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I robot non licenziano le persone. Le persone (sbagliate) licenziano le persone

Notizie che si sono lette negli ultimi mesi e che temo potremo leggere anche in futuro. Notizie che sembrano dire che i robot licenziano le persone. E invece non è mica vero: le persone licenziano le persone.

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Notizie che si sono lette negli ultimi mesi e che temo potremo leggere anche in futuro. Notizie come queste due in particolare:

1) un operaio disabile è stato licenziato dopo trent’anni di attività perché sostituito da un robot; 2) un’azienda del triveneto sta perdendo importanti commesse perché non trova operai specializzati in grado di far funzionare le modernissime macchine che ha acquistato.

Due notizie agli antipodi: da un lato un operaio che vorrebbe lavorare e non può, dall’altro un’azienda che vorrebbe operai e non li trova.

In entrambi i casi, le macchine che “ostacolano” i normali processi di assunzione e l’inadeguatezza delle competenze del personale.

È colpa dell’uomo o della macchina?

Industry 4.0, la quarta rivoluzione industriale

Ne contiamo solo quattro ma è un processo iniziato con l’invenzione della ruota, passando per i mulini del medioevo.

Come nelle precedenti, l’evoluzione tecnologica toglie lavoro alla manodopera umana, almeno nella sua fase iniziale.

È nella natura stessa dello sviluppo tecnologico, e del genere umano verrebbe da dire, trovare soluzioni atte a rendere il lavoro più efficiente e meno faticoso. L’inconveniente, nella fase di transizione, è che chi “faticava” non è più necessario. Il risultato è che, nell’immediato, si registra un calo dell’occupazione nei settori coinvolti dall’innovazione tecnologica, progressivamente mitigato dall’ingresso di nuove professionalità sorte in virtù di quella stessa innovazione.

Lo sostiene l’imprenditore Paul Graham “Io credo che il fatto che alla fine il saldo dei posti di lavoro sarà positivo, è uno schema così antico e consolidato, che l’onere della prova del contrario spetta a chiunque lo contesti. E io francamente non vedo perché dovrebbe accadere” e lo conferma Leonardo Quattrocchi, docente di Business Development all’università LUISS Guido Carli “se è vero che il 28% dei lavori saranno sostituiti dai robot è altrettanto vero che industria 4.0 genererà il 35% in più di opportunità di lavoro nuove”

Perché ciò accada, come e più che nel passato, serve preparazione.

La globalizzazione ha portato l’industria 4.0 nel nostro Paese senza che questo si fosse preparato ad accoglierla. E la “rivoluzione” sta momentaneamente rischiando di travolgerci perché non eravamo preparati.

Uso il termine preparazione nel suo significato di formazione.

Ma la formazione di chi?

Del personale impegnato nelle imprese naturalmente, e anche – soprattutto – dei/lle titolari di quelle imprese che devono imparare ad affrontare le innovazioni e accoglierle come un’opportunità di sviluppo e crescita dei fatturati, in un’ottica di valorizzazione delle produzioni e dei/delle dipendenti.

E l’esigenza risulta evidente se Confindustria ha indicato al 4° di 10 punti del suo manifesto della “Responsabilità Sociale d’Impresa per l’industria 4.0” la formazione ed è confermata da una ricerca di “Fondirigenti” che ha rilevato un incremento della produttività pari al 12% medio nelle aziende che investono in formazione manageriale.

Ma le PMI italiane stanno reagendo lentamente e con grandi reticenze.

Perché l’essere umano si sente minacciato dal proprio ingegno?

C’è perfino chi profetizza scenari apocalittici in cui le macchine sostituiranno l’uomo in ogni attività produttiva e intellettuale e che le intelligenze artificiali si evolveranno autonomamente fino a sovrastarci e dominarci in una specie di Matrix in cui le persone saranno assoggettate alle macchine.

Non credo sarà possibile perché l’essere umano ha due caratteristiche peculiari che né la natura né la tecnologia sono mai riuscite a replicare: l’immaginazione e l’empatia.

