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Crescere

Ti piace? Compralo…cioè pagalo

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

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In questi 33 anni ho incontrato un sacco di cose che volevo, che pensavo avrei voluto e dovuto comprare. Non è stato un percorso lineare ed anzi alcune idee sono state in contrasto con altre, con le precedenti o con quelle future, diciamo con ciò in cui credo oggi.

Avevo 26 anni quando ho incontrato Z.
Aveva una casa da sogno, pagata in contanti e strappata ad un prezzo stracciato. Era grande, e bella.
C’era un giardino di oltre 500 metri, tutto con l’erbetta, quella all’inglese come si vede nei film.
C’era uno scivolo, un’altalena, un barbecue, un forno a legna per la pizza.
E proprio accanto c’erano parcheggiate tre macchine che insieme valevano quasi mezzo milione di euro. Io di macchine non me ne intendo ma anche da ignorante immaginavo fossero belle, e per un attimo l’unica cosa che ho pensato è che mi sarebbe piaciuto guidarle.

Non è vero. Per un attimo, ma anche di più, ho pensato che volessi tutto, il pacchetto completo.
Sono stato Tony Montana quando in auto dice che vuole di più. E cosa? Voglio il mondo.

In un certo senso, il proseguo della storia, di quella giornata, è quasi la scena in cui Will Smith (in “la ricerca della felicità) dice al tizio con la Ferrari che si deve fare per avere una macchina di questo tipo. Quasi la stessa scena ma con epilogo diverso.

È il mercato, è la vita, Bellezza!

Il punto è questo: per le cose piccole (auto, case, vestiti, conti vergognosamente pieni, o decenti) ma anche per le Grandi, ci sono sempre tre costanti.

  1. C’è un prezzo.
  2. Puoi comprarle.
  3. Per comprarle devi pagarle, e dunque averne i soldi (o altro) ed essere disposto a darli via.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Gli anni successivi, per farla molto breve, sono stati un disastro.
Si è sempre trattato di scelte, di prezzi alti o di me che mi sentivo convinto sino a quando non arrivavo alla cassa e toccava pagare.
Me la sono presa con il mondo, a giro, come in quei giochi che si fanno dove ricevi una sberla, non sai da dove vieni, ed inizi a puntare il dito qui e lì senza un criterio.

Pensi lo schiaffo te lo abbia dato quello alto, perché era bello forte, ma non pensi quasi mai che se non giocavi a quel gioco, se non eri il pirla al centro, a quest’ora non avevi l’orecchio rosso come un peperone.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per esclusione

Poi c’è un altro aspetto della storia: spesso compriamo, e paghiamo, in base a quanti soldi abbiamo. O più frequentemente in base a quanto siamo disposti a pagare, a lasciare (la parola giusta sarebbe sacrificare – ma ne parlo dopo).

Come da ragazzi, almeno così è andata per me.

Ho scelto il liceo classico perché volevo studiare latino e greco…Ci credi?
Come può un ragazzo che non ha mai incontrato rosa/rosae o la r, una lettera che non si capisce perché somigli alla p, a volere così ardentemente studiare latino e greco?
No. La verità è che di sicuro non volevo fare matematica ed in quella scuola, al classico, si faceva giusto 3 ore alla settimana e dicevano la tenessero poco in considerazione.

Roba da ragazzi ma non solo. Succede nel lavoro, ogni giorno, anche quando iniziano a spuntare i primi capelli bianchi o quando ne hai la testa piena.

“Cosa fai?”

“Lavoro al call center per 500 euro al mese, lavoro 8 ore al giorno, è un lavoro che fa schifo…”
“E perché lo fai?”
“Ne ho bisogno.”

Ci credi?
Si, nessuno nega che tutti abbiamo bisogno di mangiare, e nessuno, non sarò di certo io, sto a sindacare che un lavoro faccia schifo a prescindere…però…
C’è un però.

Non dico sempre ma il 99% delle volte c’è che vuoi scansarti la matematica.
Non vuoi andare a bussare alle porte per vendere anche se statisticamente a farlo, non dico bene ma con un pizzico di costanza, ci guadagni facilmente il doppio.
E non vuoi di sicuro finire a servire la pizza ai tavoli anche se a conti fatti, con una media di 50 euro a sera, ti basterebbe lavorare solo 10 giorni.

Ti piace? Compralo…cioè pagalo.

Scegliere per disponibilità

Mi sono comprato un paio di scarpe una decina giorni fa, non potevo partire con quelle vecchie. Sono entrato nel primo negozio disponibile, ho preso il modello che più era a portata di mano (con un occhio al costo).
Un paio di Adidas nere, fine serie, solo 37 euro. La taglia c’era.

