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Crescere

Siamo troppo Grandi per farci dire di no. E per farci dare il permesso. Ora o mai più.

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Siamo nel periodo giusto per dare una svolta, anche la crisi ci sta dando una grossa mano. La differenza tra giusto e sbagliato è sempre più sottile, i tabù stanno cadendo uno dopo l’altro, le persone si stanno uniformando ed è il momento migliore per prendere un’altra direzione.

Non chiamiamola crisi

Parlo quasi ogni giorno con persone sulla cinquantina che mi raccontano come tutto sia maledettamente difficile. Quanto è triste aver perso il lavoro, ritrovarsi ai margini dopo una vita passata a pensare fosse tutto sicuro.
Li ascolto, cerco di comprenderli. D’altra parte però ogni tanto mi viene un pizzico di invidia anche nei loro confronti. Io non ce l’ho avuto un momento sicuro, uno in cui le cose sembravano poter essere facili.

Sono nato nel 84, mi sono perso il boom degli anni ’90, ho mosso i primi passi negli anni 2000 ed in un attimo era arrivata la crisi.
Anno dopo anno è diventata più grande, più forte e si è impossessata di quasi ogni settore. Sono cresciuto a pane e crisi ed ormai è forte il sospetto che stiamo parlando di qualcosa che non esiste.
Sono rimasto stregato la prima volta che l’ho letto, ha ragione Stefano Gangli quando disse, nel 2012:

un anno, due anni, adesso non c’è più la crisi. E’ un nuovo mercato.

Il nuovo mercato

Ecco è un nuovo mercato. Sicuramente più instabile e schizofrenico dei precedenti ma altrettanto bello se sappiamo guardarci dentro. Ci sono più possibilità che in passato, abbiamo mezzi per connetterci come mai nella storia.
Soprattutto il mondo on line ci ha regalato la cosa più importante e più bramata nella storia. Non la facilità di fare soldi, stronzate, ma la libertà di fare ciò che vogliamo e di provare a vivere la vita che vogliamo.

E’ finita l’era di chiedere se puoi parlare

Bill Gates nel 1996 aveva previsto tutto. Basta una connessione ed un pc, o uno smart phone, per raccontare la propria storia, dire la tua sul mondo e prevedere in che direzione stia andando.

Forse sembra tutto scontato ma è qualcosa senza precedenti. Non lo avrei scambiato con un posto fisso, con la sicurezza economica e con niente altro al mondo.

E’ più impattante persino del diritto di voto, ed in fondo sia in Italia che con le ultime elezioni americane, dovrebbe essere chiaro come anche queste dinamiche siano cambiate.
Una volta era come diceva Arnold: “farsi il mazzo e sposare una Kennedy”. Oggi è ancora così ma lo è di meno e ci sono un sacco di altre alternative.

Se guardiamo ai nuovi fenomeni mediatici, pensiamo a Youtube, la maggior parte arrivano da una cucina e non hanno fatto alcun provino. Sui giornali adesso viene dato spazio a chi ha fatto qualcosa più che a quelli che hanno seguito un percorso prestabilito.
La Sacra Televisione è meno lontana di quanto fosse in passato; ho più possibilità di andarci (non che lo voglia fare) di quanto potessi immaginare 10 anni fa.

Ogni persona in qualunque parte del mondo se ha una storia da raccontare può farlo. Se ha un’idea può venderla.
Negli ultimi 3 anni ho lavorato in tutta Italia da uno stanzino ritagliato tra la cucina e la cameretta dei bambini, a Messina, in un paesino di Messina; economicamente parlando, in culo al mondo.
E c’è gente che sta andando alle Canarie, in Svizzera, ai Caraibi, sull’Himalaya perché gli gira così e va bene uguale.

Titoli? Che titoli?

Quando ho lasciato l’università a 3 esami dalla laurea mia madre, gli amici, mi hanno detto in coro che me ne sarei pentito. Avevano quasi ragione. Per un certo periodo sono stato a pensare quanto fossi stato coglione, poi è passata, è bastato guardarmi intorno.

Siamo nel miglior momento della storia per dire chi siamo e non cosa abbiamo studiato. Sinceramente dei titoli non frega più a nessuno.

(È chiaro che questa pagina non è rivolta a chi cerca lavori “tradizionali” vero?)

