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Crescere

Un fallito di successo

Ai vincenti sono dedicati la maggior parte dei libri che scalano le classifiche di vendita, ma è veramente sensato prenderli come fonte di ispirazione?

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Ho letto l’affascinante storia di Charles Bukowski, raccontata da Mark Manson in The Subtle Art of Not Giving a F*ck.

Bukowski, che lavorava in un ufficio postale e dilapidava tutte le sue buste paga in alcool e prostitute, dopo innumerevoli tentativi di far pubblicare le sue opere, ottenne un’offerta che non gli avrebbe permesso di vivere, ma preferì mollare il lavoro d’ufficio e patire la fame, piuttosto che rinunciare al suo sogno.

L’analisi che ne fa Manson mi ha illuminato: per avere successo, non conta puntare al successo, non conta solo la motivazione, ma conta anche cosa siamo dispost* a patire, a cosa siamo dispost* a rinunciare.

E, in realtà, il successo non crea solo vincitori: si può essere dei falliti di successo!
Non che la cosa mi sorprenda: mi considero un fallito di successo.

Perché? Perché non ho nessuna delle caratteristiche delle persone di successo: non ho mai avuto un lavoro stabile a lungo, non possiedo status symbol, sono reduce da un licenziamento, non ho espresso nessuna delle potenzialità, dei talenti, che mi venivano riconosciuti, eppure…

Eppure sono sopravvissuto, anzi ho vissuto, ho conosciuto tante persone, ho visitato tanti Paesi, ho ricevuto tanti attestati di stima, calcato palchi, avuto redditi molto al di sopra e molto al di sotto della media, contribuito a crescere due figli (meravigliosi!), ricoperto tanti ruoli diversi, nel lavoro e nella Società.

Ma non sono un vincente. E non sono neanche un perdente.

Sono una persona nella media, quella media che l’immaginario, gli studi di settore, i libri sulle migliori pratiche tendono a far sparire.

I libri su come ottenere successo non parlano di Bukowski, non parlano di me e di te: parlano di quella punta dell’iceberg che l’effetto alone fa comparire.

Cos’è l’effetto alone? L’effetto alone è la negazione moderna del detto “l’abito non fa il monaco”; nella realtà succede proprio questo: se una persona ha successo, tutte le sue caratteristiche o alcune delle sue caratteristiche vengono assunte come necessarie ad ottenere successo; anzi: le facciamo diventare sufficienti!

Basta prendere un campione di persone “vincenti”, analizzare le loro caratteristiche comuni, ed ecco una bella ricetta per il successo.

Piccolo problema:
– tutte le persone che hanno quelle caratteristiche e non hanno successo non sono visibili
– tutte le persone che non hanno quelle caratteristiche ed hanno successo non sono visibili.

E poi, se ci fosse una ricetta per il successo così semplice, tutt* potremmo seguirla e diventare vincenti; il mondo sarebbe pieno di Bill Gates e Steve Jobs, al maschile e al femminile, che fonderebbero tante Microsoft e tante Apple, che avrebbero tutt* successo… no… non può funzionare: se compro il mio iPhone da Steve Jobs 1, non lo comprerò da Steve Jobs 2, né da Steve Jobs 3, né da Steve Jobs 4. E via dicendo.

C’è quindi più di un errore di metodo nel pensare che la ricetta per “vincere” possa essere uguale per tutt*.
Eppure, nonostante tutte le controprove fornite dalla realtà, continuiamo a rendere grandi successi editoriali i libri che ogni anno ci spiegano “le regole per”.

Possiamo sospettare che questi errori metodologici siano alla base di molte delle nostre frustrazioni? Possiamo sospettare che scrivere i nostri curricula, i nostri profili LinkedIn, le nostre lettere di presentazione tutte allo stesso modo, secondo lo stesso schema, non sia una tattica “smart”?

Ad un certo punto, ragionando su queste cose, mi sono detto: ma vale la pena di fare sacrifici per raggiungere quegli obiettivi luccicanti, solo perché hai le capacità di accrescere il tuo reddito, o, se proprio devi soffrire, puoi farlo per qualcosa che ami e, soprattutto, rinunciando a qualcosa, soldi e status symbol vari, di cui hai già sperimentato che puoi fare a meno?

