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Crescere

È quel periodo dell’anno in cui tutto va più piano. E tu prendi la tua vita e decidi cosa vuoi

Estate. Caldo. Zanzare. Ombrelloni e sdraio sotto l’ombrellone. Bagni. Tuffi. Dubbi e pensieri. Ma anche tempo di svolte. Rinascita. Rivincita. Diventare chi sei.
È soprattutto quel periodo lì. È il momento.

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È quel periodo dell’anno. In cui tutto va generalmente più piano. In cui ogni decisione è rimandata a Settembre. In cui sei in ferie, stai per andare in ferie. Oppure in cui gli altri vanno in ferie e tu non puoi neanche pensare di farlo.
È quel periodo dell’anno in cui hai bisogno di riposare. Ma anche di ripartire, pensare di ripartire. Progettare un nuovo inizio.
Se gli ultimi giorni di Dicembre sono quelli della lista degli obiettivi, questi giorni anche ma con qualcosa in più: la lista di tutto ciò che non ha funzionato.
Perché mentre tutti vanno più piano, o si riposano, o si godono frutti meritati o meno, viene naturale riflettere.

Dove sono? Che ho fatto? Che sto facendo con questa vita?
Carriera. Piano. Obiettivi. Svolta. Rinascita. Rivincita.
Ognuno usa e usi le parole che sente più sue ma è quel periodo lì.

Sfruttare il momento in cui tutti sono fermi o vanno piano

Se le cose non girano, se le domande portano ancora domande, se le risposte appaiono insoddisfacenti o troppo dure… c’è una buona notizia: è quel periodo lì.
Quel periodo in cui quasi tutto va più piano e potresti avere il tempo per cambiare le cose.
Se Settembre è il vero Capodanno, è qui, adesso, che si possono progettare le svolte e i sorpassi.
Qui che si può guardare la mappa e ignorarla, crearne di nuove.

Paradossalmente il fatto di non poter immediatamente agire – quasi tutto è fermo! – ti offre la grande possibilità di prepararti per bene.
Un mio amico mi diceva che soffro della sindrome del “Non sono pronto”. Che sono una di quelle persone che vorrebbe fermare tutto per prepararsi, riallinearsi, colmare gli svantaggi e poi dare il via. Beh penso di non essere il solo ma so che in Estate mi è sempre venuto facile provare a farlo.
Quando tutti vanno piano, quando tutto è fermo puoi lavorare su te stesso. E non c’è niente di altrettanto potente, e prezioso.

Mettersi a tavolino con tre parole

Fermarsi. Per partire.
Iniziare a farsi domande. Provare a darsi qualche risposta, sincera.
Ci sono tre parole con le quali bisogna discutere da uomo a uomo: volontà, potenzialità, perché.

Innanzitutto cosa vuoi davvero, la volontà.
Il fatto che sai fare una cosa non significa che ti piaccia farlo, che sia divertente farlo o che sia davvero il tuo destino.
Cosa vuoi fare davvero?

Potenzialità
Cosa puoi fare, cosa sai fare.
Le potenzialità sono sopravvalutate. A parte tua mamma, interessa poco al resto del mondo.
Che piaccia o no, non conta cosa sei/saresti in grado di fare ma cosa riesci a fare. O anche cosa stai cercando davvero, con tutte le forze, di fare.

Un grande perché
Perché vince sul come.
Perché te ne serve uno forte per andare avanti.
Perché anche se pianifichi e ti prepari, è probabile o quasi sicuro che le cose andranno diversamente.
Anche gli obiettivi non sono sufficienti. Perché potrebbero cambiare, potrebbero cambiarteli, potrebbero allontanarsi a un tempo in cui non saresti in grado di arrivare.
Il “perché” è un altro tipo di obiettivo.
Contiene dentro un risultato più grande, meno definito ma più forte. Contiene la forza necessaria per andare avanti. Sempre, sempre un po’ più in là.

È quel periodo lì

Estate. Caldo. Zanzare. Ombrelloni e sdraio sotto l’ombrellone. Bagni. Tuffi. Dubbi e pensieri.
Ma anche tempo di svolte. Rinascita. Rivincita. Diventare chi sei.
È soprattutto quel periodo lì.
È il momento.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Crescere

L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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