Il genere umano è l’unico di tutto il mondo animale ad avere sviluppato la capacità di immaginare il futuro. È l’asso nella manica che ci ha consentito di dominare su tutte le altre specie, nonostante non fosse il più grande, il più forte o il più veloce.

È la caratteristica che ci ha consentito di sviluppare le arti, le scienze, la filosofia e la politica.

È stato rilevato che il nostro cervello dedichi la maggior tempo e delle energie nel tentativo di prevedere le conseguenze future di ogni azione del presente, così da organizzarsi per limitare al massimo i pericoli.

Le macchine elaborano dati ad una velocità esponenzialmente maggiore del cervello umano ma non esiste un algoritmo in grado di generare l’immaginazione.

Ciò rappresenta al momento l’ostacolo principale allo sviluppo delle autovetture senza conducente che non riescono a prevedere le reazioni umane.

L’empatia, o intelligenza emotiva, è la capacità di percepire le emozioni non primordiali delle altre persone.

È ciò che ci consente di entrare in relazione con gli altri “mettendoci nei loro panni”, capendo stati d’animo e sensazioni che possono scaturire da contesti esterni (ambiente, relazioni, comportamenti subiti, linguaggio).

E qui sembra proprio che le macchine non potranno mai eguagliarci, per la semplice ragione che rappresenta una specie di “dono divino” che non siamo in grado di comprendere a pieno e quindi di replicare.

Come lega tutto questo con le notizie di apertura?

Proviamo ad approfondirle.

L’operaio licenziato (cui naturalmente va tutta la mia solidarietà) per trent’anni “ha applicato tappi provvisori sulle taniche prima della verniciatura”, anche dopo aver perso l’uso di una mano.

A 40 ore settimanali, lo ha fatto per 62mila ore della sua vita.

La colpa della sua azienda, secondo me, non nasce il giorno del licenziamento.

Dura da almeno 20 anni: perché lo ha fatto vivere come una macchina, mantenendogli il posto di lavoro fintanto che il costo del macchinario non è diventato più basso del suo salario.

Perché in trent’anni di rapporto di lavoro, e dopo un grave infortunio, non si è preoccupata di formarlo e riqualificarlo, magari insegnandogli ad usare quella macchina che lo avrebbe accompagnato al pensionamento (4 anni) senza drammi. Perché ora qualcun@ sta facendo funzionare la macchina al suo posto.

L’azienda sapeva che ad un certo punto quell’operaio non sarebbe servito e ha deliberatamente deciso di disinteressarsene, senza prevedere, però, la sua reazione e il danno di immagine che ne è derivato.

E poi c’è l’azienda evoluta, che ha investito decine di migliaia di euro in macchinari moderni e non trova chi sappia farli funzionare.

Come è possibile?

Nessuno li ha avvisati al momento dell’acquisto che sarebbe servito personale specializzato? Sono stati truffati?

L’azienda è in attività da anni, ha già operai e operaie nel suo organico e i macchinari non servono a lanciare nuove produzioni ma a migliorare quelle esistenti.

Nessun@ del personale interno potrebbe essere format@ ad usarle?

A sentire il titolare, non si è nemmeno posto la domanda. Lui vuole assumere neodiplomati/e e siccome nel suo territorio non ne trova, lamenta che in Italia c’è un’eccessiva scolarizzazione e i/le giovani non hanno voglia di lavorare (per la cronaca, in Italia meno del 43% della popolazione attiva è diplomata e meno del 16% laureata).

Perché non risolve formando chi è già assunt@?

Perché un/a neodiplomat@ entra con contratti agevolati (per il datore di lavoro) e perché le competenze richieste sono specialistiche per un operai@ con una certa anzianità mentre sono base per chi si è appena diplomat@; con il risultato che al/la prim@ dovrebbe aumentare lo stipendio mentre per l’altr@ non rilevano sulla retribuzione.