E forse la domanda che mi mancava era proprio quest’ultima: a cosa rinunci più facilmente?
È una domanda che non mi sono mai posto e che nessun* mi ha mai posto, e non avrei dubbi a rispondere: sì, posso fare a meno di tante cose a cui ho rinunciato, tranne ai miei sogni, alle risate delle persone che amo, soprattutto se in cambio posso rinunciare alla mia rabbia, alla tensione, allo stress.

Sono choosy? sì, sono choosy, se essere choosy significa scegliere il metro con il quale misurare me stesso, le cose che faccio per lavoro e quelle che faccio per vivere, se significa dare la precedenza ad un sorriso rispetto ad avere un abito immacolato, se significa dare la precedenza ad emozionarmi rispetto all’ultima riga del conto in banca, se significa dare la precedenza ai panorami che guardo rispetto al mezzo su cui mi muovo.

Lo so, l’avevo letto su tanti libri alla moda; avevano un solo difetto: se hai meno di 30 anni ed hai guadagnato qualche milione di euro lavorando in borsa, non è molto impegnativo rinunciare ad uno stipendio a 6 cifre per andare a vivere su un’isola caraibica dove il costo della vita è inferiore agli interessi generati dal tuo patrimonio…

Cosa diversa è farlo quando ho già sperimentato con quale velocità posso spendere il poco che ho messo da parte, quando ho il pensiero di garantire un futuro ai miei figli, quando il paracadute forse non farà neanche in tempo ad aprirsi.

Ma se Bukowski avesse dato la priorità a queste paure, non avrebbe venduto 20 milioni di libri e dilapidato il suo ingente patrimonio nelle cose che più lo attiravano, l’alcool ed il sesso.

Il libro di Manson riporta un’altra significativa storia, quella di un musicista che, espulso dalla sua band, si diede come obiettivo di vita di fondare una nuova band che surclassasse i suoi precedenti compagni.
Alla sua nuova band venne dato il nome Megadeth; hanno venduto quasi 40 milioni di dischi, e lui, Dave Mustaine, può essere considerato nel ristretto novero delle superstar del rock.

Sfortunatamente per lui, la band da cui fu cacciato si chiama Metallica, quasi 200 milioni di dischi venduti: tra tante metriche per stabilire il proprio successo, è sempre possibile scegliere l’unica sbagliata.

Anche per noi.

Padre. Runner. Curioso. Timido. Introverso. Inespresso. Guardo il mondo da un obiettivo. Graffio fogli. Faccio progetti. Sbaglio. Chiedo scusa, talvolta. Mi interrogo, sempre. Mi trovi su LinkedIn.

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Dubito ergo sum: abbiamo troppe certezze che ci possono danneggiare

L’evoluzione che ha portato allo sviluppo del nostro cervello e ci ha reso più resilienti delle altre specie, potrebbe ora essere un ostacolo alla sopravvivenza della nostra specie?

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Ultimamente mi sono spesso trovato a ragionare sui benefici e sui rischi di una condivisione ampia delle informazioni, come quella oggi possibile grazie al Web.

L’accesso alle informazioni contenute nella rete ha un costo in costante calo, in sintonia con quella che era la visione di chi ha dato vita al Web: l’accesso libero e gratuito al Sapere come strumento di democrazia.

D’altro canto il web odierno è viziato da una fortissima asimmetria informativa:
chi ha più competenze specifiche ha più possibilità di produrre contenuti di qualità e di verificare l’attendibilità delle fonti;
chi è meno competente, tende a prendere per buono (e a far divenire virale) ogni contenuto che confermi le sue idee.

L’origine di questo comportamento è in parte fisiologica ed in parte psicologica:
– fisiologicamente paghiamo lo scotto di avere un cervello che si è evoluto per essere efficiente, non per essere preciso: per risparmiare energia, dà maggiore peso a tutto ciò che conferma la nostra immagine del mondo; integrare informazioni in contrasto con ciò che crediamo lo costringerebbe ad una pesante riorganizzazione, per costruire un nuovo insieme di credenze;
– psicologicamente siamo totalmente incapaci di valutare le nostre competenze: meno sappiamo e più crediamo di sapere (effetto Dunning-Kruger); più sappiamo e meno siamo sicuri delle nostre competenze (sindrome dell’impostore).

