Connect with us

Crescere

Ti piace? Compralo…cioè pagalo

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

Pubblicato

il

In questi 33 anni ho incontrato un sacco di cose che volevo, che pensavo avrei voluto e dovuto comprare. Non è stato un percorso lineare ed anzi alcune idee sono state in contrasto con altre, con le precedenti o con quelle future, diciamo con ciò in cui credo oggi.

Avevo 26 anni quando ho incontrato Z.
Aveva una casa da sogno, pagata in contanti e strappata ad un prezzo stracciato. Era grande, e bella.
C’era un giardino di oltre 500 metri, tutto con l’erbetta, quella all’inglese come si vede nei film.
C’era uno scivolo, un’altalena, un barbecue, un forno a legna per la pizza.
E proprio accanto c’erano parcheggiate tre macchine che insieme valevano quasi mezzo milione di euro. Io di macchine non me ne intendo ma anche da ignorante immaginavo fossero belle, e per un attimo l’unica cosa che ho pensato è che mi sarebbe piaciuto guidarle.

Non è vero. Per un attimo, ma anche di più, ho pensato che volessi tutto, il pacchetto completo.
Sono stato Tony Montana quando in auto dice che vuole di più. E cosa? Voglio il mondo.

In un certo senso, il proseguo della storia, di quella giornata, è quasi la scena in cui Will Smith (in “la ricerca della felicità) dice al tizio con la Ferrari che si deve fare per avere una macchina di questo tipo. Quasi la stessa scena ma con epilogo diverso.

È il mercato, è la vita, Bellezza!

Il punto è questo: per le cose piccole (auto, case, vestiti, conti vergognosamente pieni, o decenti) ma anche per le Grandi, ci sono sempre tre costanti.

  1. C’è un prezzo.
  2. Puoi comprarle.
  3. Per comprarle devi pagarle, e dunque averne i soldi (o altro) ed essere disposto a darli via.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Gli anni successivi, per farla molto breve, sono stati un disastro.
Si è sempre trattato di scelte, di prezzi alti o di me che mi sentivo convinto sino a quando non arrivavo alla cassa e toccava pagare.
Me la sono presa con il mondo, a giro, come in quei giochi che si fanno dove ricevi una sberla, non sai da dove vieni, ed inizi a puntare il dito qui e lì senza un criterio.

Pensi lo schiaffo te lo abbia dato quello alto, perché era bello forte, ma non pensi quasi mai che se non giocavi a quel gioco, se non eri il pirla al centro, a quest’ora non avevi l’orecchio rosso come un peperone.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per esclusione

Poi c’è un altro aspetto della storia: spesso compriamo, e paghiamo, in base a quanti soldi abbiamo. O più frequentemente in base a quanto siamo disposti a pagare, a lasciare (la parola giusta sarebbe sacrificare – ma ne parlo dopo).

Come da ragazzi, almeno così è andata per me.

Ho scelto il liceo classico perché volevo studiare latino e greco…Ci credi?
Come può un ragazzo che non ha mai incontrato rosa/rosae o la r, una lettera che non si capisce perché somigli alla p, a volere così ardentemente studiare latino e greco?
No. La verità è che di sicuro non volevo fare matematica ed in quella scuola, al classico, si faceva giusto 3 ore alla settimana e dicevano la tenessero poco in considerazione.

Roba da ragazzi ma non solo. Succede nel lavoro, ogni giorno, anche quando iniziano a spuntare i primi capelli bianchi o quando ne hai la testa piena.

“Cosa fai?”

“Lavoro al call center per 500 euro al mese, lavoro 8 ore al giorno, è un lavoro che fa schifo…”
“E perché lo fai?”
“Ne ho bisogno.”

Ci credi?
Si, nessuno nega che tutti abbiamo bisogno di mangiare, e nessuno, non sarò di certo io, sto a sindacare che un lavoro faccia schifo a prescindere…però…
C’è un però.

