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Crescere

Ti piace? Compralo…cioè pagalo

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

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In questi 33 anni ho incontrato un sacco di cose che volevo, che pensavo avrei voluto e dovuto comprare. Non è stato un percorso lineare ed anzi alcune idee sono state in contrasto con altre, con le precedenti o con quelle future, diciamo con ciò in cui credo oggi.

Avevo 26 anni quando ho incontrato Z.
Aveva una casa da sogno, pagata in contanti e strappata ad un prezzo stracciato. Era grande, e bella.
C’era un giardino di oltre 500 metri, tutto con l’erbetta, quella all’inglese come si vede nei film.
C’era uno scivolo, un’altalena, un barbecue, un forno a legna per la pizza.
E proprio accanto c’erano parcheggiate tre macchine che insieme valevano quasi mezzo milione di euro. Io di macchine non me ne intendo ma anche da ignorante immaginavo fossero belle, e per un attimo l’unica cosa che ho pensato è che mi sarebbe piaciuto guidarle.

Non è vero. Per un attimo, ma anche di più, ho pensato che volessi tutto, il pacchetto completo.
Sono stato Tony Montana quando in auto dice che vuole di più. E cosa? Voglio il mondo.

In un certo senso, il proseguo della storia, di quella giornata, è quasi la scena in cui Will Smith (in “la ricerca della felicità) dice al tizio con la Ferrari che si deve fare per avere una macchina di questo tipo. Quasi la stessa scena ma con epilogo diverso.

È il mercato, è la vita, Bellezza!

Il punto è questo: per le cose piccole (auto, case, vestiti, conti vergognosamente pieni, o decenti) ma anche per le Grandi, ci sono sempre tre costanti.

  1. C’è un prezzo.
  2. Puoi comprarle.
  3. Per comprarle devi pagarle, e dunque averne i soldi (o altro) ed essere disposto a darli via.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Gli anni successivi, per farla molto breve, sono stati un disastro.
Si è sempre trattato di scelte, di prezzi alti o di me che mi sentivo convinto sino a quando non arrivavo alla cassa e toccava pagare.
Me la sono presa con il mondo, a giro, come in quei giochi che si fanno dove ricevi una sberla, non sai da dove vieni, ed inizi a puntare il dito qui e lì senza un criterio.

Pensi lo schiaffo te lo abbia dato quello alto, perché era bello forte, ma non pensi quasi mai che se non giocavi a quel gioco, se non eri il pirla al centro, a quest’ora non avevi l’orecchio rosso come un peperone.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per esclusione

Poi c’è un altro aspetto della storia: spesso compriamo, e paghiamo, in base a quanti soldi abbiamo. O più frequentemente in base a quanto siamo disposti a pagare, a lasciare (la parola giusta sarebbe sacrificare – ma ne parlo dopo).

Come da ragazzi, almeno così è andata per me.

Ho scelto il liceo classico perché volevo studiare latino e greco…Ci credi?
Come può un ragazzo che non ha mai incontrato rosa/rosae o la r, una lettera che non si capisce perché somigli alla p, a volere così ardentemente studiare latino e greco?
No. La verità è che di sicuro non volevo fare matematica ed in quella scuola, al classico, si faceva giusto 3 ore alla settimana e dicevano la tenessero poco in considerazione.

Roba da ragazzi ma non solo. Succede nel lavoro, ogni giorno, anche quando iniziano a spuntare i primi capelli bianchi o quando ne hai la testa piena.

“Cosa fai?”

“Lavoro al call center per 500 euro al mese, lavoro 8 ore al giorno, è un lavoro che fa schifo…”
“E perché lo fai?”
“Ne ho bisogno.”

Ci credi?
Si, nessuno nega che tutti abbiamo bisogno di mangiare, e nessuno, non sarò di certo io, sto a sindacare che un lavoro faccia schifo a prescindere…però…
C’è un però.

Non dico sempre ma il 99% delle volte c’è che vuoi scansarti la matematica.
Non vuoi andare a bussare alle porte per vendere anche se statisticamente a farlo, non dico bene ma con un pizzico di costanza, ci guadagni facilmente il doppio.
E non vuoi di sicuro finire a servire la pizza ai tavoli anche se a conti fatti, con una media di 50 euro a sera, ti basterebbe lavorare solo 10 giorni.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per disponibilità

Mi sono comprato un paio di scarpe una decina giorni fa, non potevo partire con quelle vecchie. Sono entrato nel primo negozio disponibile, ho preso il modello che più era a portata di mano (con un occhio al costo).
Un paio di Adidas nere, fine serie, solo 37 euro. La taglia c’era.

