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Crescere

Senza lavoro è uno schifo (e una frase motivazionale, non ci salverà)

Chi è disoccupato tende ad isolarsi, quando invece dovrebbe fare il contrario, parlarne, farsi aiutare. Però non è facile e bisogna dirlo. Slogan e frasi memorabili non risolvono la situazione.

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“Il mondo è pieno di persone di successo, alle quali era stato detto più e più volte che il loro sogno era impossibile… Scelsero di non ascoltare.”

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”

“Volere è potere”.

Le abbiamo sentite tutti, queste frasi motivazionali. Belle, anche vere, ma…
…ma quando hai perso il lavoro, sei stato licenziato e stai cercando senza trovare, allora sei solo arrabbiato, impaurito, ansioso e, sinceramente, ti viene facile persino sfancularle un po’, quelle persone che cercano di tirarti su il morale con frasi fatte e aria fritta.

Ci siamo passati in tanti

Qualche giorno fa ho incontrato una ragazza che avevo conosciuto a inizio anno, in un periodo di difficoltà, disoccupata ormai da diverso tempo. Avevo saputo (da LinkedIn) che era riuscita a trovare un nuovo impiego e, quando ci siamo visti, mi è parsa molto felice. Ma turbata: pochi giorni dopo aver cominciato nel suo nuovo ruolo, aveva ricevuto un’altra proposta di contratto molto interessante.

O niente o troppo, come si dice.
Aveva dentro quasi un senso di frustrazione, al pensiero di quanto aveva sofferto per troppo tempo, mentre ora si ritrovava col lusso di poter scegliere. È ingiusto.

Sentirla raccontare del suo periodo di disoccupazione, mi ha ricordato che una volta, diversi anni fa, anch’io mi ero ritrovato senza lavoro. Con mia sorpresa, mi sono reso conto che tutto ciò che diceva lei mi risuonava e, nonostante fosse passato del tempo, avevo ancora in chiaro come mi sentivo.

Come ci si sente?

Male. Quasi senza respiro. Non apprezzati. Impauriti.
A volte ti domandi se c’è qualcosa che non va in te, e a volte te la prendi con il mondo; altre volte sei troppo stanco e stufo anche solo per arrabbiarti. Vorresti solo dormire.

La delusione prende spesso le sembianze del sentimento di essere stati traditi, e questo riempie di dolore e di rabbia. Tuttavia sono le ricerche di lavoro ad essere la parte peggiore, per me: ogni annuncio che leggi ti sembra una possibilità, e questo accade molto presto, nel processo di disperazione che hai appena imboccato. Perché dopo alcune settimane che non trovi niente, incominci a dirti che puoi fare altro, molto altro, tutt’altro.

A dire la verità, è la vocina interna a dirti che “devi” fare altro: l’importante è lavorare. Ma poi ti fai prendere da un vortice di speranza infusa, di voglia di farne, di metterti in gioco, ma anche di pressioni sociali, che ti fanno credere veramente che puoi fare qualcosa di completamente diverso. E allora ti candidi anche per le posizioni più improbabili: dall’altra parte del mondo, in ambiti che non conosci, in ruoli più bassi o troppo alti, dei part-time che in ogni caso non ti darebbero abbastanza da vivere…

Sai che sei pieno di energie, di risorse, e ora hai anche del tempo libero: farai dei corsi, leggerai dei libri, ti costruirai una nuova professionalità. Tutto andrà bene.

La buona notizia è che molto probabilmente sì, ci vorrà del tempo, ma le cose andranno meglio.
La brutta notizia è che ce la stiamo un po’ raccontando: non ci sentiamo veramente speranzosi, bensì ci sforziamo ad esserlo.

Chi è stato disoccupato almeno una volta nella vita lo sa: anziché disperarsi, è meglio vedere il lato buono delle cose. E credo che sia un modo di fare positivo, tuttavia dobbiamo essere coscienti che si tratta di un meccanismo di difesa, quasi una negazione della realtà, che ci porta a interpretare la disoccupazione come un’opportunità e un periodo di crescita personale.

