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Crescere

Sopportiamo, ci accontentiamo, fingiamo. E poi cambiamo

C’è un punto preciso in cui tutto cambia davvero. Prima ancora che qualcosa di concreto succeda. È il momento in cui senti di aver superato il limite. Dici basta. E cambi.

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C’è un punto preciso in cui tutto cambia davvero.

Quest’estate ho fatto un sogno, uno di quelli ricorrenti. Non so se anche tu ne hai, ma io ho un paio di sogni che ho fatto più volte. Negli anni ho imparato a farci caso, a vedere cosa stava succedendo nella mia vita in quel periodo.

Questo sogno in particolare, non è mai identico, ma sempre molto simile e soprattutto forte e vivido, di quelli che ti segnano per qualche giorno. Ricordo perfettamente dove ero quando mi sono svegliata quella mattina: ero al mare, durante le vacanze, ed ero in un momento molto tranquillo e rilassato.

Eppure, quel sogno mi ha parecchio agitata; sì, perché la volta precedente che lo avevo fatto, è stato uno dei periodi più difficili della mia vita, anche se me ne accorsi dopo qualche mese. Ricordo perfettamente, che dopo quel sogno, nel giro di pochi mesi avevo interrotto una relazione, avevo cambiato casa, città e lavoro. Sì, tutto insieme.

Ci misi un po’ per capire dove ero e come mi chiamavo in quel senso di confusione e smarrimento, ma ricordo che quel sogno mi aveva così tanto segnata che andai a cercare, come faccio spesso, il suo significato. Mettendo insieme diverse teorie e interpretazioni, quello che trovavo aveva in comune una parola soltanto, scritta tutta maiuscola a caratteri cubitali, forse per far capire l’entità e la forza che avrebbe portato con sé. Tutte le varie fonti dicevano che il sogno presagiva GRANDI CAMBIAMENTI.

Con il senno di poi ovviamente ho confermato quello che avevo letto in quelle interpretazioni, e la vita mi ha riproposto quel sogno altre volte e tutte le volte nella mia vita sono cambiate parecchie cose.

Quando quest’estate mi sono svegliata dopo quel brutto sogno, ricordo perfettamente di aver pensato “ok, cosa cambierà questa volta nella mia vita?”.
Lì per lì non è cambiato niente, in apparenza, ma la vita è incredibile proprio perché prima che un evento accada, c’è una lunga fase di preparazione invisibile, che avviene dentro e intorno a noi. Così mi sono messa semplicemente in ascolto, ho iniziato a osservare quello che succedeva dentro e fuori di me.

Lì mi sono accorta che piano piano qualcosa si stava già muovendo dentro di me: ogni tanto venivano a farmi visita sensazioni spiacevoli, pensieri negativi rispetto a qualche situazione e, soprattutto, cresceva piano piano la sensazione di fastidio rispetto ad alcune cose che già si prospettavano come poco rosee.

Quello che è successo dopo è stato osservare che tutte queste sensazioni crescevano in me, nella testa e nella pancia. Il sogno non era il punto, era stato solo un segnale per iniziare a portare attenzione a me, mi aveva ricordato di stare in guardia.

In realtà quello che è successo è che mi sono accorta che il cambiamento ha un processo ben specifico, e che molto spesso lo ignoriamo finché non arriviamo a non poterne più della situazione in cui ci troviamo.

Nel mio caso i pensieri si sono fatti più cupi, le preoccupazioni più grandi, le sensazioni di fastidio e di insofferenza sempre più forti, finché ho riconosciuto un punto preciso in cui il cambiamento avviene.

Ho sempre pensato che quel punto fosse quel momento in cui decidi che vuoi cambiare e che ti poni un nuovo obiettivo; da lì in poi immaginavo iniziasse il cambiamento.

Invece mi sono accorta che all’inizio c’è una fase silenziosa e nascosta, in cui il cambiamento ha già iniziato a insinuarsi dentro di noi, come a metterci una pulce nell’orecchio per svegliarci dal sonno della quotidianità e dire “Ehi, guarda che forse non è tutto come continui a credere e vedere”.