Non dico sempre ma il 99% delle volte c’è che vuoi scansarti la matematica.
Non vuoi andare a bussare alle porte per vendere anche se statisticamente a farlo, non dico bene ma con un pizzico di costanza, ci guadagni facilmente il doppio.
E non vuoi di sicuro finire a servire la pizza ai tavoli anche se a conti fatti, con una media di 50 euro a sera, ti basterebbe lavorare solo 10 giorni.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per disponibilità

Mi sono comprato un paio di scarpe una decina giorni fa, non potevo partire con quelle vecchie. Sono entrato nel primo negozio disponibile, ho preso il modello che più era a portata di mano (con un occhio al costo).
Un paio di Adidas nere, fine serie, solo 37 euro. La taglia c’era.

“Come mi stanno?”
Mia moglie: “Benissimo.”
“Non mi piacciono”
“Allora giriamo”
“No, le prendo” e così ho un paio di scarpe nuove che non mi piacciono nella scarpiera, ai piedi invece ho quelle di sempre.

E nel lavoro, nella vita, non è forse uguale?
Si sceglie un lavoro perché “me lo hanno offerto”, si prende un cliente perché “almeno mi paga”, si sceglie un percorso (vorrei dire “Posizionamento”) perché è più facile da vendere e spiegare. Si decide di parlare di caxxate sul social perché non ho tempo … “dovrei mettermi a pensare…o peggio dire qualcosa di vero”

Disponibilità.
Di scelta, di tempo. Di coraggio. Ancora di soldi.

Poi ci si ritrova come me con le scarpe nuove nell’armadio. Solo che le tue scarpe si chiamano “un lavoro che fa schifo”, “un’immagine che non ti rappresenta”, “una vita che non sopporti”.
Aveva ragione Johann:

Siamo capaci di fare molti sacrifici nelle cose Grandi, ma raramente siamo capaci di sacrificare le piccole. (Goethe)

Il tempo, la carenza di scelte, non voler guardare davvero cosa offre il mondo, i soldi, pochi o molti, un sacco di cose…ci mettono in condizione di sacrificare GRANDI COSE per inseguirne di piccolissime.
Un lavoro che ci permette una macchina nuova, o bella, o semplicemente una macchina. E fa niente se quella macchina non conoscerà mai l’avventura, se non ci accompagnerai mai i tuoi bimbi a scuola o non ci farai una scampagnata.

Sacrifici

C’era un tizio che lo diceva sempre.
Stava lì per ore gettando le carte. Gli altri si azzuffavano, rilanciavano ad ogni piatto, ridevano o imprecavano ma almeno giocavano. Lui no.
Zitto e attento. Tutto il tempo.
Quando poi toccava a lui giocare, quasi sempre vinceva e vinceva piatti grossi.
Raccoglieva le chips (che erano soldi veri) dal tavolo, ed erano tanti tanti, e sorrideva quel tanto per dire la sua frase.
“Sacrifici”

In un certo senso, con tutto il paradosso di una parola così potente in bocca ad un giocatore di carte, aveva ragione.
Non c’è il sacrificio giusto, quello sbagliato, o quello perfetto.
C’è che tutto ha un prezzo, e non è una cattiva cosa, e che se vuoi comprare qualcosa…beh bisogna pagarla.

La realtà però è diversa

La gente adora i sacrifici del prossimo. Anzi si augura che il prossimo non abbia alcuna esitazione a compierli. (Ivy Compton-Burnett)

Torniamo a ciò che stavo dicendo, e che riguarda non solo me ma chiunque sta lottando in questo mondo ed in questa epoca.
Ognuno ha il lavoro e la vita che si merita.
Anzi no, mi correggo. Sarebbe ipocrita dirlo.

Ci sono persone che partono avanti ed altre indietro, e ci sono eventi (buoni o cattivissimi) che falsano l’arrivo.

Ma non è sufficiente per indossare i panni della vittima, aspettare che si sacrifichino gli altri, o che gli altri facciano qualcosa per te.
Gli altri? No, non sono cattivi ma è raro (ad eccezione di un padre/madre verso il figlio) che qualcuno ti possa volere più bene di quanto te ne vuoi tu.

La vita è un casino ma è semplice: c’è da capire cosa vuoi, quanto costa e comprarla cioè pagare.
“Pagare e sorridere” come diceva l’altro tizio.

Dai parliamo del tuo lavoro

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

Mi piacciono questo genere di risposte ed in un certo senso è ciò che le persone che fanno questo genere di domande si aspettano.
Però è la solita storia dell’iceberg.