“Come mi stanno?”
Mia moglie: “Benissimo.”
“Non mi piacciono”
“Allora giriamo”
“No, le prendo” e così ho un paio di scarpe nuove che non mi piacciono nella scarpiera, ai piedi invece ho quelle di sempre.

E nel lavoro, nella vita, non è forse uguale?
Si sceglie un lavoro perché “me lo hanno offerto”, si prende un cliente perché “almeno mi paga”, si sceglie un percorso (vorrei dire “Posizionamento”) perché è più facile da vendere e spiegare. Si decide di parlare di caxxate sul social perché non ho tempo … “dovrei mettermi a pensare…o peggio dire qualcosa di vero”

Disponibilità.
Di scelta, di tempo. Di coraggio. Ancora di soldi.

Poi ci si ritrova come me con le scarpe nuove nell’armadio. Solo che le tue scarpe si chiamano “un lavoro che fa schifo”, “un’immagine che non ti rappresenta”, “una vita che non sopporti”.
Aveva ragione Johann:

Siamo capaci di fare molti sacrifici nelle cose Grandi, ma raramente siamo capaci di sacrificare le piccole. (Goethe)

Il tempo, la carenza di scelte, non voler guardare davvero cosa offre il mondo, i soldi, pochi o molti, un sacco di cose…ci mettono in condizione di sacrificare GRANDI COSE per inseguirne di piccolissime.
Un lavoro che ci permette una macchina nuova, o bella, o semplicemente una macchina. E fa niente se quella macchina non conoscerà mai l’avventura, se non ci accompagnerai mai i tuoi bimbi a scuola o non ci farai una scampagnata.

Sacrifici

C’era un tizio che lo diceva sempre.
Stava lì per ore gettando le carte. Gli altri si azzuffavano, rilanciavano ad ogni piatto, ridevano o imprecavano ma almeno giocavano. Lui no.
Zitto e attento. Tutto il tempo.
Quando poi toccava a lui giocare, quasi sempre vinceva e vinceva piatti grossi.
Raccoglieva le chips (che erano soldi veri) dal tavolo, ed erano tanti tanti, e sorrideva quel tanto per dire la sua frase.
“Sacrifici”

In un certo senso, con tutto il paradosso di una parola così potente in bocca ad un giocatore di carte, aveva ragione.
Non c’è il sacrificio giusto, quello sbagliato, o quello perfetto.
C’è che tutto ha un prezzo, e non è una cattiva cosa, e che se vuoi comprare qualcosa…beh bisogna pagarla.

La realtà però è diversa

La gente adora i sacrifici del prossimo. Anzi si augura che il prossimo non abbia alcuna esitazione a compierli. (Ivy Compton-Burnett)

Torniamo a ciò che stavo dicendo, e che riguarda non solo me ma chiunque sta lottando in questo mondo ed in questa epoca.
Ognuno ha il lavoro e la vita che si merita.
Anzi no, mi correggo. Sarebbe ipocrita dirlo.

Ci sono persone che partono avanti ed altre indietro, e ci sono eventi (buoni o cattivissimi) che falsano l’arrivo.

Ma non è sufficiente per indossare i panni della vittima, aspettare che si sacrifichino gli altri, o che gli altri facciano qualcosa per te.
Gli altri? No, non sono cattivi ma è raro (ad eccezione di un padre/madre verso il figlio) che qualcuno ti possa volere più bene di quanto te ne vuoi tu.

La vita è un casino ma è semplice: c’è da capire cosa vuoi, quanto costa e comprarla cioè pagare.
“Pagare e sorridere” come diceva l’altro tizio.

Dai parliamo del tuo lavoro

Una volta hanno chiesto a Thuy Yau, scrittrice di talento ed abbastanza conosciuta, come facesse a portare avanti la sua carriera e seguire i suoi tre bambini.
“Con un sacco di caffè” ha risposto.

Mi piacciono questo genere di risposte ed in un certo senso è ciò che le persone che fanno questo genere di domande si aspettano.
Però è la solita storia dell’iceberg.

Hai idea di cosa ci sia dietro?
Ieri un tizio (con il quale ci siamo chiariti) mi ha detto che tutto ciò che dico è bello e facile…a parole.

Quasi.
C’è tanto caffè dietro.
Ma anche molto altro.

