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Crescere

Una biblioteca di spunti

I libri sono il contributo che le persone, nel corso dei secoli, hanno portato al discorso comune sulla realtà, a un dialogo tra punti di vista.

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La biblioteca. Ci sono un sacco di libri sugli scaffali di una biblioteca oggi. Molti di loro sono coperti da un velo di polvere. Qualcuno ha scritto parole che nessuno leggerà più.

A quei libri non rimane altro che starsene lì, sugli scaffali, un po’ come gli alberi nei boschi.
Aspettano che qualcuno cammini alla loro ombra.

Quando cammino lungo i corridoi di una biblioteca mi sento profondamente calmo, come mi capita quando cammino tra gli alberi di un bosco. Avvolto dalle parole del passato mi sento calmo e a mio agio. Non ho bisogno di sapere nulla più di quello che posso osservare dal dorso dei libri: titoli, autori, talvolta date di pubblicazione e case editrici.

I miei occhi scorrono sul dorso dei libri ed è come se leggessi una pagina di appunti. Idee non ancora approfondite e al tempo stesso perfetti riassunti di idee già sviluppate.
È come se su quegli scaffali centinaia di persone avessero lasciato il loro piccolo contributo ad un tentativo di discorso comune sulla realtà, ad un dialogo tra punti di vista.

Se anche volessi approfondire il contributo di ogni autore, mi rimarrebbero sempre troppi scrittori non letti.
Così decido di non scegliere, di non approfondire. Rimango in superficie e spazio.

Lascio che nel mio campo visivo si accostino idee differenti e che il mio cervello venga impregnato di spunti. Ci pensi lui, se vuole, a trovare un filo conduttore. Del resto sono sempre parole di esseri umani. Il legante non manca.

Ai titoli si mescolano altri spunti.
I talloncini che indicano il settore: Fantasy, Storia, Geografia, Scienza, Narrativa, Medicina, Geologia, Zoologia, Musica, Arte.
I nomi degli autori: Mark Twain, Keri Smith, Austin Kleon, Paul Watzlawick, Gegory Bateson, Arthur Conan Doyle, Kafka, Italo Calvino, Paulo Coehlo, Hermann Hesse, Chip Chace, Miki Shima, Thomas Moore, Omero, Alessandro Manzoni.
Tavolta si aggiungono anche gli anni di pubblicazione. 1899, 1900, 1950, 1953, 1978, 2006, 2009, 2018.

E il mio cervello come all’ombra degli alberi di quel bosco che è la storia dell’essere umano continua a incamerare spunti, come punti su una pagina bianca. Sembrano le stelle nel cielo scuro. Noi vediamo punti luminosi, ma in realtà quello che abbiamo davanti è la storia dell’universo. Molto di quello che vediamo è già accaduto o deve ancora accadere. Una mappa in cui è compreso tutto quello che è stato, è e sarà.

E io mi sento tranquillo. Ero entrato spinto dal desiderio di prendere in prestito un libro, ma in questo momento non ne sento più il bisogno. Tanti sono gli stimoli che mi vengono quando non scelgo e mi limito a scorrere i titoli dei libri.

Poi giungo ad un reparto che si distingue dal resto perché pieno di colori.
È il reparto dei bambini o quello dei fumetti. In quel momento mi piace prendere un libro in mano. Aprirlo e osservare questi appunti diversi. Disegni, colori, forme e rare parole. Spesso sono libri di grande formato, con pagine grandi, da abbracciare. E il mio cervello continua a incamerare spunti come punti su una pagina bianca.

Alla fine non ho preso nessun libro. Eppure sono soddisfatto.

Adesso cammino per le strade della città in cui mi trovo. Non ci sono più mensole piene di titoli, ma case piene di persone.
Il mio cervello continua a ricevere spunti, come fossero punti su quella pagina bianca.

Tutti i libri alla fine parlano dello stesso mondo, ma da un punto di vista diverso. Così tutte le persone che incontro guardano e reagiscono allo stesso mondo, ma dal loro punto di vista. Sono tutti spunti che come punti popolano la mia mappa della realtà.

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Come cambiare il passato, cambiando la nostra storia

Il passato è un insieme di fatti accaduti, che non possono essere cambiati. Ma possono essere ritagliati, adattati, rimontati, affinché veicolino una storia diversa, interpretata nella luce del presente.