Hai idea di cosa ci sia dietro?
Ieri un tizio (con il quale ci siamo chiariti) mi ha detto che tutto ciò che dico è bello e facile…a parole.

Quasi.
C’è tanto caffè dietro.
Ma anche molto altro.

Ho due figli a 33 anni e significa che mentre inseguivo “il sogno” (non ancora raggiunto) ho dovuto ingoiare rospi davvero grossi. Per tre anni ho lavorato con un pc del dopoguerra (altro che MAC) proprio sotto la cappa della cucina. Non ho una macchina da 5 anni (ne prendo una giusto il mese prossimo), non faccio vacanze in posti esotici, non vado in ferie quasi mai e sono ogni giorno qui a scrivere e “sbattermi”.
Avrei potuto fare scelte più ragionevoli, più redditizie ma ho scelto questa strada. Nel 2015 ho smesso di fare siti web anche se sembrava la cosa più facile e redditizia. Ho smesso di parlare di social anche se tira un sacco… Ho fatto un corso LinkedIn e poi ho deciso di non venderlo e darlo gratis (anche se vendeva parecchio) solo perché non mi rappresentava.
Da Gennaio 2017 sino a Maggio 2017 ho incassato 3000 euro (si tremila) e non perché non avessi richieste di lavoro ma perché sarebbero state “sbagliate”. Ho passato questi mesi parlando gratis con le persone, moltissime disoccupate e dunque gli ultimi dei potenziali clienti.

Voglio una medaglia? No, niente affatto.
Questi sono i miei sacrifici, non dico siano giusti, non dico siano accettabili per tutti, e soprattutto non dico che siano esattamente ciò che bisognava fare.
Però è il senso della vita e del lavoro.

Ti piace? Compralo e cioè pagalo.
Il punto è che le persone, molte, vogliono fare la maratona ma non amano (e non farebbero/fanno) allenarsi 4 ore al giorno o rispettare una dieta ferrea.

Le persone, molte, vorrebbero essere Zanardi ma con le gambe!

Purtroppo o per fortuna non è possibile.
La vita è questa: c’è un prezzo per ogni cosa, c’è da pagare tutto ciò che vuoi ottenere.

Se vogliamo è come il cartello con i quali i portatori di handicap si sono dovuti difendere: Vuoi il mio parcheggio? Prendi anche il resto…

La maggior parte di ciò che conta non richiede soldi ma qualcosa di più prezioso: sacrifici.
Come diceva il tizio che gettava le carte per ore intere.

Che poi c’è anche un’altra cosa che mi sembra di aver capito: non conta neanche il risultato.

Se un sacrificio è per voi una tristezza, non una gioia, non fatelo, non ne siete degni. (Romain Rolland)

Il sacrifico è slegato dai risultati e bisogna essere DEGNI per farlo. Se non metti davanti le cose importanti, se fai X perché è sicuro che arriva tot…allora non è un sacrificio. Non sei degno. Quello è uno scambio e sono bravi tutti.

Popper diceva che la vita è risolvere problemi ma è pur vero, forse più, che la vita è sacrifici ma soprattutto scegliersi i sacrifici.
Scegli un sacrificio per un valore vero, per uno scopo, per non rinnegarti.

Fedele come la notte con il giorno – ecco tutto.

Sacrifici in tempi di crisi – mai momento è stato più propizio

Ancora sul discorso sacrifici grandi e piccoli, di cose che contano e che sono effimere.
Ripeto sempre questa cosa: è il miglior momento della storia per fare qualcosa di grande, per scegliersi…ed anche per sacrificare tutto ciò che non ha così importanza.

La situazione pare un casino ma in realtà è molto semplice.
Che tu abbia una laurea, due lauree, tre master…che tu abbia 25 anni o 55…il lavoro “a costo zero” in giro non ti sta aspettando.
C’è da fare. C’è da scegliere.
C’è da scegliere cosa sacrificare.

La sicurezza economica, qualche cena al ristorante, l’auto figa o le vacanze tropicali?
O la fedeltà a te stesso?

Perché di questo si tratta: rinnegare se stessi è l’unico sacrificio che non ci possiamo permettere.
E questo è il miglior momento per ricordarlo, la crisi (quella troia!) ci ha dato una grossa mano.