E allora, meglio che i macchinari restino spenti a prendere polvere, con il titolare che minaccia di chiudere (con relativi licenziamenti), sollecitando aiuti dalla Regione.

Se arrivassero in massa tutte le persone necessarie a far funzionare questi macchinari, che ne sarebbe di quelle che ora lavorano con quelli obsoleti?

Tra qualche mese leggeremmo che un esercito di robot ha licenziato decine di lavoratori e lavoratrici? Assisteremmo a servizi televisivi drammatici come se si fosse verificato uno tsunami?

Quanti di noi ricorderebbero che sarebbe stato il frutto di un’operazione pianificata e voluta e non responsabilità delle macchine fameliche?

E se invece quegli operai specializzati non arrivassero mai e l’azienda non riuscisse ad ammortizzare l’investimento?

Che ne sarebbe delle persone che ora ci lavorano?

La tecnologia è uno strumento straordinario per migliorare l’efficienza produttiva e la qualità della vita delle persone, operai inclusi.

Ma una macchina fa solo ciò per cui è stata progettata e costruita.

La scelta sul se e come utilizzare la tecnologia, la capacità di prevederne gli effetti sull’organizzazione del lavoro e la scelta di considerarne o meno le ripercussioni sul personale resta esclusivamente umana, così come la responsabilità.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

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Coltivare la bellezza dentro e fuori

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

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coltivare la bellezza

Come coltivare la bellezza dentro e fuori da noi?
A questo tema secoli fa i greci dedicarono un’espressione che da allora ha ispirato e guidato un gran numero tra uomini e donne: kalos kai agathos.

Kalos potrebbe essere tradotto con bello e Agathos con buono. Kalos kai agathos starebbe dunque per bello e buono.
Tuttavia, questa traduzione non rende! Nelle parole bello e buono infatti c’è tutto, ma al tempo stesso manca ancora qualcosa.
la Grecia classica, con tutta la sua mortalità e immortalità, universalità e località.

Essere kalos kai agathos significa essere di una bellezza umana, razionale e finita, e al tempo stesso di una bontà divina, folle e infinita. E soprattutto essere belli e buoni al tempo stesso!

Lo suggeriscono le parole stesse: la k di kalos, esteriore e ordinata; la g di agathos, interiore e passionale.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore come ambivalenza

Chi coltiva la bellezza secondo il principio kalos kai agathos si pone in una condizione di ambivalenza costante. Vive tra controllo e perdita di controllo, tra ordine e caos, tra comprendere e contemplare, tra fare e cercare, tra pensiero e passione.

Il controllo e il rigore che alimentano la bellezza. La perdita di controllo e la dedizione che alimentano la bontà.

Chi persegue questa via si alza al mattino di buon ora e si domanda “Cosa dà valore alla mia vita?”. Prende un foglio di carta e scrive, non quello che pensa, ma quello che sente.

Poi si domanda “Di cosa il mio corpo ha bisogno per vivere al meglio?”.  A quel punto osserva e pensa e, se serve, studia.
Quindi beve un bel bicchiere d’acqua, magari due, perché sa che siamo fatti per il 70% di acqua. Mette il corpo in movimento, affinché questo respiri aria. Mangia un po’ di tutto, dal momento che sa che il suo corpo è fatto un po’ di tutto (ho parlato della colazione come atto coraggioso qualche giorno fa).

Il contatto con il nostro tormento interiore alimenta la bontà d’animo.
La cura del nostro involucro esteriore crea la bellezza.

Kalos kai aghatos: attraverso le epoche

L’espressione kalos kai agathos si ritrova in diverse epoche della storia greca. Con essa furono descritti gli eroi dell’epoca omerica e al tempo stesso i grandi uomini politici dell’epoca delle città stato (Atene, Sparta).

Come si spiega che gli uni e gli altri fossero kalos kai agathos? Se kalos kai agathos è un guerriero vigoroso che ha cosparso di sangue il campo di battaglia, come può esserlo anche un politico esile che si impegna tutti i giorni per evitare il conflitto tra i cittadini e per alimentare la democrazia?