Il mantello dell’invisibilità

Poi arrivano i primi riscontri.
O meglio: l’assenza totale di riscontri, che ti riporta alla realtà.

All’inizio ti senti un po’ scombussolato, nel senso che se è la prima volta che sei disoccupato, ti è difficile credere che le aziende non rispondano alle candidature, che il tuo profilo perfetto per quel posto non sia stato considerato, o che nessuno ti ritorni il colpo di telefono che hai fatto per ottenere informazioni.

Poi inizi ad essere arrabbiato. Te la prendi coi recruiter, con il sistema, con LinkedIn, con il tuo curriculum europeo. In fondo non chiedi tanto: vuoi solo che qualcuno ti risponda. Anche un secco no, a questo punto, sarebbe un feedback (quasi) gradito.

È in questo momento che capisci che la disoccupazione ti rende invisibile.

Ai professionisti (o presupposti tali) della selezione, che non ti considerano.
Ai tuoi ex colleghi di lavoro, che tendono ad essere molto impegnati e se ti trovi con loro per un aperitivo parlano di lavoro e di cose che già non conosci più, come se in sei mesi l’azienda si fosse rinnovata, come se stava aspettando solo la tua partenza per diventare una cosa nuova.
Invisibile alla società: non puoi più prendere un’auto in leasing, non puoi più affittare un appartamento, neanche meno caro di quello che hai in questo momento.

Cosa fai nella vita?

E vogliamo parlare degli incontri con altre persone, che siano di networking ma anche gli incontri personali?
La prima domanda è sempre quella: cosa fai nella vita? Te la devi preparare bene la risposta, ma io me lo ricordo che non sapevo scegliere, non sapevo veramente mettere le parole su quella situazione nuova e scomoda e non voluta.

Sono disoccupato / Sto cercando lavoro / Mi sono preso una pausa / un sabbatico / del tempo per un viaggio in Perù / frequentare un master / ho lavorato molti in anni nell’ambito xxx e ora sto cercando qualcosa di diverso / in questo momento mi occupo dell’azienda di famiglia (quest’ultima suona per quello che è, una scusa, e proprio per questo, di solito, nessuno ti chiederà che cosa fai esattamente, nell’azienda di famiglia).

Quando il contatto è professionale, è possibile che non ci sarà scambio di biglietti da visita (sì, si usano ancora).

Quando il contatto è personale, è molto probabile che rimarrai single ancora per un po’. Almeno finché non troverai uno stage da qualche parte, sfidando le statistiche: in Italia, il tasso di disoccupazione è del 10% e tocca quasi 3 milioni di persone.

Il livello di disoccupazione giovanile è invece fuori controllo: 32% dei ragazzi sotto i 25 anni che non studiano non hanno neppure un lavoro, mentre a livello Europeo la media è del 15%.

Non aspettarti niente

Poi l’opportunità arriva, e spesso è vero quel che dice la saggezza popolare: arriva quando meno te lo aspetti. Vieni chiamato per un colloquio. È un passo importante, è la testa che esce dall’acqua, è il potenziale inizio di una vita normale.

Ho conosciuto un bravo professionista, qualche anno fa, che era disoccupato ma sembrava reticente a presentarsi in azienda da me. L’avevo chiamato per due colloqui, e in entrambi i casi aveva dato l’aria di essere molto preso, impegnato, come se dovesse organizzarsi per farmi l’onore di presentarsi.
Quando gli ho raccontato la mia impressione, chiaramente negativa, ha trovato il coraggio di ammettere che non aveva i soldi per pagarsi il biglietto del treno. Doveva sempre trovare una soluzione alternativa, come ad esempio chiedere a un amico di portarlo in macchina, o allora attendere che qualcuno gli prestasse i soldi necessari. Mi ero sentito un perfetto idiota, soprattutto perché c’ero passato anch’io, ma non ci avevo pensato.

Perché c’è anche questo, a un certo punto: i problemi finanziari.
Come se tutto questo non fosse già abbastanza per farti sentire un fallito.

