziato e stai cercando senza trovare, allora sei solo arrabbiato, impaurito, ansioso e, sinceramente, ti viene facile persino sfancularle un po’, quelle persone che cercano di tirarti su il morale con frasi fatte e aria fritta.

Ci siamo passati in tanti

Qualche giorno fa ho incontrato una ragazza che avevo conosciuto a inizio anno, in un periodo di difficoltà, disoccupata ormai da diverso tempo. Avevo saputo (da LinkedIn) che era riuscita a trovare un nuovo impiego e, quando ci siamo visti, mi è parsa molto felice. Ma turbata: pochi giorni dopo aver cominciato nel suo nuovo ruolo, aveva ricevuto un’altra proposta di contratto molto interessante.

O niente o troppo, come si dice.
Aveva dentro quasi un senso di frustrazione, al pensiero di quanto aveva sofferto per troppo tempo, mentre ora si ritrovava col lusso di poter scegliere. È ingiusto.

Sentirla raccontare del suo periodo di disoccupazione, mi ha ricordato che una volta, diversi anni fa, anch’io mi ero ritrovato senza lavoro. Con mia sorpresa, mi sono reso conto che tutto ciò che diceva lei mi risuonava e, nonostante fosse passato del tempo, avevo ancora in chiaro come mi sentivo.

Come ci si sente?

Male. Quasi senza respiro. Non apprezzati. Impauriti.
A volte ti domandi se c’è qualcosa che non va in te, e a volte te la prendi con il mondo; altre volte sei troppo stanco e stufo anche solo per arrabbiarti. Vorresti solo dormire.

La delusione prende spesso le sembianze del sentimento di essere stati traditi, e questo riempie di dolore e di rabbia. Tuttavia sono le ricerche di lavoro ad essere la parte peggiore, per me: ogni annuncio che leggi ti sembra una possibilità, e questo accade molto presto, nel processo di disperazione che hai appena imboccato. Perché dopo alcune settimane che non trovi niente, incominci a dirti che puoi fare altro, molto altro, tutt’altro.

A dire la verità, è la vocina interna a dirti che “devi” fare altro: l’importante è lavorare. Ma poi ti fai prendere da un vortice di speranza infusa, di voglia di farne, di metterti in gioco, ma anche di pressioni sociali, che ti fanno credere veramente che puoi fare qualcosa di completamente diverso. E allora ti candidi anche per le posizioni più improbabili: dall’altra parte del mondo, in ambiti che non conosci, in ruoli più bassi o troppo alti, dei part-time che in ogni caso non ti darebbero abbastanza da vivere…

Sai che sei pieno di energie, di risorse, e ora hai anche del tempo libero: farai dei corsi, leggerai dei libri, ti costruirai una nuova professionalità. Tutto andrà bene.

La buona notizia è che molto probabilmente sì, ci vorrà del tempo, ma le cose andranno meglio.
La brutta notizia è che ce la stiamo un po’ raccontando: non ci sentiamo veramente speranzosi, bensì ci sforziamo ad esserlo.

Chi è stato disoccupato almeno una volta nella vita lo sa: anziché disperarsi, è meglio vedere il lato buono delle cose. E credo che sia un modo di fare positivo, tuttavia dobbiamo essere coscienti che si tratta di un meccanismo di difesa, quasi una negazione della realtà, che ci porta a interpretare la disoccupazione come un’opportunità e un periodo di crescita personale.

Il mantello dell’invisibilità

Poi arrivano i primi riscontri.
O meglio: l’assenza totale di riscontri, che ti riporta alla realtà.

All’inizio ti senti un po’ scombussolato, nel senso che se è la prima volta che sei disoccupato, ti è difficile credere che le aziende non rispondano alle candidature, che il tuo profilo perfetto per quel posto non sia stato considerato, o che nessuno ti ritorni il colpo di telefono che hai fatto per ottenere informazioni.