Poi piano piano tutto diventa più visibile, iniziamo a farci caso, a notare delle sensazioni o situazioni che si ripetono e dopo qualche volta che si presentano, ci rendiamo conto che forse non sono frutto del caso. E’ come un crescendo, come un film che inizia lento per arrivare al punto cruciale della trama, come una musica prima di arrivare all’apice della sua forza.

Ecco, ho capito e ho sentito in modo molto chiaro e definito, che c’è un punto preciso in cui si arriva al culmine e scatta il click del cambiamento, succede davvero qualcosa.
E non lo so se quel punto ha un nome scientifico o se qualcuno lo ha mai studiato, ma quello è il “punto di non ritorno”.

Riconoscerlo è in realtà molto semplice, ed è diverso per ognuno di noi, perché ha a che fare con la nostra idea di limite. Ovvero il cambiamento fa davvero la scintilla e parte quando sentiamo dentro di noi una sensazione forte e chiara che dice “BASTA, COSI’ NON CE LA FACCIO PIU’”.

So che può sembrare molto empirico e poco verificabile, ma sono certa che anche a te sia capitato di provarlo, di arrivare fino a lì e, in quel preciso momento, sentire dentro un senso di liberazione enorme, solo per il fatto di averlo tirato fuori, averlo detto e averlo ammesso.

Da quel momento non vedrai subito risultati diversi, ma è sicuro che il processo del cambiamento è davvero iniziato.

Finché non arrivi a quel punto stai solo sopportando, stai allargando un po’ di più il tuo concetto di limite e di sopportazione. Ti dici che vorresti dimagrire, che vorresti andare a correre tutti i giorni, che vorresti svegliarti prima la mattina per fare mille cose prima di andare al lavoro. Ma la verità è che poi non fai nulla di tutto questo (e ti senti frustrata, giusto?).

Quando invece non ne puoi davvero più di una situazione, allora, in quel preciso momento, saresti disposta a fare qualsiasi cosa pur di cambiare. Ecco, quella forza io l’ho sentita in me e l’ho vista tante volte quando lavoro nei miei percorsi con donne che decidono di cambiare e vogliono riscoprirsi, ritrovare la passione in quello che fanno e tornare ad essere felici come non si sentono da tempo.

In quel momento sono forti, invincibili e sono davvero pronte a iniziare.
Esattamente come all’inizio il cambiamento non si vede ma inizia a mandarci dei segnali, allo stesso modo quando poi siamo pronte e iniziamo davvero a mettere azioni diverse nella nostra vita, magari lo scenario non cambia tutto e subito.

Questo non lo possiamo prevedere. In quel momento tu fai una richiesta ben precisa, emetti un’intenzione, e l’universo inizia a muoversi per realizzare quello che hai chiesto, inizia a venirti incontro. Solo che magari non lo fa nel modo in cui tu ti aspettavi, e quindi non lo noti.

A volte potresti anche scoraggiarti pensando che le cose stanno andando nella direzione opposta a quello che volevi. Invece questo è il momento di goderti il tuo spettacolo, di tenere gli occhi aperti ai mille segnali che ti si presentano ogni giorno per indicarti la strada da seguire. Ho visto persone ribaltare completamente situazioni anche molto difficili in pochissimo tempo, così come ho visto persone metterci parecchio tempo per riuscire a cambiare profondamente degli aspetti della loro vita.

Ma quel punto, quel momento in cui senti di aver superato il limite, è la chiave. Per ognuno, come ti dicevo prima, può essere molto diverso. Ha a che fare con quanto siamo abituati a pensare che sia normale non stare bene in certe situazioni, quanto pensiamo che sia così per tutti e, soprattutto quanto sentiamo di meritare qualcosa di diverso da quel dolore, da quel qualcosa che non ci appartiene più.

Non lo so se tu hai mai sentito chiaro dentro di te quel momento in cui dici “BASTA” e poi da lì tutto inizia a cambiare, ma so per certo che se vogliamo “qualcosa in più”, dobbiamo accettare il fatto che cambieremo ancora tante volte.

Coach certificata, Master PNL, Docente di Grafica e Creatività alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ma soprattutto Generatrice di Passioni, perché credo siano proprio le Passioni l’ingrediente fondamentale dei nostri Sogni, che spesso ci dimentichiamo di usare.

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Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Crescere

Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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