Per questo motivo, dopo che hai ottenuto un agognato colloquio e ti sembra che sia andato bene, non vivi più: sei in stand-by.
Aspetti soltanto che il recruiter si faccia vivo. Controlli la posta decine di volte al giorno, ti fai telefonare per verificare che ci sia campo veramente (non si sa mai), e aspetti.

E aspetti.
E aspetti.

Il più delle volte, per scoprire che c’è qualcuno “con un’esperienza maggiore”, “che corrisponde meglio al profilo”, o qualcuno “di interno”. C’è sempre qualcuno migliore di te.

Alcune volte, invece, ti tocca chiamare a te, e ti senti come una malattia venerea al primo appuntamento: devi chiedere del recruiter, fartelo passare, farti filtrare, sentirti dire che non è ancora stata presa una decisione. I
In alcuni casi, non di rado, spariscono; in altri, temporeggiano; in altri ancora, scopri che c’era qualcuno di interno migliore di te, e questo già da settimane.

La pressione degli altri

Quel periodo di disoccupazione che ho vissuto, mi è costato una relazione di cinque anni.
Poi naturalmente la ragioni per cui un amore finisce sono sempre molteplici, ma personalmente ricordo bene le pressioni: “Parla a quell’amico di Pierre”, “Secondo me ti può aiutare, chiediglielo”, “Devi presentarti direttamente negli uffici, cosa ti costa, hai tempo”, “Sei sicuro che stai facendo abbastanza?”, “Magari dovresti ridimensionare le tue ambizioni”.

La possibilità di chiedere un sostegno finanziario a qualcuno (ad esempio al partner, o ai genitori) accentua in maniera esponenziale il sentimento di disagio quando si è sotto pressione per trovare lavoro.

Un vecchio studio degli anni 80, condotto in Inghilterra, aveva già messo in evidenza questo paradosso, sottolineando che persino il sostegno morale non finanziario, fatto di ascolto e di comprensione, poteva essere una fonte di stress, se accompagnato da consigli su cosa e come fare per uscire dalla disoccupazione.

Forse per questo chi è disoccupato tende ad isolarsi, a causa o come conseguenza di altri disturbi, di solito di natura psichica, come l’ansia, l’insonnia, gli attacchi di panico e, soprattutto, la depressione, che prima o poi si presentano alla porto di chi cerca lavoro senza trovarlo.

Come un lutto

Ci sono pochi studi sulla correlazione tra disoccupazione e depressione, mentre il fenomeno degli eventi traumatici e di come possa sfociare in uno stato depressivo è stato approfondito da molti ricercatori.

In Italia, partendo dalla famosa base della teoria del lutto, M. Cristina Migliore ha individuato delle fasi che caratterizzano i lavoratori che perdono il posto e ha descritto una curva emotivo-motivazionale definita curva Zeta:

Fase 1
Shock, negazione e liberazione: si vive il licenziamento come un’aggressione personale dalla quale non ci si può difendere. Si tende quindi a isolarsi, per difendersi dagli altri, dalle loro opinioni e dai loro giudizi. La rabbia che si sente è legata a un senso di impotenza che ci fa sentire esposti e vulnerabili rispetto alla dura realtà.

Fase 2
Un certo ottimismo: nonostante le preoccupazioni, non si patisce ancora la fame e si è convinti di possedere la necessaria esperienza per ritrovare un ricollocamento nel mondo lavoro. È in questa fase che avviene quello di cui parlavo poco fa a livello della ricerca di un nuovo impiego: si pensa di poter fare tutto e di fare anche molto altro.

Fase 3
Pessimismo e paralisi: il tempo passa e si comincia a rendersi conto che non è così facile trovare un nuovo impiego. Si perde la fiducia nelle proprie capacità, ci si sente inutili, inadeguati. L’umore comincia a risentirne.

Fase 4
Riflessioni e adattamento: si soffre per l’assenza di un’occupazione, ma si comincia ad impiegare il proprio tempo per fare altro, riempendo le proprie giornate di impegni. Ne ho conosciuti molti di disoccupati impegnati, che non hanno un minuto libero. Si rimane ancora molto vulnerabili, ma in generale l’umore va meglio perché si ha l’impressione di fare qualcosa di utile per se stessi (networking, formazioni, sport ecc).