“Come mi stanno?”
Mia moglie: “Benissimo.”
“Non mi piacciono”
“Allora giriamo”
“No, le prendo” e così ho un paio di scarpe nuove che non mi piacciono nella scarpiera, ai piedi invece ho quelle di sempre.

E nel lavoro, nella vita, non è forse uguale?
Si sceglie un lavoro perché “me lo hanno offerto”, si prende un cliente perché “almeno mi paga”, si sceglie un percorso (vorrei dire “Posizionamento”) perché è più facile da vendere e spiegare. Si decide di parlare di caxxate sul social perché non ho tempo … “dovrei mettermi a pensare…o peggio dire qualcosa di vero”

Disponibilità.
Di scelta, di tempo. Di coraggio. Ancora di soldi.

Poi ci si ritrova come me con le scarpe nuove nell’armadio. Solo che le tue scarpe si chiamano “un lavoro che fa schifo”, “un’immagine che non ti rappresenta”, “una vita che non sopporti”.
Aveva ragione Johann:

Siamo capaci di fare molti sacrifici nelle cose Grandi, ma raramente siamo capaci di sacrificare le piccole. (Goethe)

Il tempo, la carenza di scelte, non voler guardare davvero cosa offre il mondo, i soldi, pochi o molti, un sacco di cose…ci mettono in condizione di sacrificare GRANDI COSE per inseguirne di piccolissime.
Un lavoro che ci permette una macchina nuova, o bella, o semplicemente una macchina. E fa niente se quella macchina non conoscerà mai l’avventura, se non ci accompagnerai mai i tuoi bimbi a scuola o non ci farai una scampagnata.

Sacrifici

C’era un tizio che lo diceva sempre.
Stava lì per ore gettando le carte. Gli altri si azzuffavano, rilanciavano ad ogni piatto, ridevano o imprecavano ma almeno giocavano. Lui no.
Zitto e attento. Tutto il tempo.
Quando poi toccava a lui giocare, quasi sempre vinceva e vinceva piatti grossi.
Raccoglieva le chips (che erano soldi veri) dal tavolo, ed erano tanti tanti, e sorrideva quel tanto per dire la sua frase.
“Sacrifici”

In un certo senso, con tutto il paradosso di una parola così potente in bocca ad un giocatore di carte, aveva ragione.
Non c’è il sacrificio giusto, quello sbagliato, o quello perfetto.
C’è che tutto ha un prezzo, e non è una cattiva cosa, e che se vuoi comprare qualcosa…beh bisogna pagarla.

La realtà però è diversa

La gente adora i sacrifici del prossimo. Anzi si augura che il prossimo non abbia alcuna esitazione a compierli. (Ivy Compton-Burnett)

Torniamo a ciò che stavo dicendo, e che riguarda non solo me ma chiunque sta lottando in questo mondo ed in questa epoca.
Ognuno ha il lavoro e la vita che si merita.
Anzi no, mi correggo. Sarebbe ipocrita dirlo.

Ci sono persone che partono avanti ed altre indietro, e ci sono eventi (buoni o cattivissimi) che falsano l’arrivo.

Ma non è sufficiente per indossare i panni della vittima, aspettare che si sacrifichino gli altri, o che gli altri facciano qualcosa per te.
Gli altri? No, non sono cattivi ma è raro (ad eccezione di un padre/madre verso il figlio) che qualcuno ti possa volere più bene di quanto te ne vuoi tu.

La vita è un casino ma è semplice: c’è da capire cosa vuoi, quanto costa e comprarla cioè pagare.
“Pagare e sorridere” come diceva l’altro tizio.

Dai parliamo del tuo lavoro

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

Mi piacciono questo genere di risposte ed in un certo senso è ciò che le persone che fanno questo genere di domande si aspettano.
Però è la solita storia dell’iceberg.

Hai idea di cosa ci sia dietro?
Ieri un tizio (con il quale ci siamo chiariti) mi ha detto che tutto ciò che dico è bello e facile…a parole.

Quasi.
C’è tanto caffè dietro.
Ma anche molto altro.

Ho due figli a 33 anni e significa che mentre inseguivo “il sogno” (non ancora raggiunto) ho dovuto ingoiare rospi davvero grossi. Per tre anni ho lavorato con un pc del dopoguerra (altro che MAC) proprio sotto la cappa della cucina. Non ho una macchina da 5 anni (ne prendo una giusto il mese prossimo), non faccio vacanze in posti esotici, non vado in ferie quasi mai e sono ogni giorno qui a scrivere e “sbattermi”.
Avrei potuto fare scelte più ragionevoli, più redditizie ma ho scelto questa strada. Nel 2015 ho smesso di fare siti web anche se sembrava la cosa più facile e redditizia. Ho smesso di parlare di social anche se tira un sacco… Ho fatto un corso LinkedIn e poi ho deciso di non venderlo e darlo gratis (anche se vendeva parecchio) solo perché non mi rappresentava.
Da Gennaio 2017 sino a Maggio 2017 ho incassato 3000 euro (si tremila) e non perché non avessi richieste di lavoro ma perché sarebbero state “sbagliate”. Ho passato questi mesi parlando gratis con le persone, moltissime disoccupate e dunque gli ultimi dei potenziali clienti.