Ho due figli a 33 anni e significa che mentre inseguivo “il sogno” (non ancora raggiunto) ho dovuto ingoiare rospi davvero grossi. Per tre anni ho lavorato con un pc del dopoguerra (altro che MAC) proprio sotto la cappa della cucina. Non ho una macchina da 5 anni (ne prendo una giusto il mese prossimo), non faccio vacanze in posti esotici, non vado in ferie quasi mai e sono ogni giorno qui a scrivere e “sbattermi”.
Avrei potuto fare scelte più ragionevoli, più redditizie ma ho scelto questa strada. Nel 2015 ho smesso di fare siti web anche se sembrava la cosa più facile e redditizia. Ho smesso di parlare di social anche se tira un sacco… Ho fatto un corso LinkedIn e poi ho deciso di non venderlo e darlo gratis (anche se vendeva parecchio) solo perché non mi rappresentava.
Da Gennaio 2017 sino a Maggio 2017 ho incassato 3000 euro (si tremila) e non perché non avessi richieste di lavoro ma perché sarebbero state “sbagliate”. Ho passato questi mesi parlando gratis con le persone, moltissime disoccupate e dunque gli ultimi dei potenziali clienti.

Voglio una medaglia? No, niente affatto.
Questi sono i miei sacrifici, non dico siano giusti, non dico siano accettabili per tutti, e soprattutto non dico che siano esattamente ciò che bisognava fare.
Però è il senso della vita e del lavoro.

Ti piace? Compralo e cioè pagalo.
Il punto è che le persone, molte, vogliono fare la maratona ma non amano (e non farebbero/fanno) allenarsi 4 ore al giorno o rispettare una dieta ferrea.

Le persone, molte, vorrebbero essere Zanardi ma con le gambe!

Purtroppo o per fortuna non è possibile.
La vita è questa: c’è un prezzo per ogni cosa, c’è da pagare tutto ciò che vuoi ottenere.

Se vogliamo è come il cartello con i quali i portatori di handicap si sono dovuti difendere: Vuoi il mio parcheggio? Prendi anche il resto…

La maggior parte di ciò che conta non richiede soldi ma qualcosa di più prezioso: sacrifici.
Come diceva il tizio che gettava le carte per ore intere.

Che poi c’è anche un’altra cosa che mi sembra di aver capito: non conta neanche il risultato.

Se un sacrificio è per voi una tristezza, non una gioia, non fatelo, non ne siete degni. (Romain Rolland)

Il sacrifico è slegato dai risultati e bisogna essere DEGNI per farlo. Se non metti davanti le cose importanti, se fai X perché è sicuro che arriva tot…allora non è un sacrificio. Non sei degno. Quello è uno scambio e sono bravi tutti.

Popper diceva che la vita è risolvere problemi ma è pur vero, forse più, che la vita è sacrifici ma soprattutto scegliersi i sacrifici.
Scegli un sacrificio per un valore vero, per uno scopo, per non rinnegarti.

Fedele come la notte con il giorno – ecco tutto.

Sacrifici in tempi di crisi – mai momento è stato più propizio

Ancora sul discorso sacrifici grandi e piccoli, di cose che contano e che sono effimere.
Ripeto sempre questa cosa: è il miglior momento della storia per fare qualcosa di grande, per scegliersi…ed anche per sacrificare tutto ciò che non ha così importanza.

La situazione pare un casino ma in realtà è molto semplice.
Che tu abbia una laurea, due lauree, tre master…che tu abbia 25 anni o 55…il lavoro “a costo zero” in giro non ti sta aspettando.
C’è da fare. C’è da scegliere.
C’è da scegliere cosa sacrificare.

La sicurezza economica, qualche cena al ristorante, l’auto figa o le vacanze tropicali?
O la fedeltà a te stesso?

Perché di questo si tratta: rinnegare se stessi è l’unico sacrificio che non ci possiamo permettere.
E questo è il miglior momento per ricordarlo, la crisi (quella troia!) ci ha dato una grossa mano.

La povertà diffusa, i problemi comuni, il mal comune non è mezzo gaudio ma ti aiuta.

Un tempo, sino a dieci/quindici anni fa diciamo, ci si scambiava pacche “e come stai” e “come è andato il tuo anno…”
Oggi ci si scambiano problemi. Il lavoro che non c’è, il figlio che è ancora a casa nonostante la laurea ed il master che è costato un occhio della testa.
Fare soldi è sempre più associato ad attività strane, che non avremmo previsto, che fanno giri enormi e poi ritornano quando non sembrava.

Non c’è da impazzire più di tanto: è il mercato bellezza!
C’è da investire sulle cose che contano: fare ciò che ti piace, essere chi davvero sei, stare con le persone alle quali vuoi bene, seguire la tua strada.

Non possiamo più permetterci di sacrificare Grandi cose, il nostro essere Grandi, per cose così piccole.

Insomma: cosa vuoi davvero?

Un lavoro che ti piace?
Una macchina da urlo?
Svegliarsi la mattina per vivere?
Vivere?
Stare con i tuoi bambini?
Giocare col tuo cane quando ti pare e piace?
Fare soldi a palate?
Essere Te?

Ti piace? Scegli. Compralo…cioè pagalo.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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