Dal punto di vista etico, credo che a prescindere dalle differenti condizioni di partenza, però, restiamo responsabili delle nostre scelte.
Per esempio, se ci occupiamo di ridurre le disuguaglianze di genere e non ci occupiamo di tematiche ambientali, gettando l’olio di frittura nello scarico del lavandino, potremmo danneggiare la qualità della vita delle prossime generazioni di donne più degli effetti della disparità retributiva tra generi: sapere o non sapere che ciò possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Anche facendo la scelta diametralmente opposta, occupandoci solo di tematiche ambientali e trascurando le tematiche di genere, potremmo favorire il permanere di una società patriarcale, poco incline ad occuparsi dell’ambiente, danneggiando la nostra missione: anche in questo caso, sapere o non sapere ciò che possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Se accettiamo la responsabilità delle nostre scelte, però, dobbiamo combattere i fenomeni fisiologici e psicologici di cui parlavamo poco fa:
uno degli effetti degli algoritmi che regolano il funzionamento dei social network è quello di avvicinare persone le cui “esternazioni” risultino simili, perché questo rafforza le interazioni;
la conseguenza è l’effetto bolla informativa: i social network progressivamente rafforzano i legami tra persone che la pensano allo stesso modo, basandosi sui contenuti condivisi, e questo ci porta ad avere un’immagine falsata del mondo, un mondo in cui predominano le nostre idee, i nostri contenuti, i nostri valori, la nostra maniera di esprimerci; il nostro cervello interpreta erroneamente il fatto che certi contenuti si ripetano come dimostrazione della loro affidabilità, viralizzando allo stesso modo informazioni corrette e fake news; e chi ha interesse a far emergere la propria visione e ha competenze sui social media, può sfruttare questo fenomeno, in buona fede o in cattiva fede.

Apparentemente l’unico modo per evitare errori grossolani è andare in direzione contraria: lasciare spazio all’incertezza, abilitando la capacità di imparare qualcosa che vada oltre l’orizzonte delle nostre “certezze” e “credenze” e confrontandoci con chi ha idee che si scostino almeno un poco dalle nostre.
Mentre la tendenza psicologica rilevata dall’effetto Dunning-Kruger è diffusa tra chi ha poche competenze specifiche, la tendenza fisiologica a preservare le nostre “certezze” cresce con la quantità di informazioni di cui disponiamo, e colpisce, perciò, anche chi è maggiormente competente.
E se quando ragioniamo di temi legati alle scienze naturali, possiamo quasi sempre ricorrere al metodo scientifico per tentare di validare le nostre idee [1], quando passiamo nel dominio delle scienze sociali, per ragioni pratiche ed etiche, non possiamo quasi mai dimostrare la loro correttezza [2].

Torniamo perciò alla possibile soluzione:
invece di attaccarci alle nostre teorie, concentrandoci solo sui temi che ci stanno a cuore, potremmo rimanere apert* al dubbio ed espost* ad una varietà di temi.

In questo modo potremmo affrontare insieme la complessità (di solito, invece, andiamo verso la semplificazione e questo ci allontana progressivamente da un modello attendibile del mondo, soprattutto del mondo umano, attorno a noi).

Passare da un sapere come insieme di competenze individuali (spesso legate ad un valore di mercato e protette dal diritto d’autore) ad un sapere visto come insieme di competenze condivise (e quindi prive di valore di mercato e non protette dal diritto d’autore) sarebbe una rivoluzione copernicana, difficilmente compatibile con il modello di società e di economia in cui siamo immers*, ma possiamo permetterci di resistere al cambiamento quando in gioco c’è la sopravvivenza della specie Homo Sapiens e dell’intero genere Homo?

Se guardiamo indietro all’origine del Web e a progetti comunitari, come Wikipedia, Linux e tutto il mondo del Free Software e dell’Open Source, l’idea aggregante è proprio questa: la ricchezza culturale nasce dal confronto e dalla condivisione e lo sforzo comune di una miriade di persone crea le condizioni per produrre ricchezza culturale a basso costo.