Come uscirne?

Onestamente? Trovando un lavoro.
Per me ha funzionato così, anche se, per un certo periodo, mi sono portato dietro le ferite del periodo di disoccupazione. Quando ti sei candidato a più di 200 posizioni e nessuno ti ha chiamato per un colloquio, qualche dubbio sulle tue capacità ti viene e si annida in te, non lo fai sparire in 6 mesi di un lavoro nuovo. Io ero giovane all’epoca e devo dire che mi ha reso insicuro per diverso tempo sulla mia “impiegabilità”.

A prescindere dall’età, tuttavia, soprattutto quando il periodo di disoccupazione è molto lungo, ci sono buone probabilità di ritrovarsi in quella che viene definita “depressione situazionale”.
Per poterne uscire, bisogna comprenderne le cause oggettive ed elaborarle. Non tutti ci riescono da soli, e in questa fase sarebbe importante avere il sostegno di un coach o addirittura di uno psicologo.

La ricostruzione di sé ci può portare ad essere più solidi: l’esperienza negativa della disoccupazione può diventare un punto di partenza e di rinascita, di cambiamenti utili, a condizione di riuscire a riconsiderare ciò che si è vissuto (o si sta vivendo) in una prospettiva futura.

Purtroppo, è più facile lasciare che l’inerzia e la fatalità prevalgano, perché non sempre riusciamo a risollevarci a sufficienza per vedere il futuro all’orizzonte. Siamo disillusi, insoddisfatti e, fondamentalmente, depressi.

La speranza è l’ultima a morire

Conosco personalmente molte persone che hanno affrontato momenti difficili, senza impiego, senza sicurezza, senza soldi. Tutte queste persone hanno ritrovato un lavoro. Non sempre esattamente quello che cercavano, dove lo cercavano e al salario che avrebbero voluto, ma è servito loro per rimettersi in carreggiata.

Molti altri, come la ragazza che ho incontrato qualche giorno fa, hanno invece trovato un impiego che amano e anche ben pagato.

So personalmente cosa vuol dire ritrovarsi senza lavoro e depressi, per cui non è da me che sentirete la solita frase del genere “Fatti forza” o “Coraggio, le cose andranno bene”, o peggio: “Non deprimerti, guarda le cose in modo positivo”.

Ci sono momenti della vita in cui proprio no, non puoi vedere le cose in modo positivo. E proprio come da un lutto non si può decidere di uscire, non si può neanche fare il miracolo di abbandonare lo stato in cui ti porta la disoccupazione da un giorno all’altro.

Però possiamo scegliere di continuare a sperare, questo sì.
Io quando ero ormai quasi senza speranza ho avuto l’occasione che ha cambiato la mia vita. E come dicevamo prima: anche quella è arrivata del tutto inaspettata.

A partire da quel momento, ho avuto la possibilità di fare un lavoro che mi piaceva e di fare carriera. Al punto che, dopo 15 anni, ho avuto il lusso di scegliere volontariamente di lasciare un lavoro, per dedicarmi a un progetto personale.

Ogni storia è diversa, certo. Tuttavia, le persone che fanno il mio mestiere hanno avuto l’occasione di sentirne tante, di storie, e praticamente sono tutte a lieto fine. Non è un messaggio motivazionale, è solo un dato di fatto.

Quindi sì: le cose possono andare meglio.
E se tu che leggi sei in questa situazione, cerca solo di ricordartelo, e preparati a lasciarti sorprendere.
Le cose buone arrivano sempre all’improvviso, quando meno te lo aspetti.

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Dove chiedere aiuto e perché chiedere aiuto?

Non voglio continuare citando i dati, abbondanti, sull’importanza di chiedere aiuto e parlarne con qualcuno. Siamo esseri umani e se ti ritrovi in quanto scritto sai che a volte la soluzione proprio non si vede. Parlarne non risolve necessariamente il problema ma può essere un inizio o può comunque offrire sollievo. Il consiglio è di parlarne. Con chi ti è vicino. Con le persone che ti ispirano fiducia. O, se ti va, anche con me entrando in contatto su LinkedIn. 

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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