Vorrei avere qui accanto a me Gekko per dirlo forte: “I più di questi laureati di Harvard non valgono un cazzo. Serve gente povera, furba ed affamata.”
Affamata, avida direbbe lui, di vita e di cose grandi. Come disse anche Jobs.
Di fare ciò che vogliamo, di non accontentarsi, di non aspettare il nostro turno per parlare ma individuare solo le persone con cui parlare ed il momento giusto per farlo. Che è adesso.

Sbagliato? O è tardi?

Ed alla fine da capire c’è soltanto questo: è tardi? Bisognava pensarci prima? Sono troppo vecchio? Sono troppo giovane? Il mercato è saturo?

La vera rivoluzione è nella risposta: non sarà mai più troppo tardi.

Sono stato diversi anni guardandomi intorno e cercando la cosa giusta da fare, il mercato vergine o che ragionevolmente fosse praticabile.
Un po’ come mi avevano insegnato i consulenti nei miei primi anni imprenditoriali. Bocciavano sempre ogni mia idea e mi dicevano “bisogna fare ciò che ancora non c’è”.

Un tizio un giorno uscì una cartina della città dalla borsa e mi fece vedere che in un raggio di 30 km non c’era un solo asilo. “Questa è una grande idea!” mi disse.
Io feci una faccia a punto interrogativo, che stava anche per “e che cazzo ne so io di asili?” Lui se ne andò come quello che gli avevano offeso la mamma.
E’ una storia vera e che mi fa ridere ancora oggi ma la cosa buffa è che in giro ci sono ancora persone che predicano cose di questo tipo. Analizza il mercato, vedi se ci sono gli spazi, che competitor ci sono, bla, bla, bla.

La verità oggi è che abbiamo un sacco di tutto e quasi tutto è saturo ma c’è sempre spazio per le grandi idee e le grandi storie.

Dal 1800 non si sarebbero dovuti scrivere più libri, ne avevamo a sufficienza di buoni per camparci 30 generazioni eppure ogni giorno esce qualcosa di nuovo e ci sono persone che se ne innamorano.
Anche io ogni tanto penso che se avessi iniziato prima mi sarei beccato l’era d’oro dei blog ed avrei fatto un sacco di soldi ma questo non significa che non averlo fatto nel momento migliore debba significare non farlo per sempre.

Come dice un proverbio cinese “Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; Il secondo momento migliore è adesso perché prima lo pianti e prima cresce.”

Anche l’età non è più la stessa cosa. Di sicuro non è un limite.
Ci sono ragazzini di 11 o 12 anni che tengono dirette con milioni di persone; è anche vero però che un sacco di “vecchietti” hanno da dire ancora un sacco di cose interessanti ed un sacco di persone li stanno a sentire e pagano per poterci essere.
Credo che mai come oggi si stia riscoprendo l’importanza dei km percorsi (Indiana Jones!).

Se hai una storia da raccontare è bene, se ne hai di più, molte di più, è il tuo momento.

Fare la cosa sbagliata e nel momento sbagliato? E’ la ricetta vincente.

Che poi sfidare lo status quo, fare una cosa che gli altri pensavano impossibile o farla nel momento in cui gli altri non ne avrebbero il coraggio è ciò che più somiglia alla ricetta del successo.
Quello che le persone amano è proprio la follia, il coraggio di chi ci prova.

Un mio giovane amico di 50 anni ha perso il lavoro e si è messo a scrivere un libro. Gli ho detto di raccontarlo. Non è tanto il contenuto del libro ma è la sua storia che è vincente.

Ci pensiamo poco ma le storie che amiamo, i personaggi dei film che ci hanno fatto innamorare hanno tutti questo in comune: qualcuno che diceva no, qualcuno che diceva “è tardi”, e loro che andavano avanti mettendoci il muso.
Che vinci o perdi non è importante. Alla gente piace chi ci prova.

In fondo gli eroi, dei quali abbiamo bisogno, sono persone che fanno ciò che vorremmo fare o che ci mostrano che non siamo gli unici folli in questo mondo.

Basta aspettare che qualcuno ci scelga. Basta chiedere il permesso ed aspettare che ce lo danno.

Siamo troppo Grandi. La passione, il cuore, le sconfitte, le debolezze ci rendono grandi, grandiosi.
E’ triste continuare a pensare che debbano dirci gli altri cosa fare, se lo possiamo fare, se lo sappiamo fare, se ne vale la pena.
Come ha scritto Seth Godin nel 2011, bisogna rifiutare la tirannia di essere scelti.

C’è solo bisogno di scegliere noi stessi, di crederci, e di fare.
Non c’è provare. Non c’è aspettare.
E’ il miglior momento per raccontare la tua storia e soprattutto per viverla.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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