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“Toc, toc… sono il passato. Ti porto le mie imperfezioni. Sono così faticose da sopportare. Che ne diresti di provare a correggerle? Prova, dai. Cosa ti costa?!”. “S’accomodasse!” rispondiamo noi “Vediamo che si può fare”.

È così che inizia la scena e sappiamo bene come finisce. Ci siamo noi che viviamo nel presente con gli occhi rivolti verso il passato. Pensiamo di tutto e facciamo di tutto qui nel presente, ma le cose là nel passato non cambiano.

Procediamo letteralmente “a rotoli”. Ci rotoliamo su noi stessi per cercare di affrancarci da rimorsi e rimpianti. Tuttavia, non funziona. Le imperfezioni rimangono e noi siamo sempre più frustrati. Se il passato è imperfetto, allora il presente, che in quel passato affonda le radici, comincia ad apparirci sempre più imperfetto anch’esso.

Ma… si può modificare il passato nel presente?

Nel momento in cui il passato bussa alla porta del presente siamo come presi da un’irresistibile tentazione: aprirgli la porta e farlo accomodare.

“Ci sarà un modo per ripulire quelle macchie!”, ci diciamo.

Il resto è andato bene, ma quelle tre o quattro imperfezioni, le macchie, ci stanno proprio male.
Il tentativo di ripulire il passato per poi riporlo in ordine nella bacheca dei trofei può diventare una vera e propria compulsione. Difficile resistere.

Aprire le porte al passato per cercare di cambiarlo è un’azione così semplice e naturale, che si dà per scontato abbia un senso. Tuttavia la domanda rimane: il passato si può modificare nel presente?

La contemplazione del passato

Ritornare con la mente al passato e contemplarlo è un’abitudine che io ritengo sana per tutti. Riguardo a me poi… è un meraviglioso passatempo. Osservare ieri a partire da oggi.

Se ci pensi, è un po’ come passeggiare lungo un viale e vedere sui tronchi degli alberi cresciuti le incisioni prodotte dal nostro passaggio. Parole, disegni, graffi, levigature, incisioni, abbellimenti, macchie di sangue o di lacrime, briciole.

Su quelle cortecce si trova di tutto, perché di tutto è accaduto.
Su quel viale siamo caduti e ci siamo rialzati, abbiamo riso e abbiamo pianto, abbiamo cantato e abbiamo urlato. E qualche volta abbiamo dormito lunghi sonni.

Il passato non può essere modificato nei fatti, ma nel senso

Il passato è per ciascuno di noi un insieme di fatti accaduti. E i fatti accaduti, come dice la parola, non possono essere disfatti. Tuttavia, il passato è anche l’interpretazione di quegli stessi fatti.

L’ultima carezza ricevuta è triste, la prima gioiosa. Un pugno dato fa male, ma a volte fa anche bene.
I fatti non possiamo cambiarli, ma il senso che gli abbiamo attribuito, si. Anzi, lo facciamo spesso, tutti.

Le ferite non si cancellano, ma possono cicatrizzare. E le cicatrici ogni tanto fanno male, ma almeno non sanguinano più.
Quindi, non si può cambiare il passato, ma si può cambiare l’effetto che, tramite il ricordo, il passato ha sul presente.

Come cambiare il passato

Penso che ognuno di noi in pratica sappia cambiare il passato, ma temo non sappia come farlo di proposito. Così, quando vogliamo dare una lucidata a quello che è stato, non sempre imbocchiamo una strada “utile”.

Qual è dunque una ricetta per cambiare il passato?
Accettare i fatti e modificare le interpretazioni.

Ossia, piuttosto che cancellare le macchie, modificare luci e ombre.

Immagina…

Prendi un album di foto del tuo passato. Guardalo.
Adesso torna da capo e comincia a cambiare l’ordine delle foto. È lo stesso passato quello che vedi?

Adesso prendi un paio di forbici, comincia a ritagliare le foto e sposta le persone all’interno delle stesse foto o muovile da una foto all’altra. È ancora lo stesso passato quello che hai di fronte?

Concediti adesso la possibilità di realizzare spostamenti da una pagina all’altra. Viaggia nel tempo. Da un anno all’altro, da una famiglia all’altra, da un’epoca all’altra. È ancora lo stesso passato?