Poi inizi ad essere arrabbiato. Te la prendi coi recruiter, con il sistema, con LinkedIn, con il tuo curriculum europeo. In fondo non chiedi tanto: vuoi solo che qualcuno ti risponda. Anche un secco no, a questo punto, sarebbe un feedback (quasi) gradito.

È in questo momento che capisci che la disoccupazione ti rende invisibile.

Ai professionisti (o presupposti tali) della selezione, che non ti considerano.
Ai tuoi ex colleghi di lavoro, che tendono ad essere molto impegnati e se ti trovi con loro per un aperitivo parlano di lavoro e di cose che già non conosci più, come se in sei mesi l’azienda si fosse rinnovata, come se stava aspettando solo la tua partenza per diventare una cosa nuova.
Invisibile alla società: non puoi più prendere un’auto in leasing, non puoi più affittare un appartamento, neanche meno caro di quello che hai in questo momento.

Cosa fai nella vita?

E vogliamo parlare degli incontri con altre persone, che siano di networking ma anche gli incontri personali?
La prima domanda è sempre quella: cosa fai nella vita? Te la devi preparare bene la risposta, ma io me lo ricordo che non sapevo scegliere, non sapevo veramente mettere le parole su quella situazione nuova e scomoda e non voluta.

Sono disoccupato / Sto cercando lavoro / Mi sono preso una pausa / un sabbatico / del tempo per un viaggio in Perù / frequentare un master / ho lavorato molti in anni nell’ambito xxx e ora sto cercando qualcosa di diverso / in questo momento mi occupo dell’azienda di famiglia (quest’ultima suona per quello che è, una scusa, e proprio per questo, di solito, nessuno ti chiederà che cosa fai esattamente, nell’azienda di famiglia).

Quando il contatto è professionale, è possibile che non ci sarà scambio di biglietti da visita (sì, si usano ancora).

Quando il contatto è personale, è molto probabile che rimarrai single ancora per un po’. Almeno finché non troverai uno stage da qualche parte, sfidando le statistiche: in Italia, il tasso di disoccupazione è del 10% e tocca quasi 3 milioni di persone.

Il livello di disoccupazione giovanile è invece fuori controllo: 32% dei ragazzi sotto i 25 anni che non studiano non hanno neppure un lavoro, mentre a livello Europeo la media è del 15%.

Non aspettarti niente

Poi l’opportunità arriva, e spesso è vero quel che dice la saggezza popolare: arriva quando meno te lo aspetti. Vieni chiamato per un colloquio. È un passo importante, è la testa che esce dall’acqua, è il potenziale inizio di una vita normale.

Ho conosciuto un bravo professionista, qualche anno fa, che era disoccupato ma sembrava reticente a presentarsi in azienda da me. L’avevo chiamato per due colloqui, e in entrambi i casi aveva dato l’aria di essere molto preso, impegnato, come se dovesse organizzarsi per farmi l’onore di presentarsi.
Quando gli ho raccontato la mia impressione, chiaramente negativa, ha trovato il coraggio di ammettere che non aveva i soldi per pagarsi il biglietto del treno. Doveva sempre trovare una soluzione alternativa, come ad esempio chiedere a un amico di portarlo in macchina, o allora attendere che qualcuno gli prestasse i soldi necessari. Mi ero sentito un perfetto idiota, soprattutto perché c’ero passato anch’io, ma non ci avevo pensato.

Perché c’è anche questo, a un certo punto: i problemi finanziari.
Come se tutto questo non fosse già abbastanza per farti sentire un fallito.

Per questo motivo, dopo che hai ottenuto un agognato colloquio e ti sembra che sia andato bene, non vivi più: sei in stand-by.
Aspetti soltanto che il recruiter si faccia vivo. Controlli la posta decine di volte al giorno, ti fai telefonare per verificare che ci sia campo veramente (non si sa mai), e aspetti.

E aspetti.
E aspetti.

Il più delle volte, per scoprire che c’è qualcuno “con un’esperienza maggiore”, “che corrisponde meglio al profilo”, o qualcuno “di interno”. C’è sempre qualcuno migliore di te.