C’è una sola spiegazione: kalos kai agathos significa essere al tempo stesso di una bellezza divina e di una bontà mortale, in armonia con l’eternità e in sintonia con il momento presente. Parafrasando umilmente Immanuel Kant, belli in quanto in armonia con il cielo stellato sopra di noi e buoni in quanto in armonia con la legge morale dentro di noi.

Immortali e mortali.

Il guerriero combatte per la giusta causa e il politico prende le parti della giustizia: così entrambi sono buoni. Il guerriero e il politico, tengono entrambi la testa alta, lo sguardo rivolto all’orrizzonte, il petto aperto e la pancia leggermente retratta, quando si gettano l’uno nel campo di battaglia e l’altro nell’agora (la piazza dove si animava il dibattito tra i cittadini). Così entrambi sono belli.

Bontà e Bellezza: non si contraddicono pur contraddicendosi

I concetti di bellezza e bontà, non si contraddicano in teoria, tuttavia bisticciano spesso nella pratica! Ed è questo che rende la via del kalos kai agathos non priva di difficoltà.

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

Quando si è giovani e ci si può ancora concedere di vivere la vita un pezzo alla volta, la soluzione sembra semplice: trovare un tempo per sé, in cui coltivare la bellezza, e un tempo per gli altri, in cui coltivare la bontà.

Con il passare del tempo, tuttavia, la vita si fa complessa e non è più così generosa. Da adulti lo sappiamo bene. Le giornate diventano un ring in cui ci sembra spesso di dover scegliere tra noi e gli altri, tra bellezza e bontà. Tuttavia, se scegliamo e scomponiamo la vita in noi e gli altri, stiamo rompendo il binomio kalos kai agathos, ci stiamo arrendendo.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa crearsi due vite in cui essere nell’una belli e nell’altra buoni. Significa coltivare una sola vita in cui bellezza e bontà si alimentino l’un l’altra. Perché nessuno è bello come chi è profondamente buono e nessuno è buono come chi è veramente bello.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa distinguere, ma confondere.

La via del kalos kai agathos è la terza via, in cui l’armonia con il cielo stellato sopra di me, non contraddice quella con la legge morale dentro di me.

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Purpose: quando i tuoi obiettivi aziendali non sono i miei

Il cliente vuole lavorare con persone che condividano il “purpose” del proprio brand: ma quanto impegno (e tempo libero) può legittimamente pretendere?

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Networking meeting

Va sempre più di moda il termine Purpose, che detto facile rivendica in un certo senso i valori del brand che persegue in ogni scelta strategica. I valori in ogni step aziendale. Ammirevole, non c’è che dire, tranne quando questo obiettivo diventa un atteggiamento un po’ inquinato dalle aspettative e quello che ti chiedono i tuoi clienti è crederci quando condividono con te gli obiettivi aziendali, senza però considerare l’impegno di tempo e occupazione che stanno pretendendo.

Non cercano solo un partner per la comunicazione (nel mio caso mi occupo di quello), ma tutti intimamente vogliono di più: vogliono qualcuno che creda nella loro missione tanto quanto loro.
Vogliono, anzi, esigono che sposi la causa.

Mi capita più o meno con buona parte dei clienti: i livelli di aspettativa sono diversi.

A tutti piacerebbe avere partner e fornitori che credono nelle stesse cose, o meglio: che credono in quelle del brand. Non valutano quali siano quelle di ciascuno, ti chiedono semplicemente di aderire al modello, ma non solo in termini di filosofia. No. Vogliono che ci spendi del tempo della professionalità possibilmente gratis, in generale per un fine che in realtà è lo sviluppo del loro brand, non un bene superiore. È un finto Purpose. Non è universale e utile. È il loro e serve a loro, ma giustificato da “è utile/ fa networking / ti può servire”.