La povertà diffusa, i problemi comuni, il mal comune non è mezzo gaudio ma ti aiuta.

Un tempo, sino a dieci/quindici anni fa diciamo, ci si scambiava pacche “e come stai” e “come è andato il tuo anno…”
Oggi ci si scambiano problemi. Il lavoro che non c’è, il figlio che è ancora a casa nonostante la laurea ed il master che è costato un occhio della testa.
Fare soldi è sempre più associato ad attività strane, che non avremmo previsto, che fanno giri enormi e poi ritornano quando non sembrava.

Non c’è da impazzire più di tanto: è il mercato bellezza!
C’è da investire sulle cose che contano: fare ciò che ti piace, essere chi davvero sei, stare con le persone alle quali vuoi bene, seguire la tua strada.

Non possiamo più permetterci di sacrificare Grandi cose, il nostro essere Grandi, per cose così piccole.

Insomma: cosa vuoi davvero?

Un lavoro che ti piace?
Una macchina da urlo?
Svegliarsi la mattina per vivere?
Vivere?
Stare con i tuoi bambini?
Giocare col tuo cane quando ti pare e piace?
Fare soldi a palate?
Essere Te?

Ti piace? Scegli. Compralo…cioè pagalo.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Pubblicato

il

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

Continua a leggere

Crescere

La felicità è roba da pazzi. Qui il più pazzo uomo della Thailandia spiega come fare

Jon Jandai, vive una vita spensierata in Thailandia mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono afflitti da debiti e aspettative. Il suo motto è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

Pubblicato

il

Se dovessi scegliere un aggettivo per definire la mia vita, farei un grande sforzo. Me ne vengono in mente almeno un paio e credo, avessi davvero l’esigenza di sceglierne solo uno, rimarrei bloccata per ore e ore. Se invece il compito fosse quello di trovare un aggettivo che non mi appartiene, che penso non definisca la mia vita… mi verrebbe facile.

Facile. Lo so, è un terribile gioco di parole ma l’aggettivo che non assocerei alla mia esistenza è “facile”. O i suoi sinonimi più diffusi, come ad esempio “semplice”.

E pensandoci, almeno per una volta, non mi sento affatto strana ma penso di essere in buona compagnia. Buona parte del pianeta è oggi alle prese con problemi grandi, alcuni nuovi, o anche semplici intoppi che rendono tutto tremendamente ingarbugliato.

Senza fare affidamento sulle statistiche, penso il rapporto con la nostra vita e i nostri problemi possa sintetizzarsi bene in ciò che diceva Socrate:

“Se tutti dovessimo mettere in un mucchio comune le nostre sfortune, e ognuno dovesse poi prenderne una parte uguale, i più sarebbero contenti di riprendersi la propria e andarsene.”

Tanta verità in questa frase. Nella prima parte c’è il racconto di un genere, quello umano, che è costantemente convinto di avere sempre più problemi, o più gravi, del vicino. Nella seconda parte della frase vi è invece la soluzione che nessun vuol vedere: i problemi ci sono, è naturale che ci siano ma basterebbe un pizzico di lucidità per comprendere che in fondo non va così male.

Trovare la felicità “al contrario” appare dunque la strada più sensata.

Il problema è che per quanto sensato possa essere, mettersi sulla strada della ricerca della felicità, o anche qualcosa di simile, è roba da pazzi. O roba che ti fa comportare da pazzo, almeno agli occhi della gente.

L’uomo più felice del pianeta è un pazzo

La Thailandia è un paese splendido, lo so per esperienza essendoci stata per circa quattro anni, più o meno continuamente. Un luogo dove la natura sembra più vicina, più vera. Un luogo dove, da un certo punto di vista, ti viene più semplice “andare piano”. D’altra parte, però non si può certo dire che la Thailandia sia un posto “facile”.

Poco equilibrio politico, specie di recente, un’economia che non riesce mai a decollare, problemi diffusi di sicurezza, carenze di infrastrutture, collegamenti e altre cose che noi occidentali diamo per scontate.

Eppure, mentre alcuni faticano a vivere una vita “normale”, è qui, in Thailandia che probabilmente vive l’uomo più felice del mondo. O il più pazzo.