Questo paradigma oggi è minacciato dalla perdita di neutralità e dalle crescenti asimmetrie nel controllo della Rete;
si tratta di uno dei tanti temi forti aperti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione: la libertà è solo apparente quando le condizioni di partenza, le tutele, i diritti sono disuguali;
lo si percepisce negli accordi commerciali internazionali, mentre tendiamo a prendere posizione con più difficoltà davanti alla scelta tra avere servizi facilmente disponibili, apparentemente in maniera gratuita, e perdere progressivamente la capacità di preservare un accesso alla Rete e alle sue risorse che sia realmente democratico ed uguale per tutt*:
disponiamo di sempre più informazioni e sempre più servizi, ma siamo sempre meno capaci di verificarne l’attendibilità e di controllare l’uso che viene fatto dei nostri dati e delle nostre informazioni.

L’innovazione passa anche per l’analisi dei nostri comportamenti: chi rinuncerebbe oggi alla possibilità di disporre in tempo reale di informazioni sul traffico? chi intralcerebbe gli studi che permettono la diagnosi precoce ed accurata delle malattie?

Ma siamo dispost* ad accettare che questi dati, i dati sulle nostre preferenze ed i nostri comportamenti, siano incamerati da entità il cui interesse principale non è il Bene Comune, ma il profitto privato?

Sembra un paradosso, ma il futuro del genere Homo potrebbe dipendere dal superamento di quello che è stato uno degli elementi chiave del suo successo evolutivo:
mettere a freno il nostro cervello, che ottimizza il consumo di energia e la sopravvivenza individuale, a favore di un’Intelligenza collettiva, messa al riparo da proprietà e profitto ed orientata al Bene Comune.

Note
[1] in realtà Popper ci ha spiegato che è impossibile validare: si può solo invalidare una teoria, perché infiniti esperimenti a favore non possono escludere che esistano situazioni in cui la teoria non si applica; per esempio abbiamo vissuto allegramente con la teoria gravitazionale newtoniana, anche se Einstein ci ha dimostrato che non è sempre valida
[2] per sincerarcene basta osservare come vengano usate tranquillamente teorie psicologiche e teorie della mente incompatibili, senza che abbiamo finora trovato una risposta definitiva sulla loro validità

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Crescere

Per capire il mondo che cambia, cammina lungo i bordi delle strade

La continua osservazione di come le cose interagiscono tra loro va a comporre un’immagine (e quindi la comprensione) del mondo che cambia. La sfida, come sempre, è essere costanti.

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Cammina lungo i bordi delle strade, è lì che ti farai la migliore idea sul mondo che cambia.
È lungo l’interfaccia tra uomo e macchina, uomo e uomo, uomo e natura che si gioca la partita.

Cammina, osserva, annota

Prenditi una mezz’ora di tempo, esci di casa e cammina lungo i bordi delle strade. Osserva. Poi estrai il tuo taccuino tascabile a pagine bianche e prendi nota. Racconta quello che vedi e quello che pensi. Disegni, fiumi di parole, schemi, domande. Vai oltre i dettagli, annota tutto.

Vai oltre

Vai oltre il pacchetto di sigarette che trovi nascosto tra le erbacce lungo la strada. Guardagli attorno. Che cosa succede? Ok, qualcuno ha fatto il cattivone e l’ha buttato a terra invece che nel bidone dell’immondizia. E dopo, cosa è successo? Come hanno reagito le erbacce?

Vai oltre quella lunga fila di automobili con una sola persona per vettura. Guardagli attorno. Cosa succede? È vero, molte persone per recarsi al lavoro ancora utilizzano l’auto privata. Sono proprio degli irresponsabili. Tuttavia, qualcosa sta accadendo attorno a loro. Te ne rendi conto? Osserva. Come si comportano le persone dentro e attorno a quelle auto? Cosa pensano? Cosa dicono? Dove vanno?

Torna alla tua vita

A quel punto torna alla tua vita di tutti i giorni.