Adesso prendi queste strane “foto” che hai realizzato e disponile davanti a te.

…e incornicia

Nessuna foto ritrae fatti realmente accaduti, eppure adesso che le guardi ti sembrano il ritratto perfetto di ciò che vuoi ricordare in questo momento.

Nessuno di noi può modificare i fatti, ma tutti noi possiamo prenderci cura di incorniciare ciò che è accaduto ieri alla luce di ciò che siamo oggi e stiamo per essere domani.

L’arte di cambiare il passato ha a che fare con la cornice, molto più che con il dipinto.

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Sto invecchiando ed è bellissimo (anche al lavoro)

La nostra è una società ostile nei confronti delle persone anziane. Anche sul posto di lavoro, essere “senior” è sempre più una tara e non un vantaggio.

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Sto invecchiando ed è bellissimo.

Non ho più quella paura irrazionale di perdere il treno, quella sensazione che devo affannarmi a tutti i costi per “riuscire nella vita”.
Forse perché oggi so che i treni si perdono, ogni tanto, e va bene così.

Tra l’altro, avete mai notato che i luoghi costruiti per partire, come le stazioni, sono anche i luoghi dove ci si trova per attendere?

E io ho aspettato buona parte della mia vita di diventare grande.
Sono cresciuto circondato dagli adulti, con fratelli molto più vecchi di me, e questo mi ha sempre dato la voglia (il bisogno?) di crescere in fretta.

Una volta diventato adulto, però, c’è stato un periodo, direi tra i 35 e i 40 anni, in cui ho cominciato seriamente a preoccuparmi del tempo che passava.

Lo sguardo degli altri

Per prima cosa, ti accorgi che i riflessi non sono più gli stessi e ti domandi se anche le tue capacità cognitive subiscono lo stesso rallentamento. Hai ancora la lucidità (e l’onestà intellettuale) di dirti che, se anche fosse, non te ne accorgeresti proprio perché, appunto, sei diventato più lento nell’elaborare la realtà.

Poi ti senti dire per la prima volta da un potenziale datore di lavoro che vorrebbero qualcuno di più giovane. E tu ti ritrovi a dover conciliare l’immagine che hai di te – eterno ventottenne – con quella che il mondo vede.

Il richiamo della terra

Ieri, mentre camminavo nella canicola del pomeriggio, attraverso le strade della città in cui sono nato, mi sono sentito appesantito e stanco. E invece di preoccuparmi, ho percepito l’intrinseca bellezza di sentire il proprio corpo invecchiare.

È come se la forza di gravità fosse più forte. Mi sono sentito attirato dalla terra. E mi è sembrata una cosa naturale. Persino rassicurante.

Forse è così che funziona: piano piano, capiamo che il nostro posto non è più nel mondo, ma è nella terra. E questo ci prepara al momento in cui dovremo partire. Non so. È un pensiero decisamente macabro. Eppure… liberatorio.

Sì, mi sento bene all’idea di curvarmi pian piano verso la terra. Perché so che un giorno, sarò sollevato e grato di non essere più obbligato di resistere al peso del corpo e al peso di tutto ciò che ho fatto in questa vita. Gli studi, gli amori, i lavori, gli errori, i successi.

La fame di riuscire

A 20 anni, ero ossessionato da quale sarebbe stato il mio lascito.
Da questo punto di vista, Gabriele D’Annunzio mi incuriosiva in modo vagamente ammirativo, perché, fin dalla giovane età, aveva saputo prendere il controllo della propria immagine: le fotografie, gli appunti, gli scritti, le lettere… nulla di quello che ci è rimasto di lui è casuale. E i documenti che non gli piacevano, li aveva fatti distruggere, negativi delle foto compresi.

Io ero in affanno rispetto a quello che avrei lasciato di me.
Quella sensazione ha caratterizzato un lungo momento della mia vita che corrispondeva al periodo in cui ancora sognavo di fare l’insegnante. È probabile che sentissi il bisogno di rendere utile quello che avevo, di passarlo a qualcuno che mi sopravvivesse.
A ben pensarci, è un po’ la ragione intrinseca per cui decidiamo di avere dei figli.

