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Si nasce o si diventa?

Ognuno di noi è la realizzazione incompleta e modificata di un progetto originario. Una delle versioni possibili di se stesso.

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Pochi giorni fa ho ascoltato un video su YouTube (ero in macchina!).
Umberto Galimberti e Giorgio Nardone presentavano le loro opere monumentali: il Nuovo Dizionario di Psicologia e il Dizionario Internazionale di Psicoterapia.
Ad un certo punto la conversazione è caduta sul tema Conosci te stesso e sono venute fuori le due impostazioni apparentemente inconciliabili di questi monumenti della psicologia moderna nazionale e internazionale.

Chi vuol conoscere guardi, o ancora meglio analizzi, dice Umberto Galimberti; chi vuole vedere impari ad agire o ancora meglio a costruire, suggerisce Giorgio Nardone.

Il dibattito tra analisti e costruttivisti è aperto: per i primi la premessa all’azione è l’analisi, per i secondi imparare ad agire è l’unica analisi possibile.

Si nasce o si diventa?

Accanto a questo dibattito ne esiste un altro, simile, che si domanda: si nasce o si diventa? Ossia, siamo quello che siamo (i nostri immodificabili geni, la nostra rigida anatomia) o siamo quello che diventiamo (le nostre azioni, le nostre abitudini)?

O se preferisci: siamo il nostro passato o siamo il nostro futuro? (avevo parlato di passato, presente e futuro proprio qui).

Mentre conosci te stesso, stai già cambiando

Se siamo quello che siamo, vale la pena osservarci e analizzarci.
Conosci te stesso è la premessa ad ogni azione.

Tuttavia, se siamo quello che diventiamo, osservarci e analizzarci è inutile. Conosci te stesso diventa una perdita di tempo! Il principio etico dovrebbe essere “Se vuoi vedere impara ad agire” (cfr. Heinz von Foerster)!

Sarai quello che farai e quello che non farai, quindi non perdere tempo ad analizzarti per quello che sei. Mentre cerchi di conoscerti, infatti, stai già cambiando.

Immutabili o mutabili

Da secoli, due ipotesi si fronteggiano riguardo alla vita e al vivere.

Secondo l’una noi siamo i nostri geni, una combinazione molecolare che si struttura al momento del concepimento e non può essere più modificata. Questo significa “si nasce”, ossia essere immutabili.

In accordo con l’altra, noi siamo le nostre azioni. Sono le esperienze che facciamo che ci scolpiscono. Possiamo cambiare costantemente, è sufficiente che cambiamo azioni. Questo significa “si diventa”, ossia essere mutabili.

Una terza possibilità: siamo una variazione sul tema

Da sempre tuttavia esiste una terza possibilità. La prima è si nasce, la seconda è si diventa, la terza è si nasce e poi si diventa. C’è un tema di fondo su cui fare variazioni infinite, un Rāga su cui improvvisare.

Tutti noi siamo provvisti di un patrimonio genetico. Una serie di combinazioni molecolari fisse e immutabili di DNA che si tradurranno in proteine, dal cui assemblaggio emergeremo noi, ognuno di noi. Tuttavia, la traduzione del DNA non è un processo autonomo, ma è influenzato dalle esperienze.
Un po’ come dire che ognuno di noi ha dentro di sé un progetto, inscritto in un manuale biologico (il DNA), un vero e proprio libro di carne (come il libro che tiene in mano la Papesse nei tarocchi di Marsiglia).

La lettura del progetto, tuttavia, ammette variazioni sul tema. La lettura che facciamo del nostro DNA è una lettura creativa, ci mettiamo del nostro! Alcune parti vengono saltate, altre modificate. Orientiamo il nostro processo di lettura in base alle esperienze che facciamo nella vita.
Un po’ come nelle lingue semitiche, tipicamente l’ebraico e l’arabo: le consonanti sono sempre esplicitate, ma le vocali no. Così, a molte parole si possono attribuire più significati, a dipendenza del contesto.

Ognuno di noi è la realizzazione incompleta e modificata di un progetto originario. Una delle versioni possibili di se stesso.

C’è anche qualche colpo di scena

A volte arrivano anche i colpi di scena. Sono cose apparentemente rare, ma solo apparentemente!

Qualcuno nasce privo di certe capacità: manca un gene o un pezzo di gene oppure due neuroni sono completamente separati, inconciliabili. Poi la vita lo pone in un contesto in cui quei neuroni risuonano costantemente assieme: i suoni di una lingua, i gesti di un mestiere.

La strada tra quei neuroni non c’è, quel gene non c’è, quella capacità non c’è. Eppure con il passare del tempo, l’esperienza crea la struttura. La connessione tra i neuroni appare, il gene che codifica per una data proteina spunta dal nulla.

Al progetto iniziale interpretato, si aggiungono dei pezzi.

Siamo l’interpretazione di un progetto

Che tu sia un analista o un costruttivista, sei sempre tu che costruisci te stesso.
Quando ti leggi, in realtà ti scrivi; quando ti agisci, in realtà ti plasmi.

Alla nascita tutti i nostri neuroni sono collegati tra loro e tutte le relazioni sono possibili. Tuttavia, quando tutto è possibile, nulla risalta. Ecco perché i neonati sono tutti uguali. Con il passare dei giorni, dei mesi, degli anni si accumulano esperienze ridondanti.
Alcune possibilità diventano certezze e altre possibilità diventano quasi impossibili. Diventiamo qualcuno che si distingue per le sue capacità e le sue incapacità, per ciò che fa e ciò che non fa.

E così, dopo tutte queste chiacchiere, torniamo ai nostri grandi maestri: Galimberti, maestro di analisi, e Nardone, maestro di costruzione. La differenza tra i due va sfumando. Basta mettersi in moto e presto la lettura e la scrittura di noi stessi si confondono.

Il lettore diventa scrittore e lo scrittore lettore; il progetto diventa il libro e il libro diventa il progetto.

Insomma, conosci te stesso a volte è un azione, a volte un risultato.

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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