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Hai già scelto la tua tribù?

Le domande mettono a disagio. Forse per questo, spesso, parliamo di fatti: i fatti, loro, non posso essere messi in discussione. Ma è nell’incertezza che possiamo trovare noi stessi e il luogo a cui apparteniamo veramente.

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Di solito sono quelli lì. Gli inizi di frase che non ci mettono in difficoltà partono con “sono nato a”, “ho fatto le scuole a”, “ho frequentato l’Università a”, “ho iniziato a lavorare per”.

Non possono essere contraddetti, perché sono dati di fatto. Sono eventi della nostra vita, riguardo ai quali rischiamo di ricevere poche domande. E quelle che riceviamo, normalmente sono chiuse.

Perché dico “rischiamo di ricevere”?

Perché anche se pensiamo di essere comunicativamente coraggiosi, le domande ci spaventano. Quelle che si presentano in forma aperta, poi, ci spaventano ancor di più. Se non siamo allenati a farcele, le respingiamo. Se non siamo preparati ad accogliere, le imbalsamiamo.

I bambini, per esempio, hanno un rapporto molto più armonioso con le domande. E sono maestri nel farle.

Quando parlo con loro, faccio costantemente fatica a rispondere ai quesiti stupendi che mi regalano. Se poi gli interrogativi sono aperti, provo a prendere tempo. Ma nel prendere tempo, i bambini mi fissano ancor di più. E così i punti di domanda diventano giganteschi.

Perché parlo della capacità dei bambini di interrogarsi?

Perché è facile e comodo pensare di essere intelligenti tra gli adulti. Cioè è facile e comodo pensare di essere intelligenti negli ambienti dove le domande sono scomparse o stanno scomparendo.

Ma di fronte al dubbio, comincia un’altra storia. Nella ricerca di una risposta che non abbiamo ancora trovato, il sentiero è sconosciuto ed è saggio camminare a passo lento. A quel punto qualcuno smette di camminare. Qualcuno cammina, ma lo fa tacendo. Qualcun altro, addirittura, torna indietro.

Solo un punto di domanda alla fine della frase

Molte domande sono frasi che abbiamo sentito milioni di volte. Alla fine di quelle frasi, può capitare una cosa. Può capitare, non è che detto che capiti. Anzi, potrebbe non succedere mai.

In situazioni rarissime, presi da un fuoco interiore di curiosità e audacia, possiamo anche decidere di mettere un punto di domanda. Alla fine della frase.

A quel punto, senza che nessuno se ne accorga, i pianeti si fermano per qualche secondo. Nessuno tranne noi…

Da lì in poi è davvero potente quello che possiamo generare. Le domande che abbiamo il coraggio di creare (nel silenzio, prima di addormentarci, dopo un evento doloroso, durante un momento di ispirazione, ecc.) sono capaci di dare voce – e poi vita – a risposte imprevedibili.

Qui, rispetto ai bambini, noi abbiamo un vantaggio enorme. Noi siamo adulti. E a parte il fatto che possiamo andare a letto tardi, da adulti abbiamo potenziali capacità che i bambini neanche si sognano. Possiamo scegliere con intuito autonomo ed esperienza ‘con le rughe’. Possiamo elaborare errori, riconoscere bisogni, fissare ambizioni, destrutturare aspettative.

Abbiamo ogni giorno una grande possibilità. Entrare nelle dimensioni ultrapotenti delle domande introspettive. Come anche di quelle sovversive, scardinanti, disobbedienti, evolutive. Oltre che di quelle poste ‘davanti allo specchio’, alla ‘essenza del cuore’ e oltre ‘i punti di non ritorno emotivo’.

Nel fare questo tipo di allenamento, col tempo sorge anche un’altra possibilità. Una possibilità che ci avvicina a noi stessi. Che ci avvicina a una voce interiore che, nel silenzio, stavolta riusciamo a sentire.

Possiamo scegliere la nostra tribù. Possiamo scegliere la tribù a cui decidiamo di appartenere.

Né persone né luoghi né usanze

Questa nostra tribù non è un gruppo di persone, con cui condividere stili o nutrire affinità particolari. Non è stanziata in un luogo che qualcuno ci ha insegnato a chiamare casa. Non è nemmeno un concentrato di usanze antiche, praticate per onorare identità e santità.

La nostra tribù è un insieme, conservato in un luogo speciale conosciuto solo da noi.

La nostra tribù non ci impone di seguire regole, ma di crearci una disciplina personale. Non chiede di affidarci a qualcuno, ma di ritrovare i nostri maestri interiori. Non ci vincola a dei riti, ma è affine alla capacità di ‘scegliere il nostro atteggiamento in qualunque serie di circostanze’ (Viktor Frankl).

Nello specifico, la nostra tribù è il collettivo di:

  • valori che scolpiamo nel nostro codice etico.
  • parole che scegliamo di usare per descrivere noi stessi.
  • parole che scegliamo di usare per descrivere il mondo.
  • abitudini che abbiamo riconosciuto come appartenenti alla nostra serenità.
  • ogni gesto di amore per noi stessi (qualunque forma abbia).
  • tutto ciò che è entrato a far parte della nostra vita, perché gli abbiamo dato importanza incondizionata.

Il riconoscimento consapevole di questo collettivo può connetterci anche ad altre persone. Ma non necessariamente. Forse ci aiuta semplicemente a ri-connetterci con noi stessi.

E quindi…

Qual è la tua tribù? L’hai già riconosciuta? O forse la stai cercando? Sai di non averne bisogno? O ti eri solo dimenticat@ di averne una?

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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