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Crescere

Un mio amico ha bisogno di €25.000: deve riscattare la sua vita

Ci hanno insegnato che il lavoro è qualcosa di duro e necessario, che l’obiettivo della vita è faticare e risolvere problemi. Quando dicono “il lavoro paga” ogni tanto stanno dicendo “Il lavoro compra”. O forse non lo dicono ma dovrebbero farlo, è la situazione di molti.

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Un mio amico da due anni vive un inferno: il suo lavoro fa schifo, il datore di lavoro è cattivo, ottuso ed ingiusto. La cosa paradossale è che la soluzione c’è: basterebbe licenziarlo.

L’imprenditore potrebbe trovarsi un dipendente per come lo vuole, ammesso ci sia, il mio amico avrebbe due anni pagati come disoccupazione: non una vita da favola ma un po’ di tempo sereno.
Ormai sono mesi che ci scervelliamo su come possa esistere una situazione del genere. Alla fine ci troviamo confusi ed iniziamo a scherzarci su. Io gli dico “fai qualcosa per farti licenziare cazzo”, lui mi dice che non lo sa fare. Ridiamo. Cosa dovremmo fare?

Nel pomeriggio di ieri però è arrivata una svolta, una luce improvvisa. Non cambierà niente nella sua storia ma è stato un grande insegnamento nella mia, e forse può esserlo anche nella tua.
Mi ha mandato un messaggio: “sai come posso fare velocemente 25.000 euro?”
Ho risposto con un faccina curiosa e perplessa. Ne abbiamo parlato meglio di sera.
Mi ha spiegato tutto: “Ho fatto due conti: se mi licenzia, in due anni mi daranno 24.650 euro, diciamo 25. Lui però non sembra avere intenzione di licenziarmi, io di contro non posso permettermi di lasciare il lavoro. Però se trovassi questa cifra potrei farlo, essere libero di farlo”.

Brutto genio!

Fatti pagare, non farti comprare

Si torna sempre al solito punto: ci hanno insegnato che il lavoro è qualcosa di duro e necessario, che l’obiettivo della vita è faticare e risolvere problemi.
Quando dicono “il lavoro paga” ogni tanto stanno dicendo “Il lavoro compra”. O forse non lo dicono ma dovrebbero farlo, è la situazione di molti.
In questi giorni Papa Francesco ha detto che il lavoro precario è immorale, distrugge la sicurezza delle persone, la dignità e la vita.

Vero, però succede anche vivendo una “Vita precaria”, ogni qual volta insomma non solo ti pagano ma anche ti comprano. Quando ti trovi ostaggio del denaro che ti serve per mangiare e fare mangiare i tuoi figli.

Quando la mattina ti alzi, il giorno lavori, e la sera ti corichi.
Quando aspetti la sera per andare a dormire e chiudere questa giornata, e quando non hai più nemmeno l’illusione che domani sia migliore.
Quanto vale la tua vita?

Succede anche in “lavori apparentemente più prestigiosi”, nelle carriere di certi manager, nella scalata di certi professionisti. In questi casi di diverso c’è solo una maggiore responsabilità e colpa.
Ogni giorno è una corsa verso il prossimo obiettivo, il prossimo successo, il prossimo centone.
Oppure capita quando sbatti così tanto per trovare un lavoro che alla fine ti accolli il primo che capita, anche se fa schifo.
O quando ti tappi il naso e prendi un cliente.
Capita di continuo, capita sempre.
Ogni volta è sempre la solita storia: esultiamo per “averla venduta” e non ci chiediamo mai se ne vale la pena, se è il giusto prezzo.
Quanto vale la tua vita per trattarla così?

Riscattare la tua vita

Adesso dovrei dare un’alternativa ma una soluzione non c’è. Anche il ritornello “fai un lavoro che ami, segui le tue passioni” è un falso.
Penso siamo troppo grandi…

L’unica cosa che mi viene in mente riguarda “le attività funzionali”
(Nota: non so dove l’ho sentita o se l’abbia inventata io)

I Grandi sanno che ci sono anche cose sporche da fare, cose che non ti piacciono, e che fanno parte del gioco. Il trucco è semplicemente trovare una causa ed un effetto.

Stai vivendo in povertà per vivere una vita degna, per un grande obiettivo? Bene.
Stai facendo uno “sporco lavoro” in attesa di poter vivere il tuo sogno? Bene.
Stai vivendo un lavoro da schifo ma non te ne frega niente perché alle 17:00 stacchi e torni a casa a goderti i bambini? Bene.
Stai vivendo una vita da schifo senza goderti nulla? Male, ti hanno comprato. Ti hanno fregato!

Le attività funzionali e lo Scopo

“Le attività funzionali” riguardano trovare lo scopo e cercare la felicità; cercare non per forza raggiungerla.
Mi viene in mente l’omonimo film con Will Smith e lui che va avanti ed indietro con quei macchinari strani.

Fa la stessa cosa in quasi tutto il film: cerca di vendere ‘sti benedetti apparecchi. Però all’inizio è una m… dopo ha uno scopo.

Le attività funzionali riguardano questo, la vita riguarda questo: avere uno scopo.
Non c’è giusto o sbagliato, grande o piccolo, bello o cattivo.
C’è che lo scopo devi deciderlo tu e lo devi amare. E proteggere.
Si tratta di Te, della tua vita.

Non c’è bisogno di 25 o 50 o 300 mila euro. Non siamo in vendita a meno che non lo vogliamo.
E spero che non lo voglia nessuno. Siamo troppo Grandi per venderci e farci comprare.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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