Alcune volte, invece, ti tocca chiamare a te, e ti senti come una malattia venerea al primo appuntamento: devi chiedere del recruiter, fartelo passare, farti filtrare, sentirti dire che non è ancora stata presa una decisione. I
In alcuni casi, non di rado, spariscono; in altri, temporeggiano; in altri ancora, scopri che c’era qualcuno di interno migliore di te, e questo già da settimane.

La pressione degli altri

Quel periodo di disoccupazione che ho vissuto, mi è costato una relazione di cinque anni.
Poi naturalmente la ragioni per cui un amore finisce sono sempre molteplici, ma personalmente ricordo bene le pressioni: “Parla a quell’amico di Pierre”, “Secondo me ti può aiutare, chiediglielo”, “Devi presentarti direttamente negli uffici, cosa ti costa, hai tempo”, “Sei sicuro che stai facendo abbastanza?”, “Magari dovresti ridimensionare le tue ambizioni”.

La possibilità di chiedere un sostegno finanziario a qualcuno (ad esempio al partner, o ai genitori) accentua in maniera esponenziale il sentimento di disagio quando si è sotto pressione per trovare lavoro.

Un vecchio studio degli anni 80, condotto in Inghilterra, aveva già messo in evidenza questo paradosso, sottolineando che persino il sostegno morale non finanziario, fatto di ascolto e di comprensione, poteva essere una fonte di stress, se accompagnato da consigli su cosa e come fare per uscire dalla disoccupazione.

Forse per questo chi è disoccupato tende ad isolarsi, a causa o come conseguenza di altri disturbi, di solito di natura psichica, come l’ansia, l’insonnia, gli attacchi di panico e, soprattutto, la depressione, che prima o poi si presentano alla porto di chi cerca lavoro senza trovarlo.

Come un lutto

Ci sono pochi studi sulla correlazione tra disoccupazione e depressione, mentre il fenomeno degli eventi traumatici e di come possa sfociare in uno stato depressivo è stato approfondito da molti ricercatori.

In Italia, partendo dalla famosa base della teoria del lutto, M. Cristina Migliore ha individuato delle fasi che caratterizzano i lavoratori che perdono il posto e ha descritto una curva emotivo-motivazionale definita curva Zeta:

Fase 1
Shock, negazione e liberazione: si vive il licenziamento come un’aggressione personale dalla quale non ci si può difendere. Si tende quindi a isolarsi, per difendersi dagli altri, dalle loro opinioni e dai loro giudizi. La rabbia che si sente è legata a un senso di impotenza che ci fa sentire esposti e vulnerabili rispetto alla dura realtà.

Fase 2
Un certo ottimismo: nonostante le preoccupazioni, non si patisce ancora la fame e si è convinti di possedere la necessaria esperienza per ritrovare un ricollocamento nel mondo lavoro. È in questa fase che avviene quello di cui parlavo poco fa a livello della ricerca di un nuovo impiego: si pensa di poter fare tutto e di fare anche molto altro.

Fase 3
Pessimismo e paralisi: il tempo passa e si comincia a rendersi conto che non è così facile trovare un nuovo impiego. Si perde la fiducia nelle proprie capacità, ci si sente inutili, inadeguati. L’umore comincia a risentirne.

Fase 4
Riflessioni e adattamento: si soffre per l’assenza di un’occupazione, ma si comincia ad impiegare il proprio tempo per fare altro, riempendo le proprie giornate di impegni. Ne ho conosciuti molti di disoccupati impegnati, che non hanno un minuto libero. Si rimane ancora molto vulnerabili, ma in generale l’umore va meglio perché si ha l’impressione di fare qualcosa di utile per se stessi (networking, formazioni, sport ecc).

Come uscirne?