La prossima volta che senti parlare di questioni importanti (cambiamento climatico, crisi economica, immigrazione, scuola, finanza), ripensa a quello che hai visto mentre camminavi lungo i bordi delle strade. Parti da lì. Guarda da lì. Pensa da lì. E sopratutto rispondi da lì.

Lo sai perfettamente che quando fai così sei molto più sul pezzo. Stai rispondendo a ritmo. Ci sei. Non devi più ancorarti a teorie, basate su quello che starebbe accadendo dall’altra parte del mondo (e che non potrai mai verificare). Puoi rispondere a tono, in base alla tua esperienza, dal momento che tutti i giorni ti preoccupi di arricchirla di osservazioni e riflessioni.

Il giorno dopo, fallo di nuovo

Il giorno dopo trova di nuovo quella mezz’ora e cammina lungo i bordi delle strade. Comincerai presto a capire tante cose. Tuttavia, sappi che quello che dovrai curare non è tanto iniziare a capire, ma continuare a farlo.

Appena smetterai di camminare, infatti, smetterai di vedere; e appena smetterai di vedere, smetterai di pensare e di nuovo faticherai a capire.

E quando senti qualcuno parlare di cose importanti, domandati: “Da dove parla?”

Quando ti capita di ascoltare qualcuno che parla di temi importanti, fatti questa domanda: “Da dove parla?”.
Parla dal punto di vista di uno che cammina lungo i bordi delle strade o di uno che cammina nel mezzo di una strada? Non dovrai fare ricerche bibliografiche. Lo capirai subito.

Nel primo caso parlerà a ritmo con l’evolversi della realtà. Nel secondo sarà sempre fuori tempo: troppo in anticipo o troppo in ritardo, un visionario o un nostalgico.

L’ignoranza non è ammessa

Come sai, nel nostra Paese l’ignoranza non è ammessa.
La cosa mi ha sempre dato un po’ fastidio. Pensavo che fosse onere di chi fa le regole renderle note agli altri. Tuttavia nel tempo ho capito che questa norma ha un senso.

Alzarsi e recarsi tutti i giorni lungo i bordi delle strade per capire quali sono le regole di interazione tra le parti, è importante tanto quanto respirare. E nessuno può andare là sui bordi della strada al posto tuo.

Te ne renderai conto presto. Prima leggevi gli articoli degli “inviati” per capire. Tra un po’ sarai tu l’inviato più affidabile e aggiornato. Saranno i tuoi gli articoli che leggerai.

Osservo i contadini attraversare i confini

Quando cammino lungo i bordi delle strade di campagna vedo i contadini che solcano il confine tra terra coltivata e terra non coltivata. Con i loro grandi trattori tagliano il confine e, una volta entrati nel loro podere, se ne stanno lì a lavorare.
Ho l’impressione che non si rendano conto che la qualità del loro raccolto dipende molto più da quello che accade lungo l’interfaccia tra campi ed erbacce, piuttosto che da quello che accade nel campo stesso.

Si limitano a tenere basse le erbe che non capiscono con il taglia erba oppure a contenerle con il diserbante. E poi si rituffano nel loro campo a fare quello che hanno sempre fatto e non si accorgono che è sul confine che tutto inizia.
È lì che dovrebbe essere concentrata la loro attenzione. Purtroppo, dal momento che loro si concentrano sul loro campo, non gli rimane altro che adattarsi al cambiamento a cui non hanno voluto partecipare.

Viviamo sospesi tra due opzioni, con un sentiero in mezzo

Viviamo come sospesi tra due mondi: selvaggio e civilizzato, erbe ed erbacce, macchina e uomo. In questa prospettiva sembra che ci siano solo due possibilità di scelta: scegliere per chi tifare. Capitan America o Iron Man? (Spero tu abbia letto Civil War? Non mi dire che ancora pensi che la questione della giustizia sia una cosa da capire sui libri?).

C’è una terza via

Chi cammina lungo i bordi delle strade taglia il dilemma in due e decide di scegliere di s-battersi per far funzionare le due sponde assieme. Così come le proprietà dell’acqua sono più della somma delle proprietà di ossigeno e idrogeno.

Allora? Ci vediamo per strada?

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