Trasmettere qualcosa di noi, che sia un pensiero, una storia o un pezzetto di DNA, fa parte della nostra natura.

La serenità ci permette di lavorare meglio (e viceversa)

Oggi, anche se sono verosimilmente solo a metà della mia vita, mi sono calmato.
Non so se questo dipenda dalle scelte di vita che ho fatto, o dall’amore vero e profondo che ho la fortuna di vivere, o forse semplicemente da qualche neurone in meno nel cervello che non mi fa rendere conto della gravità della cosa; ma mi sento sereno.

Direi di più: oggi vivo la serenità come una condizione fondamentale per la mia soddisfazione professionale.

Quando ci affanniamo ad avere successo, concentriamo tutte le nostre energie sull’idea stessa del riuscire ad affermarci: questo può essere utile per raggiungere i nostri obiettivi, tuttavia è sterile, fine a se stesso.

Quando invece ti senti sereno, e hai l’impressione di non dovere niente a nessuno, di non aver nulla da dimostrare, allora quello che fai, funziona.

Penso che alla base ci sia un principio semplice: quando ti liberi di quelle sovrastrutture che sono essenzialmente dei costrutti sociali (in particolare il giudizio degli altri), allora riesci a esprimere ciò che sei veramente. E l’autenticità ti porta a dare un contributo autentico, e quindi di valore.

Una questione di autonomia

Un po’ meno di tre anni fa, mi è uscita un’ernia del disco in una posizione tale da togliermi quasi completamente la sensibilità alla gamba. Per circa 6 mesi ho dovuto camminare con una stampella e anche le attività più semplici della vita quotidiana, come fare le scale o andare a fare la spesa, erano diventate quasi impossibili.

Ora sono guarito, ma in quel periodo, ho riflettuto a lungo su quello che è il deperimento fisico e mentale legato all’invecchiamento.
Lo vedo nei miei genitori, che sono relativamente in forma, ma che non sono più in grado di fare lunghi viaggi o di stare in giro tutta una giornata.
Tuttavia, il fatto di averne simulato gli effetti sul mio corpo, è stata un’altra cosa. La mia mobilità, in quei mesi, era quella di un ottantenne, né più né meno.

Mentirei, se dicessi che la cosa non mi spaventi un po’.
Credo che la perdita dell’autonomia sia una paura reale per molti di noi e la associamo all’invecchiamento (o allora a un incidente che, proprio per definizione, è una causa esterna ed inaspettata).

Una società dell’usa e getta

Sul lavoro, ho visto molte forme di perdita di autonomia.
Piccole cose: la collega che non sa utilizzare bene il computer. Il senior manager che non coglie l’importanza dei social (anzi: non ne capisce proprio la ragione d’essere). Il manutentore con il mal di schiena che non riesce più a piegarsi come vorrebbe.

C’è frustrazione in queste persone, ma anche impotenza e paura. Paura di aver perso il treno, per tornare alla metafora del viaggio.
E devo dire che colleghi e aziende non fanno molto per dare sostegno a chi ne avrebbe bisogno.

Viviamo in una società in cui ciò che non funziona più bene, lo si butta.
L’idea che le cose possano essere aggiustate, o destinate ad altro uso, o che possano servire a qualcun altro, non ci appartiene più.

In quest’ottica, è normale che le persone abbiano paura di invecchiare.
Alla fine, l’unico vantaggio di questo processo inevitabile è la pensione – che però è sempre meno consistente e sempre meno sicura.

L’importanza del contatto tra generazioni

In un contesto di questo tipo, io continuo a pensare che invecchiare sia bellissimo.

Ma credo che ci sia bisogno che la società ricominci a dare valore alle persone anziane.
Io sono cresciuto senza nonni, e devo dire che è una figura che mi è mancata molto. All’interno della famiglia, ma anche della società in generale e del lavoro in particolare, lo scambio intergenerazionale è fondamentale.

Dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini ma anche dei nostri anziani.
E capire una cosa semplice, anzi: due.

La prima, è che una persona con un bagaglio di esperienze importanti può insegnarci sempre qualcosa.
La seconda, è che anche gli anziani sono il nostro futuro. Letteralmente: perché prima o poi saremo anziani anche noi (e l’alternativa è una sola: morire giovani).

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