Onestamente? Trovando un lavoro.
Per me ha funzionato così, anche se, per un certo periodo, mi sono portato dietro le ferite del periodo di disoccupazione. Quando ti sei candidato a più di 200 posizioni e nessuno ti ha chiamato per un colloquio, qualche dubbio sulle tue capacità ti viene e si annida in te, non lo fai sparire in 6 mesi di un lavoro nuovo. Io ero giovane all’epoca e devo dire che mi ha reso insicuro per diverso tempo sulla mia “impiegabilità”.

A prescindere dall’età, tuttavia, soprattutto quando il periodo di disoccupazione è molto lungo, ci sono buone probabilità di ritrovarsi in quella che viene definita “depressione situazionale”.
Per poterne uscire, bisogna comprenderne le cause oggettive ed elaborarle. Non tutti ci riescono da soli, e in questa fase sarebbe importante avere il sostegno di un coach o addirittura di uno psicologo.

La ricostruzione di sé ci può portare ad essere più solidi: l’esperienza negativa della disoccupazione può diventare un punto di partenza e di rinascita, di cambiamenti utili, a condizione di riuscire a riconsiderare ciò che si è vissuto (o si sta vivendo) in una prospettiva futura.

Purtroppo, è più facile lasciare che l’inerzia e la fatalità prevalgano, perché non sempre riusciamo a risollevarci a sufficienza per vedere il futuro all’orizzonte. Siamo disillusi, insoddisfatti e, fondamentalmente, depressi.

La speranza è l’ultima a morire

Conosco personalmente molte persone che hanno affrontato momenti difficili, senza impiego, senza sicurezza, senza soldi. Tutte queste persone hanno ritrovato un lavoro. Non sempre esattamente quello che cercavano, dove lo cercavano e al salario che avrebbero voluto, ma è servito loro per rimettersi in carreggiata.

Molti altri, come la ragazza che ho incontrato qualche giorno fa, hanno invece trovato un impiego che amano e anche ben pagato.

So personalmente cosa vuol dire ritrovarsi senza lavoro e depressi, per cui non è da me che sentirete la solita frase del genere “Fatti forza” o “Coraggio, le cose andranno bene”, o peggio: “Non deprimerti, guarda le cose in modo positivo”.

Ci sono momenti della vita in cui proprio no, non puoi vedere le cose in modo positivo. E proprio come da un lutto non si può decidere di uscire, non si può neanche fare il miracolo di abbandonare lo stato in cui ti porta la disoccupazione da un giorno all’altro.

Però possiamo scegliere di continuare a sperare, questo sì.
Io quando ero ormai quasi senza speranza ho avuto l’occasione che ha cambiato la mia vita. E come dicevamo prima: anche quella è arrivata del tutto inaspettata.

A partire da quel momento, ho avuto la possibilità di fare un lavoro che mi piaceva e di fare carriera. Al punto che, dopo 15 anni, ho avuto il lusso di scegliere volontariamente di lasciare un lavoro, per dedicarmi a un progetto personale.

Ogni storia è diversa, certo. Tuttavia, le persone che fanno il mio mestiere hanno avuto l’occasione di sentirne tante, di storie, e praticamente sono tutte a lieto fine. Non è un messaggio motivazionale, è solo un dato di fatto.

Quindi sì: le cose possono andare meglio.
E se tu che leggi sei in questa situazione, cerca solo di ricordartelo, e preparati a lasciarti sorprendere.
Le cose buone arrivano sempre all’improvviso, quando meno te lo aspetti.

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Dove chiedere aiuto e perché chiedere aiuto?

Non voglio continuare citando i dati, abbondanti, sull’importanza di chiedere aiuto e parlarne con qualcuno. Siamo esseri umani e se ti ritrovi in quanto scritto sai che a volte la soluzione proprio non si vede. Parlarne non risolve necessariamente il problema ma può essere un inizio o può comunque offrire sollievo. Il consiglio è di parlarne. Con chi ti è vicino. Con le persone che ti ispirano fiducia. O, se ti va, anche con me entrando in contatto su LinkedIn. 

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Crescere

Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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