Jon Jandai, l’autoproclamato agricoltore della “felicità” della parte settentrionale della Tailandia vive una vita spensierata nel villaggio mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono pesantemente gravati da debiti e aspettative. Il suo motto, divenuto celebre in un Ted visto da oltre 5 milioni di persone, è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

“C’è una cosa che vorrei dire a tutti voi: la vita è semplice. È semplice e divertente. Non l’ho sempre pensata così: quand’ero a Bangkok, pensavo che la vita fosse dura e molto complessa. Sono nato in un villaggio molto povero nel nord-est della Thailandia e quand’ero bambino tutto era facile e spontaneo. Poi arrivò la televisione e da quel momento le persone intorno a me cambiarono. Improvvisamente iniziarono a dirmi: tu sei povero, devi inseguire il successo nella vita. Devi andare a Bangkok per avere successo”.

Jon decide così di trasferirsi a Bangkok per cercare il successo di cui tutti parlavano per poi accorgersi che aveva bisogno di farsi alcune domande per capire cosa stesse combinando e perché le cose non giravano per il verso giusto. Ecco come ha risolto alcuni dei grandi problemi della vita.

  1. Se lavoro così tanto per una vita migliore, perchè la vita è così dura?

Deve esserci qualcosa di sbagliato perchè produco ogni giorno tante cose ma la qualità della mia vita diminuisce.

  1. Perchè devo stare a Bangkok?

Nel mio villaggio nessuno lavorava otto ore al giorno, si lavorava due ore al giorno per due mesi all’anno. Si piantava il riso per un mese e si raccoglieva il riso per un mese. Nei dieci mesi successivi ognuno si godeva il propio tempo libero. (…) La gente aveva un sacco di tempo libero una volta e così ognuno aveva tempo di stare solo con se stesso. E così aveva tempo di capirsi. E se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. 

  1. Perchè non tornare a vivere come vivevo da bambino?

Tornai a casa e ripresi a vivere come vivevo da bambino. Tornai a lavorare due mesi all’anno. Coltivai il riso e ne restava a sufficienza sia per sfamare la mia famiglia sia per essere venduto e così avere un reddito. Creai anche due laghetti e ci misi dei pesci, così potevo pescare tutto l’anno. Creai un orto dove coltivo diversi tipi di verdure e quelle in eccesso le rivendo.

  1. Perchè 30 anni di lavoro per poter comprare casa?

Mi resi conto che le persone più intelligenti di me studiavano e dovevano lavorare per 30 anni per poter acquistare una casa. Così la casa l’ho costruita personalmente. In tre mesi mi sono fatto la casa mentre un amico molto più intelligente di me ha acquistato una casa già pronta indebitandosi per 30 anni. Entrambi abbiamo una casa ma io ho 29 anni e 10 mesi di tempo libero più di lui.

  1. Perchè ho comprato un paio di pantaloni così costosi?

A Bangkok volevo vestirmi come una star del cinema. Così lavorai per un mese intero per potermi permettere un paio di jeans. Mi guardai allo specchio: un paio di pantaloni costosi non possono cambiarti la vita. Prima di comprarci qualcosa dovremmo chiederci: lo stiamo comprando perchè ci piace o perchè ci serve?

Bisogna essere pazzi per essere felici?

Il punto probabilmente è davvero che la vita è facile e semplice. Sicuramente più facile di come invece tendiamo a complicarla noi nelle nostre quotidianità frenetiche, veloci che se ti fermi sei perduto o sei finito.

Il problema è che si cresce con l’idea che la vita sia fatica, duro lavoro sempre e comunque. Ma il punto è che dobbiamo imparare a semplificare, ad eliminare, a stare insieme alle persone.

Siamo più disconnessi che connessi. Siamo più attaccati al denaro perchè senza non si può vivere, o almeno così pare.

E come conclude Jon durante il suo intervento al Tedx “per essere felici dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare la connessione con la terra, con le persone, con il nostro corpo e la nostra mente. Possiamo essere felici. La vita è facile”.

In fondo è vero che se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. E forse capisci anche che la felicità sta nelle cose semplici.

Continua a leggere

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi