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Hai già scelto la tua tribù?

Le domande mettono a disagio. Forse per questo, spesso, parliamo di fatti: i fatti, loro, non posso essere messi in discussione. Ma è nell’incertezza che possiamo trovare noi stessi e il luogo a cui apparteniamo veramente.

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Di solito sono quelli lì. Gli inizi di frase che non ci mettono in difficoltà partono con “sono nato a”, “ho fatto le scuole a”, “ho frequentato l’Università a”, “ho iniziato a lavorare per”.

Non possono essere contraddetti, perché sono dati di fatto. Sono eventi della nostra vita, riguardo ai quali rischiamo di ricevere poche domande. E quelle che riceviamo, normalmente sono chiuse.

Perché dico “rischiamo di ricevere”?

Perché anche se pensiamo di essere comunicativamente coraggiosi, le domande ci spaventano. Quelle che si presentano in forma aperta, poi, ci spaventano ancor di più. Se non siamo allenati a farcele, le respingiamo. Se non siamo preparati ad accogliere, le imbalsamiamo.

I bambini, per esempio, hanno un rapporto molto più armonioso con le domande. E sono maestri nel farle.

Quando parlo con loro, faccio costantemente fatica a rispondere ai quesiti stupendi che mi regalano. Se poi gli interrogativi sono aperti, provo a prendere tempo. Ma nel prendere tempo, i bambini mi fissano ancor di più. E così i punti di domanda diventano giganteschi.

Perché parlo della capacità dei bambini di interrogarsi?

Perché è facile e comodo pensare di essere intelligenti tra gli adulti. Cioè è facile e comodo pensare di essere intelligenti negli ambienti dove le domande sono scomparse o stanno scomparendo.

Ma di fronte al dubbio, comincia un’altra storia. Nella ricerca di una risposta che non abbiamo ancora trovato, il sentiero è sconosciuto ed è saggio camminare a passo lento. A quel punto qualcuno smette di camminare. Qualcuno cammina, ma lo fa tacendo. Qualcun altro, addirittura, torna indietro.

Solo un punto di domanda alla fine della frase

Molte domande sono frasi che abbiamo sentito milioni di volte. Alla fine di quelle frasi, può capitare una cosa. Può capitare, non è che detto che capiti. Anzi, potrebbe non succedere mai.

In situazioni rarissime, presi da un fuoco interiore di curiosità e audacia, possiamo anche decidere di mettere un punto di domanda. Alla fine della frase.

A quel punto, senza che nessuno se ne accorga, i pianeti si fermano per qualche secondo. Nessuno tranne noi…

Da lì in poi è davvero potente quello che possiamo generare. Le domande che abbiamo il coraggio di creare (nel silenzio, prima di addormentarci, dopo un evento doloroso, durante un momento di ispirazione, ecc.) sono capaci di dare voce – e poi vita – a risposte imprevedibili.

Qui, rispetto ai bambini, noi abbiamo un vantaggio enorme. Noi siamo adulti. E a parte il fatto che possiamo andare a letto tardi, da adulti abbiamo potenziali capacità che i bambini neanche si sognano. Possiamo scegliere con intuito autonomo ed esperienza ‘con le rughe’. Possiamo elaborare errori, riconoscere bisogni, fissare ambizioni, destrutturare aspettative.

Abbiamo ogni giorno una grande possibilità. Entrare nelle dimensioni ultrapotenti delle domande introspettive. Come anche di quelle sovversive, scardinanti, disobbedienti, evolutive. Oltre che di quelle poste ‘davanti allo specchio’, alla ‘essenza del cuore’ e oltre ‘i punti di non ritorno emotivo’.

Nel fare questo tipo di allenamento, col tempo sorge anche un’altra possibilità. Una possibilità che ci avvicina a noi stessi. Che ci avvicina a una voce interiore che, nel silenzio, stavolta riusciamo a sentire.

Possiamo scegliere la nostra tribù. Possiamo scegliere la tribù a cui decidiamo di appartenere.

Né persone né luoghi né usanze

Questa nostra tribù non è un gruppo di persone, con cui condividere stili o nutrire affinità particolari. Non è stanziata in un luogo che qualcuno ci ha insegnato a chiamare casa. Non è nemmeno un concentrato di usanze antiche, praticate per onorare identità e santità.

La nostra tribù è un insieme, conservato in un luogo speciale conosciuto solo da noi.

La nostra tribù non ci impone di seguire regole, ma di crearci una disciplina personale. Non chiede di affidarci a qualcuno, ma di ritrovare i nostri maestri interiori. Non ci vincola a dei riti, ma è affine alla capacità di ‘scegliere il nostro atteggiamento in qualunque serie di circostanze’ (Viktor Frankl).

Nello specifico, la nostra tribù è il collettivo di:

  • valori che scolpiamo nel nostro codice etico.
  • parole che scegliamo di usare per descrivere noi stessi.
  • parole che scegliamo di usare per descrivere il mondo.
  • abitudini che abbiamo riconosciuto come appartenenti alla nostra serenità.
  • ogni gesto di amore per noi stessi (qualunque forma abbia).
  • tutto ciò che è entrato a far parte della nostra vita, perché gli abbiamo dato importanza incondizionata.

Il riconoscimento consapevole di questo collettivo può connetterci anche ad altre persone. Ma non necessariamente. Forse ci aiuta semplicemente a ri-connetterci con noi stessi.

E quindi…

Qual è la tua tribù? L’hai già riconosciuta? O forse la stai cercando? Sai di non averne bisogno? O ti eri solo dimenticat@ di averne una?

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Il paese che muore: Ginosa, la “Matera dimenticata”

La città pugliese sopra la gravina che crolla è il simbolo di un Paese che muore, quello dei tanti piccoli comuni in progressivo abbandono. È l’Italia profonda e rappresenta la nostra ricchezza più autentica, da salvare e valorizzare.

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Il paese che muore: Ginosa, la "Matera dimenticata"

Le Asics di Carmelo sono bucate, le suole lisce dall’uso, le stringhe riprese da chissà quale altro paio. Io quasi mi vergogno, con le mie nuovissime Dolomite. Ma si è raccomandato, lapidario, prima di portarci nella gravina ai piedi del suo pase che muore: “Se non avete le scarpe giuste, non vi porto”.

Il sole è alto su Ginosa e lui, nonostante la canicola e l’età, si avvia deciso verso il torrente in secca. Ci siamo incontrati per caso, al buio della Chiesa Matrice affacciata sul canyon di arenaria, e ora ci ritroviamo a seguirlo sotto una luce abbacinante. Lui serra gli occhi come un gatto nel meriggio, sa che nell’ombra delle case-grotta gli occhiali sarebbero di troppo. Le nostre lenti nere tradiscono l’abitudine ai cieli del Nord.

Ginosa, il paese che muore

In piena terra di gravine, ai lembi meridionali delle Murge, Ginosa è un avamposto sconfitto di un tempo che fu, una fortezza Bastiani risparmiata dalle orde di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, ma non dalle bordate di uno Stato indifferente. Un paese che muore per ferite profonde che da solo non riesce a ricucire.
7 ottobre 2013. Dopo giorni di piogge torrenziali, un’enorme massa d’acqua irrompe nella gravina e fa scempio della città più bassa e antica. Un’alluvione devastante dà il colpo di grazia a un territorio già compromesso, spazzando via i progetti di rinascita che allora attecchivano tra le chianche.

Tra questi, quello del celebre sarto Angelo Inglese, ginosino le cui raffinatissime camicie hanno fatto il giro del mondo. Dopo aver vestito attori e regnanti, stava aprendo un atelier appena sotto la Chiesa Matrice, per dimostrare che solo da bellezza può nascere bellezza e, sì, scommettere laddove in pochi avrebbero scommesso. Ma l’acqua ha compromesso le fondamenta di quella parte del borgo, e il suo sogno si è ritrovato in piena zona rossa. Transenne, porte sprangate e dita di polvere sui telai.

Ginosa è così, c’è da farci niente. Case, palazzi e botteghe che posano su infiniti livelli di case-grotta, cisterne, chiese rupestri, necropoli, antri di cui si è persa memoria. Un groviera cresciuto nei millenni su se stesso, cavità su cavità, unico e fragilissimo. Da quel tremendo ottobre, sulle tante promesse sono cresciuti soltanto cespi di capperi e ragnatele: la splendida “Matera di Puglia” è abbandonata a se stessa, affetta da un tumore che progressivamente la divora, necrotizzandola pian piano, dal fondo della gravina in su.

Italia, il Paese che muore

Ma Ginosa è in buona compagnia. In tutta Italia sono 74.000 le persone che, dal 2012 al 2017, hanno abbandonato i piccoli centri per trasferirsi nelle zone più urbanizzate (fonte: DiRE). Se pensiamo che i comuni nostrani che contano meno di 5.000 abitanti rappresentano il 72% del totale, possiamo facilmente immaginare che volto avrà l’Italia profonda di domani. Un volto come quello di Carmelo e di Ginosa.

È un fenomeno che affligge tutto il Bel Paese e, in particolare, la sua colonna vertebrale, la dorsale appenninica: dal Levante ligure agli altopiani lucani e alle estreme murge apule. Già nel 2005, Legambiente censiva più di 5.000 piccoli centri a rischio abbandono: il 55% del territorio nazionale, costituito per lo più da zone di pregio naturalistico, aree protette e parchi. Oggi, secondo Planet B, gruppo di ricerca-azione su città paesaggi ed economia civile, di questi 5.000 piccoli centri a rischio, quelli già in avanzato stato di abbandono sono circa 2.300. Il primato va alla Toscana, ma tutte le regioni ne hanno almeno uno, nessuna è esclusa.

Un Paese ferito

Proprio come Ginosa, il 34% dei borghi italiani in abbandono è stato lasciato in seguito a calamità quali alluvioni, smottamenti e terremoti; il 9% per carenze infrastrutturali; il 5% per eventi bellici o per altre azioni umane più o meno scellerate. Accadeva ieri ma, oggi, che cosa impedisce di risollevare queste pietre?

I dati ISTAT analizzati da ANCI, Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia, parlano chiaro: oltre il 40% di chi ha abbandonato un piccolo borgo non tornerebbe sui propri passi. Nemmeno se avesse lì assicurato un posto di lavoro dignitoso. La mancanza di investimenti che impediscono il ripristino dei luoghi, l’assenza di prospettive economiche, l’invecchiamento progressivo della popolazione, la carenza di infrastrutture sono solo alcune delle motivazioni all’origine del fenomeno attuale dell’abbandono e di quello, forse peggiore, del non-ritorno: è il modo di vivere di questi piccoli borghi nel suo complesso, a essere diventato insostenibile.

Ginosa: il paese che muore

Radici da dimenticare

Abbiamo venduto l’anima al benessere, l’eldorado dei baby boomers, la prima generazione ad aver abbandonato in massa le pietre natie, bramosa di un riscatto culturale, sociale ed economico che oggi presenta inevitabilmente il conto all’intero Paese. Riconvertire il proprio stile di vita a un qualcosa che ricorda i giorni dei nonni non è allettante per nessuno.

Ginosa rappresenta al meglio questa tendenza. La città antica muore lentamente in basso, tra la vergogna degli anziani per gli anni delle case-grotta, l’indolenza diffusa del “che ci posiamo fare” e la mancanza di risorse dei giovani che pure vorrebbero mettere mano ai ruderi. La città nuova vive più in alto, ormai quasi del tutto aliena alle proprie radici, un centro moderno e piuttosto anonimo come tanti ne abbiamo in Italia. Un moto dal basso all’alto, economicamente, socialmente e strutturalmente; giù nella gravina quello che eravamo, su quello che siamo. Due mondi che, dopo l’alluvione, non si tengono più per mano.

Non a caso, a Ginosa ce lo chiedono tutti: “Che siete venuti a fare? Perché siete qui?” È un ritornello dettato non da ritrosia, ma dalla genuina incredulità che qualcuno possa venire da lontano ad ammirare quella loro inconsapevole e ancora vergine bellezza.

La Ginosa di Carmelo

Poi c’è lui, Carmelo. Che si ostina a non lasciare la zona rossa. L’ultimo abitante della Ginosa abbandonata.

Resiste insieme alla sorella, al lato della Chiesa Matrice ancora viva grazie a loro, e sette gatti che appena lo vedono gli si avvinghiano alle caviglie in un groviglio inestricabile di code e zampe. Se vuoi parlare con lui, non ti resta che percorrere tutta la cittadina e, una volta arrivato sul ciglio della gravina, chiamare a gran voce: “Carmelo!” Puoi star sicuro che prima o poi arriva, e ti porta alla scoperta della sua Ginosa.

Magro e dinoccolato, si ferma spesso in mezzo alle pietre per indicarci una grotta o una cisterna, onesto e fiero come una ferula che svetta nella sterpaglia.

Camminare con lui nella gravina è un’esperienza surreale. Io non sono più io, ma Winkelmann alla scoperta delle rovine del grand tour. E lui non è più Carmelo ma uno spirito effluito da quella terra arcana e che si esprime in una lingua autentica, preziosa come un affresco bizantino inspiegabilmente sopravvissuto sul tufo.

Cristo si è fermato prima di Ginosa

È un rosario di case-grotta ancora intatte, la Ginosa abbandonata, che grazie a Carmelo snoccioliamo progressivamente lungo il cammino come in una preghiera universale. Le visitiamo una per volta, ascoltando i racconti della nostra guida, che ci mostra come quei minimi spazi fossero funzionali a tutto.

Ginosa il paese che muore

Un solo vano condiviso da uomini e animali, due al massimo per i più “ricchi”. Vicino all’ingresso il focolare, ancora oggi nero di fuliggine, in modo che la porta tirasse impedendo al fumo di invadere la grotta. Poi la “zona notte” che occupava quasi l’intero locale, con il grande letto nel quale dormivano tutti insieme, donne uomini anziani e bambini, rialzato in modo che sotto potessero stazionare gli animali, accanto la mangiatoia e, talvolta, delle grandi cavità per poggiare le anfore dell’olio e del vino. Alle pareti le mensole scavate per le poche stoviglie e, sul soffitto, i fori ai quali venivamo fatte penzolare, per mezzo di ganci e ceste in vimini, le derrate alimentari oppure i lattanti in lunghe fasce che fungevano da culla. Mentre la madre era a letto poteva dare così un colpetto al figlio, che dondolava in mezzo alla grotta come un pendolo, nella speranza che smettesse di piangere e si addormentasse, oppure portarselo al petto per la poppata senza staccarlo dal soffitto. Ogni cosa al suo posto, una miseria davvero efficiente.

È proprio come scriveva Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Una condizione ancestrale inconcepibile per un uomo civilizzato come lui, un’umanità detentrice di un “dolore terrestre” archetipico, orfana pure del messaggio salvifico del Cristo. Una società “trogloditica”, che fino all’altro ieri abitava un unico spazio tripartito conteso al buio e all’umidità della roccia: in basso le bestie, a metà gli adulti, in alto gli infanti.

Cerco di immaginarmi questo dedalo di anfratti, oggi arso e deserto, nel vorticare passato di vita voci e storie.
Carmelo le raccoglie come può, queste storie. Ce lo confessa sottovoce: pur non avendo studiato da piccolo, si è messo sotto e fa incetta di tutti i libri che trova sulla città. Si documenta, raccoglie vecchie fotografie, si informa, sa bene che nessun altro può farlo meglio di lui. È il suo dovere, la missione della vita.

Ma che ne sarà di Ginosa? Che ne sarà di queste migliaia di piccoli centri, quando non ci saranno più i Carmelo a tenerne vive le pietre e la memoria?

Chi salverà questa Italia profonda?

Entro il 2050 i pensionati italiani saranno più numerosi dei lavoratori, e già la percentuale degli over-60 ha superato quella degli under-30. Nei borghi in abbandono il fenomeno è più evidente che altrove: quando i bar sono ancora aperti, gli avventori hanno i capelli bianchi. E i cartelli vendesi aumentano di pari passo agli annunci mortuari. Chi si prenderà cura di questo Paese che muore? Chi vorrà recuperare quei luoghi poco performanti, tagliati fuori da una modernità troppo esigente?

Se lo sono chiesti Franco Artiminio e Giovanni Lindo Ferretti, che per i tipi di GOG Edizioni hanno appena pubblicato il pamphlet L’Italia profonda. Una chiacchierata tra due punti di vista molto diversi su un tema a loro caro: la sopravvivenza dei piccoli centri lungo la spina dorsale d’Italia. Una voce dall’Appennino Tosco-Emiliano e l’altra dall’Irpinia, che si interrogano sulle possibili prospettive future di quello che sembra essere un intero Paese dimenticato da Dio, l’Italia delle montagne e dei borghi periferici, ma che resta il punto privilegiato per trovarlo, un dio.

La soluzione, se c’è, non può che nascere da un semplice e profondo moto di amore, fatto di attenzione e consapevolezza, per quelle pietre in progressivo abbandono. L’economia alla base di quelle comunità oggi non è più sostenibile: non possiamo tornare ai campi e ai monti di ieri. Le aree protette e gli alberghi diffusi, il turismo verde e i parchi avventura sono tutte forme di un rivivere posticcio, al pari dei sassi di Matera trasformati in lussuosi B&B. Che non si è ancora capito se creino benefici o danni. Pure se condotto nel più rispettoso dei modi, il recupero di un luogo avviene sempre a posteriori, l’anima è messa in formalina e finisce per puzzare di morte.

E allora, che cosa facciamo? Ci limitiamo a tenere in vita un Paese di “rovine parlanti” impedendo che si trasformino in “ruderi muti”, come direbbe Paolo Rumiz?

Non saranno i cammini turistici né i pellegrinaggi a salvarla. L’Italia profonda vivrà solo nelle opere di chi riuscirà ancora ad abitarla, nascendo e morendo in lei, creando piccole economie sostenibili rispettose delle identità locali. Un progetto come quello del sarto Angelo Inglese, per intenderci; ma è arrivata l’alluvione.

È cósa

Il sole cala sul bordo della gravina, punto dalle antenne dei palazzi che segnano il limes della modernità. Le Asics di Carmelo lasciano impronte leggere sul pietrisco del torrente in secca. All’improvviso si ferma e ci indica una casa sventrata sopra le nostre teste. Due fauci spalancate contro la Chiesa Matrice.

Ginosa: la casa distrutta da Pasolini

“È stato Pasolini. Per la scena finale del Vangelo secondo Matteo voleva far saltare uno dei sassi di Matera. Ma là non glielo hanno permesso. Allora ha pensato bene di venire qui. Avrà dato poche lire all’amministrazione, e così hanno messo la dinamite. Me lo ricordo: io e i miei amici andavamo spesso a giocare su quel lato della gravina, nelle sale vuote del palazzo, poi l’hanno fatto esplodere. I registi famosi… Che ci vogliamo fare, è cósa.”

È cósa, lo ripete spesso, con quella o che finisce tanto stretta da sembrare una u.

Già, i film, è cósa. Proprio mentre risaliamo la gravina insieme a Carmelo, a Matera le auto di 007 sfrecciano tra i sassi, indifferenti a materani e turisti esclusi da ampie zone del centro. The show must go on e nessuno deve disturbare le riprese. La bellezza si è fatta scenario, e nient’altro. Strano destino di un Paese che muore e, quando va bene, rinasce parco, museo, boutique oppure fenomeno da baraccone.

Il testimone

È il momento giusto per mostrarci “il grido”: le ombre del tramonto ne marcano i tratti. Lo ha individuato nei suoi frequenti andirivieni, quel volto impresso nella roccia. Carmelo ne è convinto ogni giorno di più: la Terra gli parla attraverso quelle forme, vuole dirgli qualcosa, e lui crede di aver capito che cosa.

A vederlo così, dal basso, è difficile dargli torto. Un volto gigantesco che sembra gridare in una smorfia di dolore, laddove l’alluvione ha colpito più forte.

Ginosa: il grido

Pareidolia, la chiamano. L’illusione che riconduce a forme conosciute profili o sagome casuali.
Abbaglio o no, le parole di Carmelo sono chiare: l’uomo ha perso l’amore per la sua terra, violentandola; adesso ne è ripagato con la stessa moneta. Il nostro sarà un destino di dolore, se non ritorniamo a prenderci cura di lei.
Ma il volto nella roccia di Carmelo non è solo sgomento. Sopra la testa, il chiaroscuro del dirupo accenna un’altra forma. È un’anfora, simbolo d’acqua in una terra arsa, e dunque abbondanza e benevolenza.

Lo salutiamo nella luce aranciata dei primi lampioni che si riflettono sulle chianche, ringraziandolo per averci consegnato il testimone di tanta bellezza. Lui ci prega di portare con noi un po’ del suo paese che muore.

Ai piedi arriva anche l’ultimo gatto. Carmelo lo chiama e quel nome che sa di sere d’infanzia, Stellina, è per noi l’ultima sua parola mentre svicola oltre la Chiesa Matrice, verso l’unica casa illuminata della vecchia Ginosa.

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Comunicare

Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling

Scrivere o raccontare storie comporta creare una spaccatura nell’immaginario dell’altra persona, e un suo immediato riempimento.

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Saper vendere

Cosa significa gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling? E questo storytelling che aspetti va a toccare, in fondo?

Questo è uno degli articoli più complessi che abbia mai scritto.

Non intendo qui su. Dico: in assoluto. Ne parlo da persona che ha nel proprio archivio non meno di seicento racconti (seicento), vari romanzi non pubblicati, una massa di articoli postati nel tempo su blog diversi, alcuni dei quali non ricordo nemmeno più; poesie, eccetera.

Sarà un mese circa che covo questo pezzo. E mi chiedo: cosa voglio dare di eccellente ai lettori di Purpletude? Cosa posso conferire loro, a quelle persone che hanno bisogno di confrontarsi con pareri diversi per cavalcare la differenza che hanno come persone per se e operatori di un mercato?

E ecco, ho pensato che posso far loro intuire ciò che stanno facendo nel profondo; in quella parte di mondo che si muove con estrema lentezza, come il fondale marino, e conserva valori, convinzioni innestate, e perché no, bugie che sono servite fino a questo momento e che ora, magari, iniziano a mostrare i segni del tempo.

Nel precedente articolo ho detto che quando vendiamo, non vendiamo un’emozione, ma un prodotto.

Oggi vi voglio convincere del contrario. Una volta che avete portato il vostro prodotto, o il vostro servizio, a livelli di assoluta eccellenza, e ne siete convinti, eccovi pronti per comprendere cosa potete dare al mondo: emozioni. Scrivere storie, così come raccontare storie – e raccontate storie alle caposala che vogliono sapere dei vostri guanti monouso, alle ferramenta quando vendete trapani che renderebbero orgoglioso Vernon Dursley o ai librai cui proponete un nuovo autore , comporta creare una spaccatura nell’immaginario dell’altra persona, e un suo immediato riempimento. Significa fare un atto d’amore nei confronti dell’interlocutore, fosse anche la persona meno dotata di intelligenza o sensibilità che conosciate: significa dirgli, in qualche modo, Entro a far parte del tuo mondo per questo quarto d’ora e ti prometto che alla fine della narrazione sarai una persona diversa, che decida di aprire i cordoni della borsa o meno.

Per poter fare questo, è necessario avere coscienza di tre aspetti diversi: cosa stiamo comunicando tacendo, cosa comunichiamo di noi parlando, cosa comunichiamo del nostro lavoro parlando.

Perché dicevo in apertura che è un articolo complesso? Perché mi sono concesso settecentocinquanta parole, non una di più, per elencarvi questi tre aspetti.

Conosco troppe persone che sottovalutano il primo aspetto. Non vi annoierò con le solite indicazioni su verbale, paraverbale, non verbale; preferisco parlare di quella mia amica, eccellente persona e molto simpatica, che non appena entra nel ruolo professionale e veste un tailleur che le sta d’incanto scarta tutti gli aspetti per i quali le voglio bene per poter essere in qualche modo accettata – secondo i suoi criteri; o gli agenti che lavoravano dietro le mie indicazioni, persone amabili quando si trattava di mangiare insieme uno stinco a Merano o bere una birra ma improvvisamente noiose se dovevano parlare di un prodotto. Quando lavoriamo siamo sempre noi, noi con i nostri problemi, le nostre fatiche, le nostre gioie e i nostri amori; e la gente è affamata di storie e di persone complesse, soprattutto ora che queste storie e queste persone sembrano uscire da uno stampo quando non da uno zuccherificio che confeziona bustine tutte uguali.

Parlando, questo lato dell’umanità deve uscire con forza. La gente non deve semplicemente prendere da noi un prodotto, ma trarre ispirazione da un comportamento. Guardate il vostro facebook, il vostro linkedin. Quanti like avete dato, o ricevuto, senza leggere? Quante volte avete sottilmente detto: Sì, non contesto perché non ne ho voglia, ma sarebbe una questione da approfondire? Questo mondo ha un nome, sano fino a un certo livello e poi devastante: Noia. La noia è creativa fino a un certo punto, ed è la migliore amica di ogni creatore; ma poi diventa pastosa, e invischia tutto ciò con cui si trova a che fare. Parlando con un cliente, o un fornitore, avete un’immensa opportunità: estrarlo dalla noia e comunicargli una visione.

Sull’ultimo elemento, è troppo specifico per affrontarlo qui. Posso però fare una cosa che raramente faccio, ma che qui ha un senso: invitarvi al workshop di scrittura “Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling” che Purpletude e io abbiamo organizzato a Milano sabato 23 novembre, dalle 10 alle 18.

Sarà un giorno di lavoro intenso vòlto a estrarre dal vostro modo di comunicarvi il valore reale di ciò che potete donare, e veicolare tramite il vostro lavoro. Vi consiglio di non mancare.

 

Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling
Workshop di scrittura con Ivano Porpora
Milano, sabato, 23 novembre, dalle 10:00 alle 18:00.
Per maggiori informazioni e per iscriversi: clicca qui.

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