Voglio una medaglia? No, niente affatto.
Questi sono i miei sacrifici, non dico siano giusti, non dico siano accettabili per tutti, e soprattutto non dico che siano esattamente ciò che bisognava fare.
Però è il senso della vita e del lavoro.

Ti piace? Compralo e cioè pagalo.
Il punto è che le persone, molte, vogliono fare la maratona ma non amano (e non farebbero/fanno) allenarsi 4 ore al giorno o rispettare una dieta ferrea.

Le persone, molte, vorrebbero essere Zanardi ma con le gambe!

Purtroppo o per fortuna non è possibile.
La vita è questa: c’è un prezzo per ogni cosa, c’è da pagare tutto ciò che vuoi ottenere.

Se vogliamo è come il cartello con i quali i portatori di handicap si sono dovuti difendere: Vuoi il mio parcheggio? Prendi anche il resto…

La maggior parte di ciò che conta non richiede soldi ma qualcosa di più prezioso: sacrifici.
Come diceva il tizio che gettava le carte per ore intere.

Che poi c’è anche un’altra cosa che mi sembra di aver capito: non conta neanche il risultato.

Se un sacrificio è per voi una tristezza, non una gioia, non fatelo, non ne siete degni. (Romain Rolland)

Il sacrifico è slegato dai risultati e bisogna essere DEGNI per farlo. Se non metti davanti le cose importanti, se fai X perché è sicuro che arriva tot…allora non è un sacrificio. Non sei degno. Quello è uno scambio e sono bravi tutti.

Popper diceva che la vita è risolvere problemi ma è pur vero, forse più, che la vita è sacrifici ma soprattutto scegliersi i sacrifici.
Scegli un sacrificio per un valore vero, per uno scopo, per non rinnegarti.

Fedele come la notte con il giorno – ecco tutto.

Sacrifici in tempi di crisi – mai momento è stato più propizio

Ancora sul discorso sacrifici grandi e piccoli, di cose che contano e che sono effimere.
Ripeto sempre questa cosa: è il miglior momento della storia per fare qualcosa di grande, per scegliersi…ed anche per sacrificare tutto ciò che non ha così importanza.

La situazione pare un casino ma in realtà è molto semplice.
Che tu abbia una laurea, due lauree, tre master…che tu abbia 25 anni o 55…il lavoro “a costo zero” in giro non ti sta aspettando.
C’è da fare. C’è da scegliere.
C’è da scegliere cosa sacrificare.

La sicurezza economica, qualche cena al ristorante, l’auto figa o le vacanze tropicali?
O la fedeltà a te stesso?

Perché di questo si tratta: rinnegare se stessi è l’unico sacrificio che non ci possiamo permettere.
E questo è il miglior momento per ricordarlo, la crisi (quella troia!) ci ha dato una grossa mano.

La povertà diffusa, i problemi comuni, il mal comune non è mezzo gaudio ma ti aiuta.

Un tempo, sino a dieci/quindici anni fa diciamo, ci si scambiava pacche “e come stai” e “come è andato il tuo anno…”
Oggi ci si scambiano problemi. Il lavoro che non c’è, il figlio che è ancora a casa nonostante la laurea ed il master che è costato un occhio della testa.
Fare soldi è sempre più associato ad attività strane, che non avremmo previsto, che fanno giri enormi e poi ritornano quando non sembrava.

Non c’è da impazzire più di tanto: è il mercato bellezza!
C’è da investire sulle cose che contano: fare ciò che ti piace, essere chi davvero sei, stare con le persone alle quali vuoi bene, seguire la tua strada.

Non possiamo più permetterci di sacrificare Grandi cose, il nostro essere Grandi, per cose così piccole.

Insomma: cosa vuoi davvero?

Un lavoro che ti piace?
Una macchina da urlo?
Svegliarsi la mattina per vivere?
Vivere?
Stare con i tuoi bambini?
Giocare col tuo cane quando ti pare e piace?
Fare soldi a palate?
Essere Te?

Ti piace? Scegli. Compralo…cioè pagalo.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Crescere

Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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