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Manager ed eccezioni: una storia difficile, probabilmente mai nata

A mio avviso, noi HR siamo troppo ossessionati dalla paura dell’eccezione. Vogliamo che i processi siano uniformi e uguali per tutti, come se uguaglianza fosse sinonimo di equità. Non lo è.

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A un certo punto, mi sono ritrovato a capo di un team di professionisti HR provenienti da due aziende molto diverse che si erano appena unite sotto lo stesso tetto. Dove “unite” era l’eufemismo che utilizzavamo nei confronti dei collaboratori, per descrivere una situazione in cui una s’era cannibalizzata l’altra.

L’azienda acquisitrice era molto orientata al fare: la frase che sentivo più spesso era “veloce e non preciso”. L’azienda acquisita era invece l’equivalente di una contessa caduta in disgrazia: tutto ciò che le restava era un sostanzioso patrimonio immobiliare, una illustre reputazione e una enciclopedia di regole da galateo.
Lo scontro culturale è stato titanico.

REGOLARE O NON REGOLARE, QUESTO È IL DILEMMA

Ma non è di questo che volevo parlare, oggi.
Volevo raccontarvi di quanto fosse incomprensibile, per me, che tutto quanto fosse codificato, che ci fossero regole ovunque e che il manager non avesse il minimo spazio per esercitare un po’ di discrezionalità.
Venivo da realtà essenzialmente americane e… definirle “non strutturate” sarebbe scorretto; direi piuttosto… delle realtà “ad alto grado di flessibilità”. Il sistema meritocratico che ci contraddistingueva come azienda incentivava di fatto comportamenti diversi in situazioni uguali.

E poi, d’un tratto, mi ritrovo a capo di un team abituato ad aprire il contratto collettivo e i regolamenti di applicazione ad ogni singola richiesta. Uno shock.
Per dire, un esempio su tutti: c’era scritto nero su bianco anche a quanti giorni di congedo avesse diritto un collaboratore che addestrava cani da valanga. Giuro. C-A-N-I    D-A   V-A-L-A-N-G-A! E perché questo? Probabilmente perché in passato era successo che qualcuno chiedesse un permesso pagato per questo tipo di attività, assimilabile a un intervento di utilità pubblica (per lo meno in un Paese come la Svizzera, dove il 70% del territorio è ricoperto da montagne), e fosse stato deciso di concederglielo. E quindi, in nome dell’equità, era stato ritenuto opportuno mettere una regola uguale per tutti, nel caso in futuro si fosse ripresentata la stessa domanda.

CHI HA PAURA DELL’ECCEZIONE?

A mio avviso, noi HR siamo troppo ossessionati dalla paura dell’eccezione. Vogliamo che i processi siano uniformi e uguali per tutti, come se uguaglianza fosse sinonimo di equità. Non lo è. Dobbiamo capire che questo modo di fare è rassicurante per noi e anche per l’azienda, visto che contribuisce a metterci al riparo da eventuali colpi di coda giuridici, ma è anche il modo migliore di deresponsabilizzare completamente la linea.

Serve a poco spingere sulla formazione manageriale, lamentarci che i manager non facciano i capi ecc. ecc. se poi gli togliamo gli strumenti per esercitare il loro ruolo.

Come manager, vorrei poter aver la possibilità di trattare in modo differente le persone che lavorano con me. A Giacomina pago un master perché se lo è meritato, a Paoluccio invece non do neppure l’aumento perché il suo livello di performance non è stato adeguato, quest’anno. E anzi: mi rode di dovergli garantire lo scatto salariale legato all’anzianità, perché il suo contributo all’azienda non è stato lo stesso di quello dei suoi colleghi.

Evidentemente ci vuole una buona padronanza della gestione dell’ambiguità e, soprattutto, è necessario del coraggio manageriale: perché le regole, spesso, sono scudi dietro ai quali ci trinceriamo. Io vorrei darti l’aumento, eh, ma non posso: è contro le regole dare un aumento a metà anno. Dobbiamo aspettare gennaio. Ne riparliamo, ok?

NON TUTTO È ANARCHIA

Quando ci preoccupiamo troppo delle regole, ci trasformiamo in poliziotti del sistema. Non è il nostro mestiere: gli HR dovrebbero parlare meno di processi e più di cultura, fiducia, conflitti e un paio d’altre migliaia di questioni che riguardano da vicino gli esseri umani e che sono fondamentali per tutti all’interno di una qualsiasi organizzazione.

L’obiezione più comune è che una società civile deve darsi delle regole. Che altrimenti sarebbe l’anarchia. Bene. Parliamo di queste regole: c’è un contratto di lavoro, un numero di ore settimanali che richiediamo al collaboratore, che ha dei compiti e delle mansioni, e in cambio delle quali lo retribuiamo con un salario pattuito, pagato sempre lo stesso giorno del mese.

Non mi sembra un’organizzazione anarchica. Affrontare in modo critico le regole non vuole dire eliminarle. Vuol dire trovare gli spazi di autonomia; trovare compromessi che siano favorevoli a tutte le parti; vuole dire pagare con flessibilità la flessibilità che si domanda.

I SIGNORI DEL TEMPO

Un conoscente mi parlava della sua azienda come di una datrice di lavoro modello. L’esempio che mi riportava è agghiacciante: era obbligato a finire il lavoro alle 17:00 perché altrimenti il giorno dopo doveva giustificare i tre minuti in più. Tre minuti che doveva recuperare in giornata, tra parentesi. Riceveva quindi l’autorizzazione (scritta) del superiore per partire alle 16:57. A suo modo di vedere, questa gestione era esemplare e giusta.

Onestamente mi domando come si possa anche solo pretendere che una persona ci metta un po’ di passione nel proprio lavoro in condizioni come queste. Ho avuto un’idea geniale per l’evento aziendale! Bravo, ma spiegamela domani perché mancano cinque minuti alla fine del turno e rischiamo di essere interrotti dalla campanella.

Un HR che si accontenta di giocare al signore feudale che gestisce il suo territorio con regole e punizioni si perde tutto ciò che c’è di buono nella nostra professione. E, di rimando, anche nella gente.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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