Credici per far del bene al mio brand

Esatto: questa è l’aspettativa non dichiarata. Credici! Credi in questo fantastico percorso motivazionale, credi nella costruzione del networking sano, nel volontariato. Credici! Il cliente lo esige – ti organizza incontri, ti dice che c’è l’evento benefico da lui organizzato al quale si aspetta che tu partecipi come volontario. E sul quale poi dovrai fare networking utile a lui e condivisione social spesso utile più a lui che a te.

C’è il corso di formazione che ti regala col preciso fine di ottenere più competenza da te, c’è la cena mensile coi soci per cui si aspetta la tua presenza. Offre lui, ma tu ci devi essere per capire chi sono i concorrenti e vedere come va la presentazione e cosa c’è da migliorare.
C’è un ma in questa cosa: l’impegno da parte del professionista è appunto atteso come “dovuto e volontario”.

Dopotutto ti sto offrendo una cena, dopotutto ti sto regalando un corso, dopotutto ti sto dando la possibilità di fare un’esperienza di volontariato costruttiva ed edificante, non vorrai mica mancare?

La domanda è: questa crescita, questo obiettivo di costruire valore è utile a entrambi o solo al brand? Io, fornitore, quanto tempo ti aspetti che passi in queste cene/incontri/corsi/atti di più o meno libero arbitrio?

Grazie, ma scelgo io

Partiamo da un sunto tanto semplice quanto banale: se dovessi dedicarmi a tutti i clienti con lo stesso trasporto emotivo e lo stesso “crederci” che tutti vorrebbero, non avrei del tempo libero – passerei le giornate praticamente a lavorare gratuitamente, anche se il lavoro gratis è inteso come cene di PR, corsi di aggiornamento (utilissimi, eh, per carità), e “cose in cui credere e fare beneficienza”. E che in genere sono previste nei week end, o nelle serate, e comunque mai quantificate come tempo che una persona ti sta dedicando.

Te lo sto regalando / offrendo/ dando gratis, quindi?

Quindi il tempo che chiedete a un professionista di passare per una buona vostra causa è tempo che chiedete di avere per voi.
Non retribuito.

Io ho la mia azienda, il mio sogno e coltivo in mio senza aspettarmi che i miei fornitori ne facciano parte con lo stesso entusiasmo.

Non ho bisogno di innamorarmi della causa per fare un buon lavoro. Il mio essere professionista comprende già degli alti standard anche se non sto a immolarmi per la causa.
Se sono un vero professionista ci penserò io a pagarmi i corsi di formazione più utili e calibrati nel modo giusto sulla mia esperienza.
Idem il volontariato: sposo cause che sento nel profondo, non che mi vengono imposte.

Anche se chiedete a un professionista di partecipare per networking, per creare gruppo, per fare PR utili, comunque gli state chiedendo di impiegare gratuitamente del tempo per fare quello che serve soprattutto a voi. Perché il fine è qualcosa che torna a voi.
Se ne vale la pena o meno lo soppesa poi il professionista.

Una questione di buone relazioni?

Voi potete proporre, ma non aspettatevi per forza che dall’altra parte accettino. E se lo fanno non è detto che il ritorno dell’altro sia equo, probabilmente lo sta facendo più che altro per pura cortesia. È un modo cordiale per mantenere la relazione con voi.

Domandatevi: se gli chiedessi di lavorare gratis accetterebbe solo per la causa?
Ve lo dico: la risposta per la maggior parte dei casi è no.

Non offendetevi e soprattutto non pretendete adesione alla causa.
Pretendete alta professionalità. Questo sì. E se qualcuno vi dice che non ha tempo perché è andato a un corso di aggiornamento, apprezzatelo: lo sta facendo anche per voi, ma senza chiedervi un euro, investendo positivamente su se stesso.

 

Voi? Avete clienti che vi chiedono di aderire alle loro cause e alla loro Purpose strategy? Avete dovuto fare cose delle quali non vi è importato molto pur di “aderire” alle aspettative del cliente?

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